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Tra Fedez e il referendum, gli italiani scelgono il No

Il No vince netto nel Paese, mentre il Sì si ferma in poche regioni. La premier le prova tutte — tv, piazze e podcast — ma la Costituzione resta terreno ostile. E a sinistra già brindano. Forse un po’ troppo

Tra Fedez e il referendum, gli italiani scelgono il No

Giorgia Meloni

C’è una cosa che in Italia funziona con una regolarità quasi svizzera — ed è già questo un paradosso — ed è il referendum costituzionale che finisce male per chi lo propone. Non importa chi sia, non importa quanto ci creda, non importa quante interviste conceda o quanti podcast frequenti: alla fine arriva sempre quel momento in cui l’elettore entra in cabina, guarda la scheda, sospira leggermente e vota No. È una forma di diffidenza educata, una specie di “grazie, magari un’altra volta”.

Questa volta l’“altra volta” non è arrivata.

Giorgia Meloni ce l’ha messa tutta. Ma proprio tutta. Ha fatto campagna, ha spinto, ha calibrato, ha evitato di trasformarlo in un referendum su se stessa — almeno ufficialmente — salvo poi esserci dentro fino al collo, come sempre accade.

Ha parlato agli elettori, agli indecisi, agli scontenti, ai convinti e pure a quelli che non avevano capito bene la domanda. E poi, come ultimo miglio della politica contemporanea, è andata da Fedez. Che ormai è diventato una specie di passaggio obbligato: una volta si andava a Porta a Porta, oggi si va da Fedez. Più o meno lo stesso effetto taumaturgico, cioè nessuno.

Non è bastato.

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Il No ha vinto, con quella chiarezza che non lascia molto spazio alle interpretazioni fantasiose, anche se naturalmente arriveranno. Arrivano sempre. Ma il dato resta lì, semplice, quasi banale nella sua brutalità: gli italiani, quando si tratta di mettere mano alla Costituzione, diventano improvvisamente prudenti, guardinghi, persino affezionati a ciò che fino al giorno prima criticavano senza pietà. È un meccanismo naturale: passiamo anni a dire che “così non va”, e poi, quando qualcuno propone di cambiarlo, rispondiamo “sì, però calma”.

Meloni, questa volta, si è trovata esattamente dentro questo paradosso. Ha cercato di guidarlo, di interpretarlo, forse anche di piegarlo. Ma il paradosso, come spesso accade, ha piegato lei.

Naturalmente, nel grande teatro della politica italiana, la sconfitta non è mai solo una sconfitta. È un’occasione narrativa. E infatti, nel campo largo — o quel che ne resta — si intravede già una certa euforia, una lettura lineare, fin troppo lineare: Meloni perde, quindi Meloni cala; Meloni cala, quindi si apre uno spazio; si apre uno spazio, quindi la prossima volta vince Schlein.

È un ragionamento affascinante, perché semplice. E infatti è anche pericolosamente ottimista.

Perché il No, per sua natura, non è mai un progetto. È un gesto. Un rifiuto, appunto. Non costruisce automaticamente un’alternativa, non organizza un consenso, non prepara una vittoria. Al massimo segnala un disagio, una resistenza, una diffidenza. Che poi qualcuno deve essere capace di raccogliere, interpretare e trasformare. E non è detto che basti esserci.

La sinistra italiana, negli ultimi anni, ha sviluppato una certa confidenza con le vittorie altrui lette come proprie. È una sua specialità: perdere le elezioni e vincere l’interpretazione. E ogni tanto funziona pure, almeno per qualche giorno. Poi però arrivano le elezioni vere, quelle senza referendum, senza quesiti, senza appigli, e lì la faccenda si complica.

Questo non significa che Meloni esca indenne, tutt’altro. La sconfitta c’è, ed è anche piuttosto chiara. Nonostante gli sforzi, nonostante la visibilità, nonostante la strategia di non trasformarlo in un plebiscito personale — strategia sempre dichiarata e mai davvero praticata — il risultato le dice che non basta esserci, non basta esporsi, non basta presidiare ogni spazio, neppure quelli più improbabili.

E forse è proprio questo il punto più interessante: in un’epoca in cui la politica sembra ridursi alla presenza continua, alla comunicazione incessante, alla capacità di stare ovunque, il referendum ricorda brutalmente che, alla fine, conta ancora il momento in cui qualcuno, da solo, in silenzio, decide di dire no.

Senza hashtag, senza dirette, senza podcast. Solo no. E per una volta, basta così.

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