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Quando le polemiche danno troppo fastidio

Tra richiami alla trasparenza e insofferenza per le critiche, il dibattito pubblico a Ivrea solleva una domanda centrale: la politica è ancora disposta ad ascoltare?

Quando le polemiche danno troppo fastidio

Nicola Gratteri

A Ivrea c’è un curioso paradosso che merita qualche riflessione. Da un lato si invoca la trasparenza amministrativa, dall’altro sembra crescere un certo fastidio ogni volta che qualcuno — giornali o cittadini sui social — prova a esercitare un diritto fondamentale: fare domande e, perché no, osservazioni.

Negli ultimi giorni il dibattito cittadino si è acceso attorno alle polemiche riportate sulla stampa locale: parlo, ovviamente, dell’evento organizzato all’ITIS Olivetti sul referendum e del recente comunicato stampa del CdA della Fondazione del Carnevale. Di fronte a due nostre interpellanze presentate nell’ultimo Consiglio Comunale, il sindaco Matteo Chiantore ha mostrato una certa insofferenza relativa alle “polemiche sui social e sui giornali”. Nulla di nuovo: la politica, da sempre, convive con il rumore di fondo della critica. Ma ciò che sorprende è il clima che si genera quando il dissenso viene percepito non come parte del gioco democratico, bensì come un problema da arginare.

È qui che il tema smette di essere una semplice schermaglia locale e diventa una questione di principio: la libertà di stampa e il suo necessario rapporto con la politica. Non è un optional, non è un fastidio collaterale della democrazia. È il suo meccanismo di controllo. Senza stampa critica, la politica parla solo con sé stessa.

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In questo contesto tornano alla mente le recenti parole del procuratore Nicola Gratteri, le minacce rivolte al Foglio nell’ambito di una campagna elettorale particolarmente accesa.

E allora qualcuno, con un pizzico di ironia, potrebbe chiedersi: si sta iniziando ad applicare il “modello Gratteri” anche a Ivrea? Non nel senso minatorio del termine, naturalmente, ma in termini più semplici: può il fastidio per i giornali e i social diventare la scusa della politica per nascondersi dietro un dito di fronte a importanti tematiche cittadine?

Perché, in fondo, la stampa locale svolge un ruolo delicato. Non ha le redazioni sterminate dei grandi quotidiani nazionali, ma ha una cosa che spesso conta di più: la prossimità. Racconta le scelte amministrative che incidono sulla vita quotidiana, verifica, controlla, talvolta sbaglia, ma soprattutto osserva.

E osservare il potere è esattamente ciò che la stampa deve fare.

Il punto, dunque, non è stabilire se una critica sia più o meno gradita a chi amministra. Il punto è accettare che la critica esista. Anche quando punge, anche quando irrita, anche quando appare ingenerosa.

In una città con una storia civile importante come Ivrea — laboratorio di idee e partecipazione per decenni — sarebbe un peccato ridurre il dibattito pubblico a una contrapposizione tra chi governa e chi “disturba”.

La democrazia locale non si misura dal numero di comunicati stampa pubblicati, ma dalla capacità di convivere con le domande.

E se qualcuno sui social o su un giornale locale prova a farle, forse la risposta migliore non è il fastidio.

È semplicemente rispondere. Se il fastidio supera la volontà di rispondere, significa che la tanto decantata trasparenza è ancora piuttosto lontana.

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