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Punto rosso
24 Marzo 2026 - 07:00
Andrea Cantoni
Nel Consiglio Comunale del 16 marzo è andata in onda dai banchi della minoranza una pièce di deriva retorica che dovrebbe preoccupare ogni cittadino. Nel discutere l’ordine del giorno sulla difesa della democrazia e la condanna dell’aggressione Usa-Israele all’Iran, uno dei tavoli della minoranza si è trasformato in un palcoscenico per colpi di teatro che poco hanno a che fare con la complessità della storia e molto con la semplificazione ideologica.
Abbiamo assistito ad una vera e propria performance del consigliere Cantoni, con affermazioni ad effetto “un occidente che odia sé stesso al punto tale da ammirare dittatori e tagliagole nel mondo” (riferendosi evidentemente anche ai colleghi di maggioranza) e sventolio della bandiera dell’Iran dello Scià eretta a simbolo di una libertà perduta. Un paradosso storico che non può passare sotto silenzio. La condanna al regime teocratico iraniano è totale, ma evocare il regime dei Pahlavi come modello democratico significa avere la memoria corta, o peggio, selettiva. Significa dimenticare il colpo di stato del 1953 (orchestrato con CIA e Regno Unito), le torture e sparizioni degli oppositori della polizia segreta SAVAK, il fuoco aperto contro i manifestanti a Piazza Jaleh a Teheran l’8 settembre del 1978, la sistematica distruzione di ogni opposizione, anche quella laica e liberale; una repressione che, ironia della sorte, spianò la strada proprio alla successiva teocrazia degli Ayatollah.

Ma è sulla giustificazione della violenza che la critica si fa etica. Affermare che "le libertà si conquistano anche con le bombe", come ha tuonato il consigliere di FdI, non è solo una provocazione politica, è una legittimazione della tragedia. I dati dal campo raccontano una realtà che non ammette sfumature: dal 28 febbraio 2026, l’offensiva congiunta Usa-Israele sul suolo iraniano (senza parlar del Libano) ha lasciato dietro di sé oltre 1.400 civili uccisi, 17mila i feriti, scuole rase al suolo – come la tragedia di Minab con le sue 168 vittime di cui 110 bambini – e un sistema sanitario al collasso con 18 ospedali presi di mira.
C’è una differenza profonda tra il sostegno alle libertà del popolo iraniano e l'avallo di una "guerra fabbricata", come l'ha definita lo stesso Joe Kent, dimissionario capo dell’antiterrorismo USA. Una guerra per procura come si legge in un’intervista al generale Maurizio Boni dove afferma che siamo di fronte a un conflitto provocato facendo saltare i tavoli negoziali per perseguire disegni egemonici di Israele nell’area, calpestando la Carta delle Nazioni Unite.
Liquidare, poi, tutto questo come una questione di "opinioni diverse", come fatto dalla consigliera Piccoli, è un esercizio di relativismo pericoloso. Di fronte all'aggressione militare e alla distruzione sistematica di infrastrutture civili, non esistono punti di vista. Esiste solo il diritto internazionale e umanitario.
La democrazia non è un vessillo di stoffa da agitare ad effetto, né si esporta con i missili. L’idea che si possa “fabbricare” la democrazia attraverso le bombe non produce cittadini liberi, ma solo morte, milioni di profughi e generazioni di risentimento.
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