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Linea urbana “sperimentale” a Chivasso, sparisce una corsa: “Così non è un servizio”

Critiche sulla sperimentazione: “Non risponde ai bisogni reali dei cittadini”. Nel mirino anche l’impatto sul commercio e il collegamento con il Campus

Linea urbana “sperimentale” a Chivasso, sparisce una corsa: “Così non è un servizio”

Linea urbana “sperimentale” a Chivasso, sparisce una corsa: “Così non è un servizio”

La linea urbana “sperimentale” entra nel dibattito politico di Palazzo Santa Chiara con un interrogativo che è tutto fuorché tecnico: a chi serve davvero questo servizio?

A sollevarlo sono i consiglieri Claudia Buo di" LiberaMente Democratici" e Bruno Prestìa di "Per Chivasso", che con una nuova interrogazione mettono sotto osservazione la riorganizzazione del trasporto pubblico urbano approvata dalla Giunta a fine gennaio. Una scelta che, nei fatti, ha cancellato un riferimento consolidato per molti utenti: la corsa pomeridiana delle 17:00 della Linea Blu.

Nel documento, i consiglieri ricostruiscono puntualmente cosa è cambiato: “con deliberazione della Giunta Comunale n. 14 del 29 gennaio 2026 è stata approvata una sperimentazione […] della durata di sei mesi” con l’obiettivo dichiarato di adeguare il servizio alle esigenze dei cittadini

Ma è proprio su questo punto che si apre la frattura. Perché la nuova organizzazione, più che un potenziamento, appare come una riduzione.

“La deliberazione prevede la soppressione della corsa della Linea Blu delle ore 17:00 […] da cui prende avvio una nuova linea sperimentale […] La nuova linea consiste di fatto in una sola corsa giornaliera in sola andata, senza alcuna previsione di ritorno”

Una sola corsa. Senza ritorno. È qui che l’impianto scricchiola.

Buo e Prestìa lo dicono senza giri di parole: “Una linea strutturata in questo modo appare difficilmente configurabile come un reale servizio di mobilità urbana”.

Claudio Castello, sindaco di Chivasso

Il problema non è solo la frequenza. È la funzione stessa del servizio. Un autobus che porta fuori dal centro ma non consente di rientrare non è mobilità: è un collegamento monco.

E le criticità si moltiplicano: “Collega il centro cittadino con alcune polarità periferiche […] senza prevedere la possibilità per gli utenti di rientrare in centro”

Non solo. La scelta rischia di produrre effetti economici indiretti: “Incentiva lo spostamento di cittadini dal centro verso aree commerciali periferiche in un momento in cui le attività economiche del centro storico stanno già attraversando una fase di forte difficoltà”

E ancora, il collegamento con il Campus delle Associazioni viene definito incoerente con gli orari reali di utilizzo: “le attività […] si svolgono a partire dalla mattinata fino a sera, rendendo di fatto inefficace un collegamento che non prevede più passaggi giornalieri e nessuna possibilità di ritorno”.

Ma il nodo politico più rilevante è un altro. Non quello che è stato fatto, ma quello che non è stato fatto.

“Restano irrisolte esigenze di mobilità segnalate da anni […] collegamenti tra la stazione ferroviaria, il Movicentro e le aree industriali PICHI e CHIND”, scrivono Buo e Prestìa.

Qui la distanza tra scelte amministrative e bisogni reali diventa evidente. Perché mentre si introduce una corsa sperimentale senza ritorno, i lavoratori continuano a muoversi a piedi su tratti definiti pericolosi.

L’interrogazione entra quindi nel merito delle responsabilità e delle basi tecniche della decisione. I consiglieri chiedono: “quali analisi dei flussi di mobilità e quali dati di utilizzo del servizio abbiano portato alla scelta”

E soprattutto pretendono trasparenza: “si richiede […] di fornire […] i dati aggiornati sull’utilizzo del servizio […] 2024-2025 e primi 2 mesi 2026”

Numeri su utenti, abbonamenti, biglietti, indicatori di efficacia. In altre parole: la base su cui si dovrebbe costruire qualsiasi scelta pubblica.

Il punto, anche qui, è politico prima che tecnico. Si sta sperimentando davvero un servizio più utile, oppure si sta riorganizzando al ribasso una rete già fragile?

E soprattutto: perché si interviene su una linea esistente, mentre restano scoperte le connessioni che incidono direttamente sulla vita quotidiana – lavoro compreso?

Il rischio è sempre lo stesso. Che la parola “sperimentazione” diventi una formula neutra per coprire scelte che, nella pratica, riducono le possibilità di movimento dei cittadini.

E allora la domanda resta aperta: a chi serve davvero questa linea?

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