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Il sindaco Lo Russo celebra la fine del Ramadan. Applausi e clacson

Il sindaco Stefano Lo Russo invita a “unire le differenze”, ma la città si blocca e l’opposizione attacca: tra dialogo e traffico, la stessa scena raccontata in due lingue

Torino, il giorno dell’Eid tra spiritualità e clacson

Torino, il giorno dell’Eid tra spiritualità e clacson

Ci sono due modi per raccontare la stessa scena: guardare il cielo o imprecare nel traffico. A Torino, puntualmente, si riesce a fare entrambe le cose nello stesso momento.

Da una parte Stefano Lo Russo, che per l’Eid Mubarak parla di essenzialità, di silenzio, di ricerca interiore. Parole ordinate, quasi gentili, che sembrano voler rallentare il tempo in una città che invece, proprio in quel momento, è ferma per davvero. Ma non per meditare.

Dall’altra parte, le auto incolonnate, i clacson, piazza Baldissera che diventa il simbolo involontario di una discussione che si ripete ogni anno uguale a se stessa: la preghiera finisce, la polemica comincia.

Il sindaco sceglie il registro alto. Dice che il Ramadan è un invito a fermarsi, a capire cosa conta davvero, a ritrovare un equilibrio che oggi sembra smarrito. E poi rilancia: unire le differenze, costruire dialogo, tenere insieme una città che cambia. Parole che, prese da sole, non fanno una grinza. Anzi, suonano quasi inevitabili.

Il problema è che la realtà, come spesso accade, non si lascia mettere in ordine così facilmente.

Perché mentre Lo Russo invita a guardarsi dentro, fuori succede che migliaia di persone si muovono tutte insieme, occupano spazi, comprimono tempi, mettono sotto pressione una città che già fatica a reggere la quotidianità. E allora il discorso cambia tono.

Roberto Ravello parla di città bloccata. Non metaforicamente: proprio bloccata. Dice che mentre il sindaco raccontava l’armonia, la città offriva un’altra immagine. E non è difficile credergli, perché chiunque abbia provato ad attraversare Torino in certe ore sa che basta molto meno per mandarla in tilt.

Ancora più netto Enzo Liardo, che evoca quartieri “sotto assedio” e una viabilità incapace di reggere eventi che, per definizione, sono prevedibili. E qui la polemica smette di essere ideologica e diventa quasi amministrativa: non si discute la festa, si discute come la si gestisce.

Ed è esattamente qui che le due narrazioni si incastrano male.

Perché Lo Russo ha ragione quando dice che accogliere richiede impegno, pazienza, responsabilità. Ma proprio per questo, verrebbe da aggiungere, richiede anche organizzazione. Non basta evocare il dialogo se poi il dialogo si traduce in un ingorgo.

Allo stesso modo, l’opposizione ha gioco facile nel fotografare il caos, ma sembra meno interessata a riconoscere che quella partecipazione — così ingombrante, così difficile da gestire — è esattamente la prova concreta di quella città plurale di cui tutti parlano, a giorni alterni, a seconda della convenienza.

E così Torino resta sospesa tra due verità che non si incontrano mai davvero: quella delle intenzioni e quella dei fatti.

Da una parte una città che si racconta aperta, inclusiva, capace di tenere insieme le differenze. Dall’altra una città che, quando le differenze si manifestano davvero, scopre di non avere ancora imparato a gestirle senza andare in affanno.

Il punto, alla fine, non è scegliere tra le due. È capire che esistono entrambe.

E che continuare a fingere il contrario — da una parte o dall’altra — non farà scorrere meglio il traffico. Né, soprattutto, le idee.

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