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Cisgiordania, 36mila palestinesi costretti a lasciare casa: cosa sta succedendo davvero?

Il rapporto dell’ONU denuncia espulsioni forzate, aumento della violenza dei coloni e operazioni militari che svuotano intere aree: numeri, responsabilità e conseguenze sul terreno

Cisgiordania, 36mila palestinesi costretti a lasciare casa: cosa sta succedendo davvero?

Cisgiordania, 36mila palestinesi costretti a lasciare casa: cosa sta succedendo davvero?

All’alba, alla periferia di Hebron, un bambino tiene stretto un peluche seduto su un sacco nero. Attorno, case forzate, porte divelte, finestre distrutte. Le famiglie aspettano in fila sotto il freddo. Non è un episodio isolato. È una scena che si ripete in tutta la Cisgiordania occupata.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), in un anno più di 36.000 palestinesi hanno lasciato le loro case perché costretti. L’agenzia delle Nazioni Unite parla apertamente di “trasferimento forzato”. Nello stesso periodo sono stati registrati 1.732 attacchi da parte di coloni israeliani, con un aumento del 24 per cento rispetto all’anno precedente.

Nel nord della Cisgiordania, le operazioni militari israeliane denominate “Iron Wall” hanno colpito in particolare i campi profughi di Jenin, Tulkarem, Nur Shams e Far’a. Secondo le stime delle agenzie internazionali, queste operazioni hanno contribuito allo sfollamento di circa 32.000 persone. È il movimento interno più ampio dal 1967.

Il rapporto dell’OHCHR descrive uno schema che si ripete soprattutto nelle aree rurali e beduine: la creazione di avamposti di coloni vicino ai villaggi palestinesi, le restrizioni all’accesso a terra e acqua, le incursioni violente, i danneggiamenti. Poi le famiglie se ne vanno. Il 29 gennaio 2026, l’ufficio delle Nazioni Unite nei territori palestinesi ha ribadito che il trasferimento forzato può costituire un crimine di guerra e, in alcune condizioni, un crimine contro l’umanità.

Il riferimento giuridico è l’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta lo spostamento forzato della popolazione sotto occupazione. La stessa norma è richiamata nel dibattito internazionale sugli insediamenti israeliani, considerati illegali da gran parte della comunità internazionale. Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha definito illegale la presenza di Israele nei territori occupati e ha chiesto la fine dell’occupazione nel più breve tempo possibile. Il parere non è vincolante, ma pesa sul piano politico e giuridico.

Sul terreno, la pressione è quotidiana. Nel gennaio 2026 quasi 700 persone hanno abbandonato le proprie case a causa delle violenze dei coloni. Nei mesi successivi il numero degli sfollati ha superato le 900 unità. Nei campi del nord, l’esercito israeliano (IDF) ha condotto operazioni prolungate con arresti, sequestri di armi e demolizioni. Le autorità israeliane parlano di azioni necessarie contro gruppi armati e infrastrutture terroristiche. Organizzazioni umanitarie e osservatori indipendenti segnalano invece danni diffusi alle abitazioni e alle infrastrutture civili.

L’Associated Press ha documentato la distruzione o il grave danneggiamento di almeno 850 edifici nei campi di Nur Shams, Jenin e Tulkarem in undici mesi. Human Rights Watch ha parlato di possibile crimine contro l’umanità in relazione allo svuotamento di alcuni campi.

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Nel suo rapporto, l’OHCHR usa l’espressione “espulsione di massa” e collega la violenza dei coloni a una strategia più ampia che include l’espansione degli insediamenti, la dichiarazione di terre come proprietà statale e la frammentazione del territorio palestinese. Alcuni osservatori parlano del rischio di una pulizia etnica progressiva.

Il governo israeliano respinge queste accuse. Il ministro della Difesa Israel Katz ha sostenuto che le operazioni hanno ridotto il numero di attacchi e rafforzato la sicurezza. L’IDF, insieme allo Shin Bet e alla Polizia di Frontiera, ha descritto le operazioni come necessarie per impedire che i campi diventino basi per gruppi armati.

Intanto la pressione internazionale è aumentata. L’Unione Europea ha imposto sanzioni mirate contro individui e gruppi coinvolti nelle violenze dei coloni e ha ribadito che gli insediamenti sono illegali. Il Regno Unito, insieme a paesi come Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia, ha adottato misure simili e ha colpito anche esponenti del governo israeliano accusati di incitamento alla violenza.

Sul piano amministrativo, il territorio continua a cambiare. Nel 2024 Israele ha dichiarato come proprietà statale una vasta area nella Valle del Giordano, la più estesa degli ultimi decenni. All’inizio del 2026, organizzazioni non governative hanno denunciato nuove procedure che facilitano la registrazione delle terre a favore degli insediamenti.

Il costo umano è evidente. Dal 7 ottobre 2023, secondo dati delle Nazioni Unite ripresi dalla stampa internazionale, almeno 1.071 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania da militari e coloni. Nel marzo 2026 la morte di quattro membri della famiglia Bani Owda, tra cui due bambini, nei pressi di Tubas, ha riacceso le polemiche. Amnesty International ha parlato di possibili esecuzioni extragiudiziali.

Le conseguenze si vedono nella vita quotidiana. Strade distrutte, accesso limitato all’acqua, scuole e ospedali difficili da raggiungere, ambulanze bloccate. In molti casi le evacuazioni definite temporanee sono diventate definitive. Tornare indietro non è più possibile.

Il quadro che emerge è quello di una crisi strutturale. Da una parte Israele rivendica esigenze di sicurezza. Dall’altra, le organizzazioni internazionali denunciano violazioni del diritto umanitario e un uso sproporzionato della forza. I numeri — 36.000 sfollati in un anno e oltre 1.700 episodi di violenza dei coloni — indicano una tendenza che non si arresta.

Il diritto internazionale stabilisce regole precise: il trasferimento forzato è vietato, gli insediamenti sono illegali, gli Stati terzi non devono sostenere situazioni considerate illegali. Sul terreno, però, queste norme si scontrano con una realtà che cambia rapidamente. Ogni casa abbandonata, ogni campo svuotato, ogni nuova costruzione sposta l’equilibrio. È lì che si misura oggi il futuro della Cisgiordania e la tenuta delle regole internazionali.

Fonti: Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR); Nazioni Unite; Corte Internazionale di Giustizia (CIG); Associated Press; Human Rights Watch; Amnesty International; comunicazioni ufficiali del governo israeliano e dell’IDF; Unione Europea; Regno Unito.

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