AGGIORNAMENTI
Cerca
Attualità
17 Marzo 2026 - 23:03
Massimiliano De Stefano e Andrea Cantoni
La bandiera arriva prima del punto, della virgola e perfino del buonsenso. Ad un certo punto, l’altra sera, in consiglio comunale, Andrea Cantoni l’ha srotolata sui banchi del consiglio comunale, si spera non a uso e consumo della telecamera in streaming.
De Stefano si domanda se si può e lui si gira, lo guarda negli occhi, non lo fulmina ma quasi, e poi Zac!
“Sì chi si può, collega, l’articolo 75 del Regolamento prevede che è vietata l’esposizione di manifesti e striscioni, non di bandiere”.
Eddai... Figuriamoci se Cantoni si faceva prendere in castagna su questa cosa qui, facendo esplodere l’ira funesta del presidente del consiglio Luca Spitale....
“Questa bandiera io orgogliosamente la rivendico, per me è manifesto” aggiunge.
In discussione un ordine del giorno, presentato dal centrista Massimiliano De Stefano. Un piccolo trattato geopolitico scritto con quella solennità per cui Ivrea, come spesso accade, sembra doversi caricare sulle spalle l’intera architettura del pianeta.
Un testo per denunciare l’“autoritarismo predatorio”, il progetto politico incarnato da Trump, l’uso sistematico dei dazi, la guerra contro l’Iran, il declino del diritto internazionale, il multilateralismo ferito, le sofferenze umane e la responsabilità delle comunità locali come presidio della democrazia. Più dell’Onu meglio dell’Onu...
De Stefano spiega che Ivrea non cambierà le cose ma almeno si esprime, che “non possiamo mica dire che Trump è il nostro amico”, che un paese amico non espone a rischi giganteschi sulla crisi energetica e finanziaria, e che il suo ordine del giorno non è ideologico perché “guarda i fatti” che però è una di quelle frasi che in politica significano esattamente il contrario: quando uno precisa di non essere ideologico, è già al terzo piano dell’ideologia e sta cercando parcheggio.
Da qui in avanti largo alle dichiarazioni convergenti
Barbara Manucci, citando Sandro Pertini e poi Norberto Bobbio, prova a tenere insieme diritto internazionale, diplomazia, multilateralismo e identità morale. Fa capire che il bersaglio è un’idea della politica estera ridotta a rapporti di forza, pressioni economiche e minacce militari.
Andrea Gaudino mette in guardia dal rischio dell’assuefazione, dalla normalizzazione del disastro, dall’abitudine a un presidente degli Stati Uniti che “un giorno si sveglia e attacca il Venezuela” e quello dopo “inizia una guerra con l’Iran”.
Vanessa Vidano confessa ansia, inquietudine, l’impressione che nessuno capisca davvero dove stia andando il mondo, e che nemmeno chi ha acceso il fiammifero sappia bene cosa farne.
Tutti parlano della guerra come se la stessero guardando dal finestrino di un regionale in ritardo, impotenti ma loquaci.
Poi però prende la parola Andrea Cantoni, e il consiglio cambia genere: non più istituzionale, ma romanzo d’appendice, arringa da social in giacca e microfono. Comincia con una frase che da sola merita il tempo trascorso davanti al Pc aspettando qualcosa che assomigliasse anche solo lontanamente ad una notizia.
“Devo ammettere che quando ho letto l'ordine del giorno nella sua formulazione finale, ho pensato al collega De Stefano vittima di un qualche tipo di possessione demoniaca da parte del collega Gaudino per arrivare a sentire parlare di autoritarismo predatorio. Sinceramente, in questo contesto mi sembrava qualcosa di allucinante... Io con l’Iran non voglio condividere alcun tipo di regole di gioco, men che meno con questo Iran”.
A quel punto il discorso non è più su Trump, non è più sui dazi, non è più nemmeno sulla mozione: è sulla morale bellica, sulla libertà esportata a colpi d’aviazione, sulla superiorità dell’Occidente, e sul piacere quasi fisico di dirsi scandalizzati dalla scandalizzazione altrui.
Cantoni infatti non si limita a contestare: rilancia. Dice che criticare l’azione di Trump su Venezuela e Iran dimostra “una spocchia, una superiorità morale che grida vendetta” di fronte a “migliaia, se non milioni, di persone che stanno gioendo per questi interventi”.
E poi consegna all’aula il suo capolavoro teorico: “La libertà si conquista anche con le bombe? Talvolta purtroppo sì. Quindi perdonatemi ma io non posso continuare il mio intervento senza far vedere che sono dalla parte giusta”.
Ecco allora la bandiera.
Da qui in avanti Cantoni parla di “Iran libero che vuole finalmente ritrovare la libertà che ha perduto per colpa del criminale regime iraniano”, aggiunge “bisogna sapersi schierare”, e poi perfino un augurio metafisico che dà la misura dell’atmosfera: “non basta dire che siamo contro l’uccisione di Khamenei, possa bruciare all’inferno”.
Non pago, punta Barbara Manucci per aver ricordato il ruolo di Benjamin Netanyahu nell’escalation mediorientale, e le rinfaccia il conto alla rovescia per la distruzione dello Stato di Israele esposto a Teheran: “Collega Manucci, ma si ricorda che a Teheran, in una piazza, era esposto il conto alla rovescia per la distruzione dello Stato di Israele?”.
Tutto il suo discorso ruota lì, nella vecchia e comodissima riduzione binaria per cui se non applaudì il bombardamento devi per forza amare gli ayatollah, se non abbracci Trump allora odi l’Occidente, se chiedi prudenza sei già un complice dell’oscurantismo. È il trucco più antico del mondo, ma in aula continua a fare effetto.
Il centrosinistra si ribella, e anche qui con sfumature interessanti. De Stefano replica secco: “Bene, quindi lei crede nella buona fede di Donald Trump”. Subito dopo affonda (“forse per lei è un premio Nobel per la pace, per me no...”) e ricorda le bombe e le “138 bambine” morte.
Manucci torna sul tema della ribellione delle donne iraniane, rivendica di aver seguito la vicenda, riconosce la brutalità del regime, ma diffida dall’idea che Trump sia davvero lì per liberare qualcuno.
Emanuele Longheu chiede a Cantoni se in casa guardi il poster di Trump o quello del Papa e nel dibattito infila il racconto di un afghano che gli spiegava come i bambini giocassero a pallone mentre nei quartieri accanto si sparava: il modo migliore per dire che l’orrore, quando diventa normale, smette perfino di fare notizia.
Il centrodestra, però, non è tutto Cantoni e basta. E' anche Elisabetta Piccoli che prova a occupare quella terra di mezzo che in aula di solito finisce sotto il fuoco amico di entrambi gli schieramenti.
Dice di conoscere Cantoni di sapere che ha “anche queste iniziative”, e in un passaggio quasi pedagogico arriva perfino a giustificare la bandiera, “da un certo punto di vista”, per la difesa dei diritti del popolo iraniano. Contemporaneamente prende le distanze da Trump, rifiuta di farne un mito, ricorda i legami dell’Iran con Hamas e Hezbollah, insiste sul carattere non democratico del regime degli ayatollah. Alla fine, un colpo di qua e uno di là non ci si capisce più nulla.
A questo punto Cantoni torna in campo come un attaccante a cui hanno appena servito il contropiede. Se De Stefano gli dice che Trump non è un Nobel per la pace, lui risponde con "un precedente illustrissimo come Barack Obama che ha bombardato esattamente sette paesi e il premio Nobel per la pace l’ha ricevuto”.
E poi la stoccata al consiglio stesso: “Alla NATO quando hanno letto questo ordine del giorno si è scatenato il caos generale e sono crollati tutti i capisaldi dell’ordinamento occidentale”.
Il lato più comico, o più malinconico, della serata. Tutti hanno parlato di diritto internazionale. Tutti hanno detto di stare dalla parte della libertà, ma ognuno con una geografia morale incompatibile con quella dell’altro.
Tutti hanno evocato i diritti umani, le sofferenze dei civili, la responsabilità della politica, ma nessuno ha davvero rinunciato alla tentazione di usare l’Iran, Trump, Netanyahu, l’Occidente, l’Europa e perfino Pertini come armi da cortile.
La bandiera srotolata da Andrea Cantoni non è stata un incidente della discussione: ne è stata il riassunto perfetto.
Un consiglio comunale convocato per prendere posizione su Trump ha finito per diventare un referendum sul modo in cui ciascuno desidera specchiarsi nella Storia.
E così, alla fine, Ivrea non ha deciso il destino dell’Iran, non ha corretto Trump, non ha frenato Netanyahu, e probabilmente non ha nemmeno chiarito a se stessa dove finisca la politica estera e dove cominci la recita. Ha però ottenuto quel che oggi conta davvero: una scena. Una bandiera sui banchi, accuse di “pagliacciata”, appelli alla moderazione, al diritto, alla libertà, all’Occidente, alla pace, e una quantità di parole così definitive da lasciare intendere che nessuno, in realtà, sapesse bene come tenere insieme i fatti con la propria coscienza.
In questo, bisogna dirlo, il consiglio comunale di Ivrea è stato un piccolo capolavoro di fedeltà al tempo presente: si parte da un ordine del giorno, si passa per la “possessione demoniaca”, si approda all’“autoritarismo predatorio del Consiglio Comunale”, e ci si lascia con la rassicurante certezza che su tutto, purché abbastanza lontano e tragico, si possa sempre litigare come se la verità dipendesse dall’ultimo a prendere il microfono.
La verità? C'è che alla fine, la mozione su Trump è stata inghiottita dalla guerra, dall’Iran, dalla solita divisione sul senso della forza. E c'è da aggiungere che tra gli impegni votati c’è anche quello di trasmettere la mozione all’ambasciata degli Stati Uniti d’America.
Insomma: cn consiglio comunale che prende posizione, si divide, si accusa — e poi decide di farlo sapere direttamente a Washington. È il paradosso della politica locale quando incontra la geopolitica.
E quando le parole non bastano più, tira fuori una bandiera.
Edicola digitale
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.