AGGIORNAMENTI
Cerca
16 Marzo 2026 - 14:32
Gian Luca Artizzu
Il nucleare, in Italia, è come certe discussioni di famiglia: si chiudono con un referendum e poi tornano puntualmente a tavola alla prima occasione. Basta una crisi energetica, una guerra o una bolletta troppo alta. Stavolta la miccia si accende a Milano, dove l’amministratore delegato di Sogin Gian Luca Artizzu ha parlato dell’atomo come di «un’opportunità enorme» per l’Europa. Non solo per la decarbonizzazione, ma per la competitività industriale. Un ragionamento che guarda al futuro dell’energia. E che in Piemonte ha riaperto una polemica molto più concreta: quella della centrale di Trino.
Tra le reazioni più dure c’è quella di Alberto Deambrogio, segretario regionale per Piemonte e Valle d’Aosta di Rifondazione Comunista.
«Le dichiarazioni dell’AD di Sogin, Gian Luca Artizzu, rilasciate a Milano - commenta - suonano come una provocazione inaccettabile per il Piemonte e, in particolare, per il territorio di Trino Vercellese».
«Parlare di “opportunità enorme” e di “svolta storica” significa ignorare deliberatamente la realtà che viviamo da decenni. A Trino, dove ancora si gestisce l’eredità pesante e mai risolta della vecchia centrale Enrico Fermi, sappiamo bene che il nucleare non è il futuro, ma un’ipoteca infinita sul territorio».

Il punto, per Deambrogio, non è soltanto energetico. È storico, territoriale e, inevitabilmente, politico.
«Siamo di fronte a una tecnologia che non ha risolto il problema dei rifiuti radioattivi: Sogin, che dovrebbe smantellare, parla di costruire. È un paradosso grottesco».
Il ragionamento è lineare: chi da anni è impegnato a chiudere il capitolo nucleare italiano torna oggi a parlarne come se la storia potesse ricominciare da capo.
E così la critica si allarga.
«L’idea che il nucleare aiuti la competitività industriale è un mito smentito dai fatti. La transizione energetica deve basarsi sulla democrazia energetica, sulla riduzione dei consumi e sulle rinnovabili, che sono veloci, sicure e già oggi meno costose. Il nucleare ha tempi di realizzazione biblici, tra i quindici e i vent’anni, e costi che ricadono interamente sulle bollette dei cittadini e sulle tasse, come dimostrano i fallimenti finanziari dei reattori EPR in Europa».
Poi arriva il capitolo d’oltralpe, spesso evocato come esempio virtuoso.
«Artizzu cita la Francia ma omette di dire che il modello francese è in crisi profonda, con reattori fermi per corrosione e un debito pubblico energetico spaventoso. Presentare il nucleare come “green” perché produce poca CO₂ è un’operazione di puro greenwashing».
La conclusione non lascia molto spazio alla diplomazia.
«Rifondazione Comunista Piemonte continuerà a opporsi a questa deriva centralista e autoritaria che vuole imporre nuove servitù nucleari sopra la testa dei cittadini. La vera modernità non è rincorrere il sogno infranto del secolo scorso, ma investire nell’efficienza e in un mix 100% rinnovabile, lasciando Trino e il Vercellese liberi da nuovi incubi radioattivi».
A Milano il convegno dedicato al futuro dell’energia partiva da una domanda più politica che tecnica: l’Europa vuole restare una potenza industriale oppure rassegnarsi all’irrilevanza energetica?
La risposta, per il numero uno di Sogin, passa anche dall’atomo.
Il ragionamento di Artizzu segue una linea piuttosto chiara. Le grandi crisi energetiche – dallo shock petrolifero della guerra del Golfo alla crisi finanziaria del 2008, fino alle tensioni geopolitiche più recenti, dalla guerra in Ucraina ai bombardamenti in Medio Oriente – riportano sempre allo stesso punto: la fragilità energetica dell’Europa. E dell’Italia in particolare.
Un Paese che, dopo il referendum del 2011, ha scelto di non tornare al nucleare ma è rimasto legato a petrolio e gas.
Per questo Artizzu ha accolto con favore le parole del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin al vertice nucleare di Parigi, dove l’Italia ha aderito all’impegno internazionale per triplicare la capacità nucleare globale.
Il punto, nella sua analisi, non è sostituire le fonti energetiche ma affiancarle. Costruire un mix.
Perché la domanda di energia, semplicemente, crescerà. Secondo le previsioni citate nel suo intervento, entro il 2050 i consumi potrebbero raddoppiare. Da 300 a 600 terawattora l’anno. Industria, mobilità elettrica e data center sono le tre parole chiave di questo futuro energetico.
E in questo scenario il nucleare, sostiene Artizzu, ha tre caratteristiche difficili da sostituire: produce poche emissioni di CO₂, garantisce continuità nella produzione e ha cicli di vita molto lunghi. Una centrale può funzionare fino a ottant’anni.
C’è poi quello che lo stesso Artizzu definisce il paradosso italiano: il Paese non ha centrali attive ma resta uno dei principali attori della filiera nucleare europea.
L’Italia, ricorda, è considerata la seconda industria nucleare del continente. Le aziende ci sono, ma lavorano soprattutto all’estero. E il Politecnico di Milano ospita la più grande scuola di ingegneria nucleare d’Europa.
Tutto chiaro. Tutto cristallino.
Intanto però sul territorio restano le tracce del passato: quattro centrali dismesse – Trino, Caorso, Latina e Garigliano – più diversi siti del ciclo del combustibile e il reattore sperimentale di Ispra.
Tutti sotto la gestione di Sogin, la società pubblica incaricata dello smantellamento.
Il lavoro, spiega Artizzu, è arrivato a circa metà del percorso.
Ma chiudere le vecchie centrali non significa che non se ne possano costruire di nuove.
Dal punto di vista tecnico – dice – sarebbe possibile realizzare anche in Italia i cosiddetti Small Modular Reactors, reattori modulari di nuova generazione. Impianti più piccoli, teoricamente più flessibili, che potrebbero essere collocati anche vicino a grandi infrastrutture energivore come i data center.
Il calore prodotto dagli impianti potrebbe essere riutilizzato per serre, industrie alimentari o altre attività produttive. E con le tecnologie di quarta generazione, sostiene Artizzu, si potrebbero alimentare anche acciaierie e grandi imprese energivore.
Il messaggio finale è netto.
«Da un punto di vista tecnico possiamo iniziare domattina».
Il problema, naturalmente, non è tecnico.
È tutto il resto.
In Italia il nucleare non è mai stato soltanto una tecnologia. È una memoria, un referendum, una paura e una promessa mancata. E ogni volta che torna nel dibattito pubblico riapre la stessa domanda: energia o rischio?
A Trino la risposta, almeno per una parte della politica, è rimasta la stessa.
Da quarant’anni.
Edicola digitale
I più letti
Ultimi Video
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.