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15 Marzo 2026 - 14:55
Foto di repertorio
A Bologna e in diverse città dell’Emilia-Romagna la distribuzione di pipe riutilizzabili in alluminio per fumare crack è già realtà da circa due anni. Si tratta di una sperimentazione avviata con l’obiettivo dichiarato di ridurre i rischi sanitari per i consumatori di sostanze e allo stesso tempo avvicinarli ai servizi socio-sanitari. Il tema è tornato al centro del dibattito politico nazionale dopo le polemiche scatenate da una proposta simile avanzata dal Partito Democratico di Torino.
Il progetto, che rientra nelle politiche di riduzione del danno, è attivo non solo nel capoluogo emiliano ma anche in altre città della regione, tra cui Parma, Piacenza e Reggio Emilia. L’iniziativa prevede la distribuzione di dispositivi in alluminio riutilizzabili destinati ai consumatori di crack, con l’obiettivo di limitare i rischi sanitari legati all’uso di strumenti improvvisati o contaminati e di favorire il contatto tra i consumatori e i servizi di assistenza.
Il tema aveva già acceso uno scontro politico la scorsa estate. In agosto, infatti, Fratelli d’Italia presentò un esposto alla Corte dei Conti chiedendo di verificare se i 3.500 euro stanziati dal Comune di Bologna per l’acquisto delle pipe potessero configurare un danno erariale. Contestualmente fu depositata anche una denuncia per istigazione al consumo di sostanze psichedeliche.

Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, difese pubblicamente la scelta dell’amministrazione spiegando le motivazioni dell’intervento sanitario. «Se le persone muoiono in strada per la droga noi non possiamo girarci dall'altra parte. Ecco perché noi abbiamo voluto investire su un programma di sanità pubblica», dichiarò il primo cittadino nel pieno della polemica.
A rendere ancora più attuale il dibattito sono anche i dati sull’uso della sostanza nel territorio. Secondo il Rapporto sulle dipendenze patologiche nell’area metropolitana di Bologna, redatto dall’Osservatorio epidemiologico dipendenze dell’Ausl, il numero di persone prese in carico che assumono crack è aumentato sensibilmente in un solo anno.
I casi seguiti dai servizi sono infatti passati da 353 nel 2023 a 456 nel 2024. La maggioranza dei consumatori è composta da uomini, circa il 75%, con un’età media di 45 anni, anche se negli ultimi tempi si registra una crescita del numero di donne coinvolte.
Il caso Bologna, dunque, continua a dividere la politica tra chi considera la distribuzione di strumenti più sicuri una misura sanitaria necessaria per ridurre i rischi e chi invece la interpreta come un segnale sbagliato nella lotta alle droghe. E la discussione, riaccesa dalle polemiche torinesi, sembra destinata a proseguire.
Il crack è una sostanza estremamente pericolosa, addirittura più della cocaina, e la distribuzione di pipette per il suo consumo nell’ambito delle politiche di riduzione del danno rischia di essere inefficace. A sostenerlo è Massimo Clerici, professore di Psichiatria all’Università Bicocca di Milano e presidente della Società italiana di psichiatria delle dipendenze, intervenuto sull’argomento in un commento all’ANSA.
Secondo l’esperto, il crack rappresenta una delle forme più aggressive di sostanze stupefacenti oggi diffuse. «Il crack è una forma grezza di cocaina che può essere inalata oltre che assunta per via endovenosa ed ha una grande rapidità nell'arrivare al cervello e nel determinare i suoi effetti. E' una sostanza stimolante e come tale influisce sui centri del sistema nervoso centrale, nella zona frontale del cervello che è quella che regola gli aspetti cognitivi ma soprattutto gli aspetti dell'impulsività e del discontrollo», spiega Clerici.
Gli effetti della droga, sottolinea lo psichiatra, possono essere molto gravi proprio per la rapidità con cui agisce sul cervello. «Quindi inevitabilmente, come la cocaina, ma moltiplicato in termini di potenza e rapidità di efficacia, è una sostanza molto pericolosa. Infatti ha come conseguenza proprio questi comportamenti di impulsività e perdita di controllo che sono poi quelli che colleghiamo di solito a omicidi, femminicidi, incidenti d'auto. Il crack si conosce ormai da anni ed è una sostanza molto utilizzata».
Per quanto riguarda la distribuzione di pipette da crack come misura di riduzione del danno, adottata ad esempio in Emilia-Romagna, lo psichiatra esprime forti dubbi sulla sua utilità. «Così si dà ad un cocainomane la possibilità di utilizzare più facilmente una sostanza pericolosa senza che si abbia, in questo caso, alcuna riduzione del danno», afferma.
Il paragone, secondo Clerici, con altri strumenti di prevenzione come il metadone non regge. «Se infatti il metadone, distribuito per ridurre la dipendenza dall'eroina, permette ad un tossicodipendente di avere una somministrazione al giorno e di coprire un periodo lungo di oltre 48 ore senza l'utilizzo della sostanza stupefacente – spiega Clerici – con la cocaina ed il crack questo non è realizzabile e chi fa uso di pipette usa comunque le stesse quantità di sostanze che assumeva in precedenza».
Il problema, secondo l’esperto, è che chi riceve queste pipette non viene inserito in un percorso di cura. «I soggetti che ricevono queste pipette, cioè, non sono poi collegati ad una strategia di disintossicazione e non c'è una riduzione del danno, perchè la cocaina è molto più difficile da sdradicare rispetto all'eroina e agli oppiacei poichè non ci sono farmaci che abbiano efficacia su di essa».
Per intercettare i consumatori di crack, conclude lo psichiatra, sarebbe necessario rafforzare altri strumenti di intervento sul territorio. «Ciò dovrebbe essere fatto non attraverso la distribuzione delle pipette ma facendo funzionare meglio i servizi e andando nei luoghi di consumo, ad esempio attraverso i camper itineranti o andando con gli operatori nelle discoteche». E aggiunge un’ultima avvertenza: «La distribuzione delle pipette non credo possa avere un effetto positivo a lungo termine. Ed inoltre si rischia di trasmettere l'idea che si possa lasciare più spazio alla possibilità di autorizzare l'uso di droghe e questo può essere molto pericoloso».
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