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14 Marzo 2026 - 18:15
Una lettera d’amore spedita all’Università: “Potete darla a quel ragazzo?”
Certe storie minuscole riescono ancora a infilarsi tra i faldoni della burocrazia universitaria, che è un posto dove normalmente le emozioni non hanno cittadinanza. E infatti la scena è questa: Dipartimento di Studi Umanistici, Università di Torino, una mail che arriva nella casella istituzionale. Non è la solita domanda sul piano carriera, non è un reclamo per un esame, non è nemmeno la classica richiesta disperata di proroga. È una lettera d’amore.
Più precisamente: è la richiesta di recapitare una lettera d’amore.
Una studentessa scrive all’università per sapere se sia possibile consegnare una lettera a un ragazzo iscritto a Scienze della Comunicazione. Il problema è che lei non ha il suo indirizzo di casa. E chiederlo, spiega con una logica perfettamente romantica, rovinerebbe la sorpresa. Allora domanda se sia possibile inviarla all’ateneo: nel caso, qualcuno potrebbe inoltrarla?
Ora, bisogna immaginare la scena. Da una parte una studentessa che crede ancora nelle lettere — cioè in una tecnologia sentimentale che precede le app di incontri, le spunte blu e le storie su Instagram. Dall’altra parte l’università, che è un organismo costruito per gestire moduli, privacy, protocolli e circolari, non per fare da postino del cuore.
Il direttore del dipartimento, Alessandro Mengozzi, ha raccontato l’episodio con una certa tenerezza: “Particolare e simpatico”. Ma anche con la prudenza amministrativa che governa ogni istituzione: non abbiamo risposto, per non alimentare attenzioni non desiderate. E soprattutto: non era mai successo.
Il che, a pensarci, è forse la parte più sorprendente della storia. Non tanto la lettera — perché le lettere esistono da secoli — quanto il fatto che nel nostro tempo iperconnesso qualcuno provi ancora a far arrivare i sentimenti con la lentezza della carta. Non un messaggio su WhatsApp, non un cuore su TikTok, non una reazione a una storia. Una lettera.
Una lettera vera. Con una busta, forse una calligrafia pensata, forse qualche parola cancellata e riscritta. Una lettera che richiede tempo: per scriverla, per ripensarla, per decidere se imbucarla davvero. Che è esattamente l’opposto di ciò che accade oggi quando ci si dichiara con un messaggio mandato alle due di notte e poi, al mattino, magari ci si pente.
Le lettere d’amore hanno sempre avuto questa caratteristica: costringono a prendersi sul serio. Una volta scritte, restano. Non si cancellano con “elimina per tutti”.
E dunque questa studentessa, con una logica romantica e allo stesso tempo perfettamente razionale, ha pensato di risolvere il problema pratico — non conosco il suo indirizzo — rivolgendosi alla grande macchina universitaria. In fondo l’università sa tutto: matricole, iscrizioni, dipartimenti, corsi, esami. Possibile che non sappia anche dove recapitare una lettera?
È qui che il romanticismo incontra la burocrazia.
Perché l’università è fatta di regolamenti, di privacy, di protocolli, di procedure pensate proprio per evitare che qualcuno possa accedere con troppa facilità alle informazioni degli altri. È un luogo dove ogni cosa ha un iter, un ufficio competente, un modulo da compilare. Non esiste, tra i servizi dell’ateneo, la voce “consegna lettere d’amore”.
Così il dipartimento ha fatto ciò che fanno tutte le istituzioni quando si trovano davanti a qualcosa di umano: ha scelto la prudenza. Nessuna risposta, nessun coinvolgimento. Anche per evitare — giustamente — che un gesto romantico si trasformi in un’attenzione non desiderata.
Fine della storia amministrativa.
Ma non della storia.
Perché da qualche parte, probabilmente, quella lettera esiste ancora. Forse è rimasta nella borsa della studentessa, forse è stata infilata in un cassetto, forse attende un’altra strategia logistica. Il romanticismo, si sa, deve spesso fare i conti con la geografia.
E poi c’è un dettaglio che rende tutto più curioso: il ragazzo studia Scienze della Comunicazione. Che è, tra le altre cose, la disciplina che studia proprio i modi in cui i messaggi arrivano a destinazione. I canali, i media, i codici. In questo caso il problema è molto concreto: il messaggio esiste, il destinatario pure. Manca il canale.
Se fosse un esercizio universitario, sarebbe perfetto.
In realtà è soltanto una piccola storia torinese che racconta qualcosa di più grande. Racconta che in un’epoca in cui ci si incontra scorrendo profili e ci si lascia smettendo di rispondere ai messaggi, qualcuno pensa ancora che per arrivare a una persona basti una lettera.
Anche se indirizzata, per errore, alla segreteria.
E forse è proprio questo il dettaglio più bello. Perché dentro quella mail inviata al dipartimento c’è un’ingenuità che non si vede quasi più: l’idea che le istituzioni possano, ogni tanto, aiutare anche nelle faccende del cuore.

Naturalmente non funziona così. Le università insegnano filosofia, letteratura, storia, linguistica. Ma l’amore resta una materia senza segreteria.
E tuttavia resta l’immagine di questa studentessa che prova a usare l’università come un gigantesco ufficio postale romantico. È un gesto un po’ ingenuo, un po’ ostinato, decisamente fuori tempo massimo.
Ed è proprio per questo che fa sorridere. Perché, tra Tinder e algoritmi, qualcuno ha ancora pensato che per arrivare a una persona servisse solo una lettera.
E un po’ di complicità amministrativa. Che però, come sappiamo, non è prevista dal regolamento.
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