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14 Marzo 2026 - 17:27
Dall’Iran a Torino per studiare e lavorare: ma la sua famiglia è bloccata dalla burocrazia
TORINO — Per oltre un anno la loro vita è rimasta sospesa tra controlli sul portale della Questura, e-mail inviate senza ricevere risposte e la sensazione di essere rimasti intrappolati in una pratica burocratica che sembrava non arrivare mai a conclusione. Una storia che nei giorni scorsi era diventata pubblica attraverso l’appello di un ingegnere iraniano residente a Torino e che oggi trova una spiegazione ufficiale da parte della Questura del capoluogo piemontese. Nel frattempo la vicenda si è anche conclusa: il permesso di soggiorno richiesto è stato rilasciato.
Il protagonista della storia è Mohsen Khezli, cittadino iraniano arrivato in Italia nel 2019. Come molti giovani stranieri aveva scelto Torino per studiare al Politecnico, dove ha conseguito una laurea magistrale in Ingegneria Informatica e Reti Informatiche. Un percorso impegnativo che, una volta terminati gli studi, lo ha portato a restare in città per lavorare. Oggi Mohsen è impiegato nel settore dell’Information Technology in un’azienda italiana, ha un contratto stabile da quasi tre anni e conduce la vita di molti professionisti stranieri che contribuiscono ogni giorno all’economia del Paese.
Con una posizione lavorativa consolidata era arrivato anche il momento di fare un passo importante: riunire la propria famiglia. Circa un anno e mezzo fa Mohsen aveva quindi avviato la procedura di ricongiungimento familiare, che consente ai cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia di far arrivare nel Paese i propri familiari. La procedura si era conclusa positivamente e la moglie e il loro bambino di quattro anni erano arrivati a Torino per iniziare una nuova vita insieme.
Ma proprio da quel momento era iniziata una lunga attesa. Per la moglie era stata presentata la richiesta di permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare, documento indispensabile per poter vivere e lavorare regolarmente in Italia. Con il passare dei mesi, però, la pratica risultava ancora “in lavorazione”.
Nel frattempo Mohsen aveva provato a ottenere informazioni in ogni modo possibile. Aveva inviato diverse comunicazioni tramite PEC alla Questura, controllato più volte il portale online dedicato alle pratiche, si era recato allo sportello informazioni della Questura di Torino in via Fratelli Ruffini e aveva contattato anche l’Ufficio Relazioni con il Pubblico. Tre mesi fa aveva persino deciso di rivolgersi a un avvocato per seguire il caso.

Dietro quella pratica amministrativa c’era però una quotidianità fatta di limitazioni molto concrete. Senza il permesso di soggiorno la moglie non poteva lavorare né iscriversi a un corso di studi e non poteva nemmeno aprire un conto bancario personale, dovendo utilizzare quello del marito. Una difficoltà ancora più significativa considerando che l’Iran non è collegato al sistema bancario internazionale.
Eppure anche lei è un’ingegnera con circa quindici anni di esperienza professionale. In questi mesi aveva ricevuto diverse proposte di lavoro in Italia, opportunità concrete che però era stata costretta a rifiutare proprio a causa dell’assenza del documento necessario.
Ma il peso più grande riguardava la famiglia rimasta in Iran. Dal giorno del suo arrivo in Italia la donna non aveva più potuto tornare nel proprio Paese per rivedere i genitori. Senza permesso di soggiorno non è infatti possibile lasciare l’Italia e rientrare regolarmente nel territorio nazionale. Nel frattempo la situazione si era complicata ulteriormente perché la sezione visti del consolato italiano in Iran aveva sospeso le attività, rendendo ogni eventuale viaggio ancora più difficile.
Di fronte a questa situazione, il 10 marzo scorso Mohsen aveva deciso di raccontare pubblicamente la propria storia. Non per polemica, spiegava, ma nella speranza di attirare attenzione su una situazione che coinvolge sempre più spesso famiglie di lavoratori qualificati che scelgono l’Italia per studiare e lavorare.
«Non siamo rifugiati — aveva spiegato —. Siamo persone che hanno studiato in Italia, che lavorano e che contribuiscono alla società pagando le tasse. Chiediamo soltanto di poter vivere una vita normale».
A pochi giorni da quell’appello è arrivata ora la risposta ufficiale della Questura di Torino, che ha ricostruito l’iter della pratica chiarendo le ragioni dei tempi della procedura. Secondo quanto riferito dall’ufficio immigrazione, dopo l’appuntamento per l’acquisizione dell’istanza, avvenuto nell’aprile 2025, la richiedente era stata formalmente informata della mancanza di parte della documentazione necessaria per il buon esito della domanda.
La Questura spiega inoltre che il personale dell’Ufficio Immigrazione avrebbe mantenuto nel tempo numerosi contatti con l’interessata, anche via e-mail, per indicare quali documenti mancassero e permettere il completamento della pratica. Tuttavia la documentazione sarebbe stata integrata solo nei primi giorni di marzo del 2026.
In particolare risultavano ancora mancanti il certificato di matrimonio e l’atto di nascita del figlio. Solo dopo ulteriori contatti formali e telefonici da parte dell’Ufficio Immigrazione, finalizzati ad assistere la cittadina iraniana nella presentazione dei documenti necessari, la pratica è stata finalmente completata.
A quel punto la procedura si è conclusa rapidamente. Secondo quanto comunicato dalla Questura, il permesso di soggiorno è stato rilasciato nello stesso giorno in cui la documentazione è stata definitivamente integrata.
Si chiude così una vicenda che nelle scorse settimane aveva acceso i riflettori sui tempi delle procedure amministrative legate ai permessi di soggiorno. Una storia fatta di attese, chiarimenti e passaggi burocratici che per una famiglia iraniana residente a Torino si conclude con il risultato più atteso: la possibilità di vivere finalmente senza ostacoli amministrativi la propria quotidianità in Italia.
C’è un talento nazionale di cui parliamo poco. Non è la cucina, non è la moda, non è neppure il design. È la capacità straordinaria di far aspettare le persone.
Aspettare senza sapere perché. Aspettare senza sapere quanto. Aspettare senza sapere chi.
La burocrazia italiana è un capolavoro concettuale: non dice mai di no. Sarebbe brutale. Sarebbe persino chiaro. Preferisce qualcosa di più sofisticato: il silenzio.
È una forma di comunicazione molto elegante. Lo Stato tace e il cittadino capisce che deve continuare ad aspettare. Un dialogo muto che dura mesi, a volte anni, e che ha il pregio di non produrre mai una risposta sbagliata. Perché una risposta, semplicemente, non arriva.
Nel frattempo succede una cosa curiosa. Tutti parlano di integrazione, di talenti stranieri, di cervelli da attrarre. Università, imprese, convegni, piani strategici. L’Italia deve diventare più competitiva, più aperta, più internazionale.
Poi qualcuno arriva davvero.
Studia davvero. Lavora davvero. Paga le tasse davvero.
E allora entra in contatto con la vera tradizione nazionale: la pratica che “è in lavorazione”. Una definizione meravigliosa, perché nessuno ha mai visto qualcuno lavorarci, ma tutti sono sicuri che stia accadendo.
È la metafisica amministrativa: la pratica esiste, il tempo passa, la risposta no.
Il paradosso è che nel Paese che si lamenta continuamente di perdere competenze, di non trattenere i giovani, di vedere scappare i professionisti all’estero, quando qualcuno decide di restare lo si accoglie con una delle esperienze più tipicamente italiane: l’attesa senza spiegazioni.
Non è cattiveria. Sarebbe quasi più comprensibile.
È proprio il sistema.
Un sistema in cui le istituzioni parlano molto di efficienza e poi praticano, con ostinata coerenza, l’arte più raffinata della pubblica amministrazione: rimandare.
Perché alla fine la verità è semplice.
In Italia si può studiare. Si può lavorare. Si possono pagare le tasse.
Per vivere normalmente, però, serve ancora un piccolo dettaglio: che qualcuno, da qualche parte, trovi il tempo di prendere una pratica da una pila e mettere un timbro.
E questa, purtroppo, resta l’operazione più difficile.
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