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12 Marzo 2026 - 16:57
Maria Callas, Rudolf Bing ed Eugenio Fernandi, Metropolitan Opera House (New York), 1958.
Come afferma il critico e musicologo Giorgio Gualerzi nella Prefazione al volume Eugenio Fernandi. Un canavesano al Metropolitan (1), quando nel 1954 il cantante scende ufficialmente nell’agone lirico, questo è già occupato da un intenso viavai tenorile. La concorrenza è infatti numerosa e qualitativamente formidabile.
I nomi sono conosciuti: Gino Penno e Giuseppe Di Stefano, Gianni Poggi e Franco Corelli, Cesare Valletti e Gianni Raimondi, Carlo Bergonzi e Gianni Jaia, Giuseppe Gismondo e Giuseppe Campora, Gastone Limarilli e Flaviano Labò, oltre due ragguardevoli frequentatori stranieri dei nostri teatri quali l’ungherese Sandor Konya e lo svedese Nicolai Gedda.
Il successo di Fernandi è da individuare nella qualità della voce – la più tipicamente italiana, ossia di schietto tenore lirico: timbro ricco di armonici, colore gradevole e grande estensione – valorizzata dalla propensione al canto spiegato che si rispecchia nell’emissione fluida e istintiva.
Nonostante la premessa e il formidabile percorso artistico, Eugenio Fernandi oggi è un nome sconosciuto alle nuove generazioni e solo un pallido ricordo per molti anziani o quasi, anche tra i suoi concittadini.
Mentre la vita a Valperga scorreva tra l’operosità della piccola proprietà contadina, le ambizioni del mondo industriale e il mito del posto fisso, magari da pendolari verso la grande città, egli ha avuto la ventura e il genio di orientarsi verso una direzione speciale, non consueta specialmente per la profonda provincia.
Il picco di nuovo interesse per il personaggio si è avuto qualche anno fa, a 20 anni dalla morte avvenuta nel 1991, quando il Comune di Valperga ha intitolato al suo nome l’ottocentesco Teatro Comunale.
Ci si rammarica di non averlo potuto apprezzare maggiormente quando era in vita: se negli anni Cinquanta la gente aveva bisogni primari a cui pensare, negli anni Settanta e Ottanta come è stato possibile che nessuna persona illuminata abbia pensato di invitarlo a Valperga per qualche evento? (si ha notizia solo di un brevissimo intrattenimento operistico al castello e dell’esecuzione di alcuni brani per Messa a Belmonte). Sappiamo invece che è stato ospite in molte città anche vicine a noi. Grave dimenticanza per Valperga, luogo a cui lui era particolarmente legato, seguita dall’oblio che era calato sul personaggio dopo la morte, fino alla recente riscoperta.

Fernandi a Shangai con il soprano Lily Lù e il pianista Jan Popper, anni Ottanta.

La copertina del disco Turandot, 1957.

Eugenio Fernandi con la zia Rosina Carbonatto nel 1944.

Renata Tebaldi tra Tito Gobbi ed Eugenio Fernandi al Metropolitan di New York nel 1958

A sinistra: locandina della rappresentazione di Madama Butterfly, Teatro alla Scala, Milano 1958. A destra: Eugenio Fernandi con il soprano Sena Jurinac in Don Carlos al Festival di Salisburgo, 1958.
I racconti di famiglia.
Quando in ballo c’è un personaggio del calibro di Fernandi, che ha dato molto all’arte della musica e del canto e ci ha lasciato dei veri capolavori nelle sue registrazioni oltreché nella sua umanità, le vicende meritano di essere studiate e fatte conoscere come omaggio a lui, alla sua famiglia, ai suoi amici, ai cultori della musica operistica e non solo.
Nel mio caso c’era anche qualche motivo in più per occuparmene.
Dai racconti di famiglia, Eugenio in tenera età ha avuto come balia una mia zia, sorella di mio padre; questo spiega il forte legame di Eugenio con alcuni miei cugini con i quali aveva trascorso i primi anni dell’infanzia.
Altro fatto: nel settembre del 1957 mi trovavo con la famiglia per la vendemmia in una vigna sui confini di Salassa, all’epoca motivo di festa. Ricordo che si sparse la voce dell’arrivo del tenore − Genio per tutti − per la vendemmia nel podere vicino dove altre persone erano già all’opera: giunse una sorta di Gulliver dai modi gentili e ci fu un intenso scambio di saluti e abbracci con tutti i presenti. Notai grandi emozioni sia tra i suoi amici che tra i miei parenti: da quel poco che mi era stato anticipato sul personaggio mi sarei aspettato qualche colpo di scena, l’accenno di un’aria celebre o almeno un vocalizzo. Delusione, non successe nulla.
L’ho rivisto almeno vent’anni dopo in compagnia della mamma e delle zie a Valperga per la Messa domenicale, altre volte a Belmonte per le feste canoniche dell’estate. Saltuariamente l’ho sentito cantare alla radio, ho letto qualche sua intervista riportata dalla stampa locale; la persona più aggiornata sui movimenti di Eugenio era il parroco don Rubatto, fine intenditore di musica. Oltre ovviamente ai famigliari, in particolare Rosina Carbonatto, che frequentava la nostra casa; parlava spesso del famoso nipote, e se mio padre era molto attento alle vicende di Eugenio, la giovinezza invece mi rendeva un pochino distratto.
La zia Rosina aveva fatto della propria casa una sorta di museo dedicato al famoso nipote, attraverso una meticolosa raccolta di fotografie, ritagli di giornale, oggetti legati in qualche modo a lui: venerazione della persona e delle vicende connesse, grazie anche ad una complicità che risaliva all’infanzia vissuta insieme (la zia era nata nel 1922, il nipote nel 1924) e alla forte partecipazione alle rispettive storie famigliari, non sempre liete.
Oltre a quanto riportato nelle biografie ufficiali, molte notizie su Fernandi erano custodite da un piccolo numero di persone: punti focali la zia Rosina a Valperga, la moglie Gloria nel New Jersey (provvidenzialmente all’epoca ancora viventi, sono entrambe decedute nel 2015), alcuni amici e collaboratori dell’artista, in Italia e in America.
La ricerca su Fernandi quindi è partita da Valperga, per proseguire negli Stati Uniti; grazie alla mediazione del professor Guido Fonsatti di Torino, amico e collaboratore di Eugenio, si è potuto avere molto materiale dalla vedova, signora Gloria, con l’efficace supporto dei nipoti e di un caro amico di Eugenio, Leo Piovano (un cuneese che vive a Providence, New Jersey).
Alcuni importanti tasselli sono stati aggiunti dal professor Fonsatti con il racconto dell’amicizia e della collaborazione artistica con il tenore, da Renzo Bertotti e da don Mario Anfossi (recentemente scomparso), già parroco di Volpiano e poi di Rivara, entrambi amici di Eugenio, con il loro ricordo personale.
Per la ricerca sull’ambito artistico è stato di fondamentale importanza il materiale messo a disposizione dal Metropolitan di New York e dal Teatro alla Scala di Milano; altro materiale è stato reperito negli archivi di molti teatri italiani e stranieri e nei siti web dedicati ad alcuni colleghi di Fernandi (Tebaldi, Sordello, ecc.).
Il primo successo a Cuorgnè.
Eugenio Fernandi, nato in Toscana, all’età di un anno viene a vivere in modo definitivo a Valperga nella casa dei nonni materni, in quanto la mamma Domenica Carbonatto, nativa di Valperga, si è trasferita per lavoro a Torino.
L’infanzia di Fernandi avviene nella Valperga ancora contadina degli anni Venti, povera e carica delle sofferenze portate nelle famiglie dalla Grande Guerra.
Terminate le scuole elementari a Valperga (ricorderà in un’intervista di aver avuto come insegnante la maestra Clotilde Marello, figura di educatrice molto nota in paese), Eugenio frequenta i cinque anni di studi ginnasiali presso la Scuola Salesiana Don Bosco di Torino.
Siamo ormai nel 1939, la guerra incombe. Negli anni a seguire troviamo Eugenio a lavorare nei piccoli opifici della zona e spesso in fuga con altri amici verso la collina per evitare i controlli dei militari tedeschi. Al termine della guerra Eugenio, poco più che ventenne, lavora presso le Officine Meccaniche Pescetto, ma non vi rimarrà molto, per dedicarsi all’arte del canto lirico.
In paese sono note la voce e la passione per il canto che Fernandi coltiva in sordina, leggendo notizie sull’ambiente della musica, sugli spettacoli, esercitandosi e a volte esibendosi in qualche brano nelle sale da ballo locali, su richiesta di qualcuno che lo conosce. Spesso si accompagna con la fisarmonica.
Verso la fine degli anni Quaranta (non è stato possibile determinare l’anno con precisione) l’evento chiave: nel Teatro Comunale della vicina città di Cuorgnè è stato organizzato uno spettacolo musicale per dilettanti dal titolo Trasmettiamo da…,ad imitazione di fortunate trasmissioni della radio. Eugenio partecipa insieme ad altri suoi amici cantando due pezzi molto famosi all’epoca: Tu che m’hai preso il cuor e Una strada nel bosco. È un successo: non sappiamo se Eugenio abbia ricevuto un premio o meno, poco importa.
La voce di Eugenio viene notata da alcuni esperti spettatori di Ivrea presenti in sala; al termine dello spettacolo si complimentano con Eugenio per le doti canore. Ad alcuni parenti suggeriscono di indirizzare il ragazzo verso lo studio del canto; eventualmente potrebbero loro stessi dare una mano.
Occorre convincere mamma Domenica, alquanto dubbiosa sul tipo di carriera e sul fatto di ottenere un aiuto economico da qualcuno: se si intraprende quella strada tutto si deve fare con i soli mezzi della famiglia e tanti sacrifici.
Per un primo contentino vengono acquistati ad Eugenio alcuni spartiti in un noto negozio di via Po. Viene poi contattato un maestro di musica di via Maria Vittoria (Cesare Gallino, prestigioso direttore e talent-scout Eiar, poi Rai) per un’audizione: il responso è che il ragazzo promette bene, naturalmente occorrono molto studio e dedizione.
Eugenio viene iscritto al Conservatorio Verdi (con la maestra Rita De Vincenzi, soprano degli anni Trenta-Quaranta), e contemporaneamente riceve lezioni private.
Il debutto alla Scala.
Ma è Milano il trampolino di lancio, si tratta quindi di spostarsi in quella città. Mamma Domenica a questo punto ha deciso di seguire da vicino il figlio: trova un’occupazione per sé presso la famiglia meneghina Bisleri (titolare del noto marchio) e si arriva al trasferimento. Venuto a Milano, Eugenio prosegue lo studio del canto per due anni sotto la guida del tenore Aureliano Pertile.
Dai Bisleri, inseriti nel mondo bene della città, Eugenio viene a sapere di un prossimo concorso per una borsa di studio e perfezionamento indetto dal Teatro alla Scala; presentatosi al concorso, si classifica primo su 475 concorrenti, vincendo così la borsa di studio e guadagnandosi l’apprezzamento di Victor de Sabata, il direttore dell’Orchestra del Teatro alla Scala.
Proprio alla Scala fa la prima apparizione da protagonista nel 1954 ne La figlia del diavolo di Virgilio Mortari, seguita dal Rigoletto di Giuseppe Verdi al Teatro San Carlo di Lisbona e da presenze a La Fenice di Venezia, al Maggio Musicale Fiorentino e al San Carlo di Napoli.
Del 1957 è l’importante debutto alla Staatsoper di Vienna in Tosca nel ruolo di Cavaradossi. Seguirà, l’anno successivo, il Don Carlo verdiano al Festival di Salisburgo, in una celebre edizione diretta da Herbert von Karajan; è questa l’occasione in cui incontra per la prima volta Rudolf Bing, general manager del Metropolitan di New York. L’affermazione definitiva avviene di nuovo al Teatro alla Scala nella parte di Pinkerton in Madama Butterfly, nel 1958, con la direzione di Gianandrea Gavazzeni.
Protagonista nelle Americhe e in Europa.
Scelto direttamente da Rudolf Bing, esordisce nello stesso anno al Metropolitan di New York, ancora nel ruolo di Pinkerton. Ha cantato al Metropolitan in modo continuo per 6 stagioni, in tredici ruoli, tra i quali Cavaradossi, Edgardo (nella Lucia con la Callas), Enzo Grimaldi (La Gioconda), Arrigo (Vespri siciliani), Don Carlo, Faust, Rodolfo (La Bohème), Radames (Aida) e Italian Singer (Der Rosenkavalier). Nel 1957 Walter Legge (produttore della Emi) lo chiama a cantare Calaf nella registrazione della Turandot con la Callas; nel 1959 registra il Requiem di Verdi con Coro e Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma diretta da Tullio Serafin.
Nel 1963 Eugenio Fernandi debutta al Teatro Colon di Buenos Aires e poi al Teatro Nacional di Rio de Janeiro con Bohèmenel ruolo di Rodolfo. Nello stesso anno ritorna in Italia ove ottiene un notevole successo al Verdi di Sassari con Tosca e in concerto all’Auditorium Rai di Torino per le celebrazioni verdiane per i 150 anni dalla nascita del compositore.
Nel 1965 si esibisce all’Operà Comique di Parigi con Bohème, poi all’Alfieri di Torino nell’allestimento di Tosca della Cooperativa Lirica Piemontese. Sempre nello stesso anno lo troviamo nella rappresentazione a Barcellona del Sansone e Dalilacon Rita Gorr; replica nello stesso anno al festival Les Chorégies d’Orange nell’antico teatro romano di Orange in Francia.
Nel 1966 Fernandi recita alla Fenice di Venezia in Giulio Cesare nel ruolo di Sesto Pompeo, poi a Rouen, in Francia, con Herodiade.
Nel 1967 è ancora al Metropolitan, in concerto con le arie dei Vespri Siciliani; replica a Newport e a Carnegie Hall con Virginia Zeani, mentre nel 1969 è in tour negli Stati del Sud con la New Orleans Opera Company con Norma e Attila; poi ancora al Metropolitan in Tosca con Gabriella Tucci. Trasferitosi a West Orange, nel New Jersey, si esibisce con la New Jersey State Opera in Aida nel 1970, e successivamente in Don Carlo e La Traviata in molti teatri dell’area e in Canada.
Il 1971 è l’anno in cui compie un tour di concerti in tutti gli Usa, e cinque anni dopo partecipa alla rappresentazione sia dell’Elisir d’amore a Newark che della Traviata a Holmdel. Nel 1977 canta ne La fanciulla del West ancora a Holmdel. Nel 1981 Fernandi partecipa ad una serie di concerti a Torino e in altre città italiane. Nel 1984 tiene un recital alla Casa Verdi di Milano: nell’occasione riceve il premio Orfeo Lirico del successo dalla cantante Giulietta Simionato. Notevole la sua attività concertistica in Italia, Francia, Germania, Sud America, Russia, Giappone, Cina e Corea. Vista la sua dimensione mondiale, non stupiscono le sue esibizioni alla presenza di personaggi importanti: il presidente Kennedy, papa Paolo VI, l’arcivescovo di New York Cooke, il presidente francese De Gaulle, papa Giovanni Paolo II ed altre personalità di spicco.
Il suo ultimo concerto ha avuto luogo in Piemonte, nel giugno 1991, al Castello di Barolo.
Un sogno inappagato.
Durante la carriera Eugenio Fernandi ha vissuto da lontano le vicende di Valperga, attraverso gli scritti e le telefonate dei parenti, mentre in paese giungevano le risonanze dei suoi successi e riconoscimenti ottenuti in giro per il mondo.
Egli tornava di tanto in tanto per immergersi nei luoghi dell’infanzia, per ritrovare la famiglia e gli amici. Il suo desiderio malcelato era quello di stabilirsi in modo anche temporaneo nel borgo che lo aveva visto bambino: una casetta in cui rifugiarsi nelle pause della sua frenetica corsa attraverso i continenti, con la vista di Belmonte, del campanile, del castello e delle montagne canavesane.
Un sogno interrotto nel 1991, a 66 anni e in piena attività, da un male incurabile che ha minato alle radici il suo fisico possente, a distanza di pochi mesi dalla perdita dell’adorata mamma.
Entrambi riposano vicini, continuando nella complicità che li ha accomunati in vita, nel cimitero di Valperga, ultima dimora desiderata dall’artista.
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