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11 Marzo 2026 - 23:27
«Quelle pietre all’uscita di Scarmagno: per me sono un piccolo monumento»
Capita spesso, guidando, di lasciar correre lo sguardo oltre il parabrezza. Non solo per seguire la strada, ma per osservare ciò che cambia attorno a noi: paesaggi che si trasformano, luoghi che crescono, altri che lentamente si spengono.
È quello che racconta Riccardo Gamba, un automobilista che percorre spesso l’autostrada A5 da Torino verso il Canavese. Poco prima dell’uscita del casello di Scarmagno, sulla destra compare ciò che resta di un passato industriale importante: quello che un tempo era il mondo Olivetti. Un pezzo di storia che oggi appare quasi sospeso, come un paese abbandonato, memoria silenziosa di un’epoca che ha segnato profondamente questo territorio.
Ma è proprio mentre si imbocca l’uscita che lo sguardo, per un attimo, si sposta dall’altra parte della carreggiata. A sinistra, tra erba e svincoli, si nota un curioso ammasso di pietre: blocchi di dimensioni importanti, accatastati in modo quasi monumentale.
Un dettaglio che per molti potrebbe passare inosservato. Ma non per chi ama osservare.

A Riccardo, quella composizione richiama immediatamente alla mente l’obelisco egizio che domina la rotonda di corso Giulio Cesare a Torino, simbolo del Museo Egizio, uno dei più importanti al mondo. Le sagome si sovrappongono nella mente, e per un istante quel mucchio di pietre sembra trasformarsi in qualcosa di diverso: un piccolo monumento spontaneo, nato per caso ai margini dell’autostrada.
Naturalmente sono solo pochi secondi. Il tempo di uno sguardo, perché quando si guida non si può certo distrarsi. Ma quel breve attimo basta ogni volta a riaccendere un pensiero: anche nel quotidiano, anche in mezzo al cemento e al traffico, può nascere qualcosa di inatteso.
Forse quelle pietre dovevano semplicemente essere interrate o spostate. Forse qualcuno — un cantoniere, un operaio della manutenzione stradale — ha deciso invece di impilarle, quasi per gioco, o per dare un senso a quel materiale destinato a scomparire.
E così, con quattro sassi, è nata una piccola opera. Un gesto semplice, senza firma e senza riconoscimenti.
Un contributo silenzioso che dimostra come il bello possa emergere anche dove meno ce lo aspettiamo.
«Grazie cantoniere senza nome — scrive Riccardo —. Per me sei un simbolo di libertà. Perché dimostri che si può fare qualcosa anche con il niente».
Un messaggio semplice, ma potente. Anche in un territorio che porta i segni del tempo e delle trasformazioni industriali, esistono ancora piccoli segni di creatività e di speranza. Basta solo fermarsi — o almeno rallentare con lo sguardo — per accorgersene.
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