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Lo Stiletto di Clio
11 Marzo 2026 - 16:52
La scuola «Vittorio Emanuele II» di Chivasso
I giornali di classe che si conservano negli archivi scolastici sono documenti preziosi per ricostruire la storia delle pratiche educative e didattiche, ma anche dei problemi di metodo e di disciplina, delle forme di controllo dei comportamenti che si esercitava attraverso la pubblica istruzione, dei processi selettivi degli alunni e così via. In altri termini, i giornali di classe raccontano la scuola dall’interno in quanto luogo sociale e non soltanto istituzionale.
Valgano per tutte le cronache della maestra Beatrice Pareglio che insegnava a Chivasso negli anni Trenta dello scorso secolo. Allora la scuola elementare della cittadina era intitolata a Vittorio Emanuele II e aveva sede nell’edificio dalle linee severe lungo la via dedicata a Carlo Emanuele III (ora via Guglielmo Marconi). Nello stabile, costruito durante la seconda metà del decennio precedente su progetto dell’ingegnere Carlo Dondona, si trovava pure la direzione didattica di Chivasso, da cui dipendevano le scuole delle borgate e di alcuni comuni limitrofi (Montanaro, Brandizzo, Verolengo, Torrazza, Rondissone, ecc.).

La Casa del Fascio di Chivasso

Pagella scolastica degli anni Trenta
In seguito alla riforma del ministro Giovanni Gentile (1923), l’istruzione elementare propriamente detta risultava suddivisa in due gradi: l’inferiore (dalla prima alla terza classe) e il superiore (le classi quarta e quinta). Ogni anno scolastico terminava con un esame che gli alunni sostenevano sotto la guida del rispettivo insegnante. Al termine del ciclo superiore, la prova si svolgeva davanti a una commissione di tre membri, fra cui il maestro della classe esaminata.
La «Vittorio Emanuele II» – si legge in un’opera a dispense dell’epoca – «ha grandiosi corridoi, aule ampie e ben aerate, termosifoni, lavabi, palestra chiusa con sovrastante terrazzo per la scuola all’aperto ed infine ampî cortili». Nel 1933-34, una delle classi prime maschili contava trentaquattro alunni, figli di operai, braccianti, ferrovieri, albergatori e bottegai. I ripetenti erano ben undici, a riprova che la selezione risultava fortissima. Non pochi bambini appartenevano a famiglie con disponibilità economiche assai ridotte.
La classe era affidata alla quarantasettenne Beatrice Pareglio che insegnava a Chivasso da sette anni, ma poteva contare su una lunga esperienza didattica. In città era anche fiduciaria delle piccole e giovani italiane, le due branche femminili dell’Opera nazionale Balilla che inquadravano le bambine e le ragazze rispettivamente dai sei ai quattordici anni di età e dai quindici ai diciotto.
Compilato con elegante calligrafia, il diario dell’anno 1933-34 riporta svariate notizie di vita scolastica. Riferisce l’insegnante: «La frequenza degli alunni è assidua. Tutti […] si presentano puliti e ordinati». «Nella mia classe – osserva in altra circostanza – vi sono parecchi deficienti: un semimuto, tre alunni affetti da otite, due balbuzienti, due piccoli dementi che ridono sempre e alcuni ragazzi di misera famiglia, completamente trascurati dai genitori».
Il 17 novembre 1933 otto bambini figuravano assenti a causa di una copiosa nevicata. Quel giorno il programma di aritmetica prevedeva che s’introducesse il numero quattro: le condizioni climatiche non costituivano un valido motivo per discostarsi dal calendario degli impegni prestabiliti, anche se la maestra si riservò di ritornare in seguito sull’argomento («mentre i nuovi impareranno, quelli che già sanno si rinfrancheranno nelle nozioni apprese», annotò nel diario di classe). Però, sul finire di febbraio, quando un’epidemia influenzale determinerà l’assenza di dieci scolaretti, non risparmiando «alcuni fra i migliori», la maestra si vedrà costretta a interrompere il programma per dedicarsi a «esercizi di ripetizione».
Pesanti erano gli effetti della crisi economica esplosa oltreoceano nel 1929 e diffusasi anche in Italia. A Chivasso, città di botteghe artigiane, piccole imprese produttive e traffici commerciali, dilagava la miseria: fra decurtazioni di salario, licenziamenti e obbligate parsimonie, le prospettive per il futuro apparivano quanto mai incerte. I disagi non potevano che aumentare coi rigori dell’inverno. Il 18 novembre 1933 la direttrice scolastica invitò le insegnanti a redigere un elenco dei «bimbi bisognosi» perché «alcune buone signore» desideravano «beneficare […] questi poveri fanciulli». Di lì a quattro giorni, diligentemente, la maestra Pareglio evidenziò le più pressanti necessità di ogni alunno («quasi tutti chiedono calzature»).
Forse la diffusa povertà non era estranea al decesso improvviso di alcuni alunni: uno morì all’inizio della primavera, dopo cinque giorni di malattia («è deceduto uno dei miei migliori scolari», riferisce la maestra); un altro morirà l’anno seguente («è deceduto un mio scolaretto, Musso Carlo; con tutti gli alunni ho partecipato ai funerali»).
Strumento per promuovere il consenso di massa, la scuola fascista educava le nuove generazioni secondo lo spirito del Regime, inculcando il culto della patria e degli ideali guerreschi, il valore della disciplina, il rispetto dell’ordine e della gerarchia. Così, il 10 novembre 1933, in concomitanza col compleanno del sovrano (nato a Napoli l’11 novembre 1869), la maestra Pareglio tenne «una lezioncina sul genetliaco del re». «I fanciulli – commentò – si sono molto interessati alle mie parole ed hanno ripetuto, come esempio per il linguaggio, parecchie frasi riferentisi a sua maestà Vittorio Emanuele III, re d’Italia».
Il 5 dicembre successivo, consegnando le tessere dell’Opera nazionale Balilla per il dodicesimo anno dell’era fascista, la maestra si soffermò a illustrare le gesta di Giovanni Battista Perasso, il «Balilla genovese» che spinse il popolo all’insurrezione contro gli austriaci, nel lontano 1746. «Poi – precisò l’insegnante – ho parlato dei balilla del Duce. Ho fatto dire il giuramento del balilla, e dopo […] i piccini hanno cantato l’inno “Sempre avanti, o Duce, noi tutti giuriamo per te”, che hanno appreso in questi giorni».
È presumibile che alcuni scolaretti serbassero un ricordo personale di Mussolini, il quale aveva fatto sosta a Chivasso nell’ottobre 1932, mentre si recava a inaugurare l’acquedotto del Monferrato. Una lapide marmorea nella piazza del duomo di Santa Maria Assunta ricordava le «imponenti entusiastiche manifestazioni d’affetto» che i chivassesi avevano tributato al «capo del governo e Duce del fascismo».
Giunto al suo termine naturale, l’anno scolastico si chiuse nel giugno 1934 con buona pace di alunni, maestri, famiglie e di chi attesterà anni dopo, scoprendo l’acqua calda: «Ai miei tempi era tutto diverso».
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