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Biennale di Venezia 2026, il paradosso europeo: 22 Paesi invocano la libertà artistica ma chiedono di escludere la Russia

La lettera inviata al presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco riaccende il dibattito sul ruolo della cultura nelle crisi geopolitiche e sul rischio di trasformare l’arte in uno strumento politico

Biennale di Venezia 2026, il paradosso europeo: 22 Paesi invocano la libertà artistica ma chiedono di escludere la Russia

Pietrangelo Buttafuoco, presidente della La Biennale di Venezia.

La vicenda della partecipazione russa alla Biennale Arte 2026 si sta trasformando, giorno dopo giorno, in qualcosa di molto più grande di una semplice disputa culturale. È diventata uno specchio delle contraddizioni dell’Europa contemporanea. Da un lato si invoca la libertà artistica; dall’altro si chiede di escludere un intero Paese da uno dei palcoscenici più simbolici dell’arte mondiale.

La lettera firmata da 22 Paesi europei e indirizzata al presidente della La Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, parte da una premessa che appare, almeno sulla carta, inattaccabile. I firmatari dichiarano di voler difendere “i comuni valori europei – libertà artistica e libertà di espressione, e rispetto della dignità umana”. Richiamano inoltre il ruolo storico della Biennale, definita “una delle più prestigiose espressioni di libertà artistica al mondo”.

Nel documento, anticipato dall’agenzia Adnkronos, i ministri della Cultura e degli Affari esteri dei Paesi firmatari affermano inoltre che la cultura non può essere separata dalle realtà sociali e politiche, perché contribuisce a “plasmare il modo in cui le persone comprendono il mondo, ciò a cui attribuiscono valore e come scelgono di agire”.

I Paesi che hanno sottoscritto la lettera sono: Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia, Norvegia e Ucraina. Un dettaglio non secondario è che tra i firmatari non compare l’Italia, nonostante la Biennale si svolga proprio a Venezia.

Eppure, è proprio in questa premessa che si annida il nodo più controverso. Perché la domanda che inevitabilmente emerge è semplice quanto scomoda: si può difendere la libertà artistica attraverso un atto di esclusione culturale? La lettera sostiene che la cultura non sia separata dalle realtà sociali e politiche e che contribuisca a “plasmare il modo in cui le persone comprendono il mondo”. È un’affermazione condivisibile. L’arte non vive in una campana di vetro: riflette conflitti, ideologie, tensioni storiche.

Ed è per questo motivo che la storia dell’arte internazionale ha sempre considerato gli spazi culturali come luoghi di confronto, non di esclusione. Il Padiglione Russia alla Biennale di Venezia, progettato nel 1914 dall’architetto Aleksej Viktorovič Ščusev, è parte integrante della geografia simbolica dei Giardini della Biennale. Nel corso del Novecento ha attraversato imperi, rivoluzioni, la guerra fredda e il crollo dell’Unione Sovietica. Non è mai stato semplicemente un edificio: è la traccia fisica della presenza di una cultura dentro il dialogo artistico mondiale.

Non è la prima volta che il tema della presenza russa suscita polemiche. In un’intervista rilasciata nel settembre 2025 a Il Foglio, il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, aveva già affrontato la questione rispondendo alle proteste legate alla presenza della bandiera russa alla Mostra del Cinema. “La bandiera russa c’è perché ci sono tutte le bandiere delle nazionalità dei film della Selezione ufficiale della Mostra del Cinema. Sempre in tema di bandiera, lo scorso anno, sventolavano insieme quella iraniana e quella israeliana. E nessuno, giustamente, ha sollevato questioni. Come un tempo le Olimpiadi, in Biennale, si incontrano i popoli anche tra loro nemici. La bandiera è sempre stata lì. Solo quando non ci sono film le bandiere non ci sono. Come abbiamo respinto quelli che chiedevano l’espulsione di Israele così respingiamo allo stesso modo chi chiede di cancellare la presenza della Russia”.

Escludere oggi quel padiglione significherebbe trasformare una rassegna nata per mettere in comunicazione le culture in un terreno di sanzione simbolica. Ed è qui che il concetto di libertà artistica evocato nella lettera si incrina perché la libertà artistica non è la libertà di chi invita, ma anche quella di chi viene invitato.

Naturalmente il contesto geopolitico pesa. Dal 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia è stata progressivamente esclusa da molte istituzioni culturali occidentali: festival, orchestre, collaborazioni universitarie; numerosi spazi hanno scelto di sospendere rapporti con artisti o istituzioni russe.

I firmatari della lettera sembrano muoversi nello stesso solco: considerare la partecipazione russa alla Biennale come una forma di normalizzazione culturale incompatibile con la guerra in corso. È una posizione politica legittima ma proprio perché è politica, non può essere presentata come una difesa della libertà artistica: è piuttosto una scelta di boicottaggio culturale che appartiene alla logica delle sanzioni, non a quella della libertà.

La storia dell’arte e della cultura internazionale è costellata di momenti in cui le tensioni geopolitiche hanno tentato di infiltrarsi nei luoghi della creazione artistica. Durante la guerra fredda, per esempio, artisti sovietici e occidentali continuarono a esporre negli stessi spazi internazionali. Anche quando i governi erano divisi da muri ideologici, l’arte rimaneva uno dei pochi linguaggi capaci di attraversarli. Non perché l’arte fosse neutrale, ma perché il confronto culturale veniva considerato uno strumento di comprensione reciproca.

La Biennale stessa, fondata nel 1895, è nata con questa vocazione: non rappresentare governi, ma culture. La richiesta dei 22 Paesi apre anche un interrogativo più ampio: se un Paese viene escluso per ragioni politiche, chi stabilirà domani quali altri Paesi potranno partecipare?

La manifestazione ospita padiglioni di nazioni con sistemi politici, conflitti e controversie molto diversi. Se il criterio diventa quello della purezza politica, il rischio è che l’arte venga progressivamente subordinata alla diplomazia e quando la diplomazia entra nei musei, la libertà creativa tende a ridursi. Il punto più problematico della lettera rimane quindi la formula utilizzata: difendere la libertà artistica chiedendo un’esclusione.

È una contraddizione perché la libertà artistica, per definizione, non è selettiva: non è una libertà concessa solo a chi è politicamente accettabile. È una libertà che esiste proprio quando permette la presenza di voci scomode, ambigue o persino controverse. In questo senso, la questione della Russia alla Biennale non riguarda soltanto Mosca o Venezia, ma il modo in cui l’Europa interpreta i propri valori.

Se la libertà artistica diventa uno slogan usato per giustificare esclusioni politiche, rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso da ciò che pretende di difendere. Non rimane che un'ultima fondamentale domanda: può un’istituzione nata per celebrare la libertà dell’arte diventare uno strumento di selezione politica? Se la risposta è sì, allora bisogna dirlo chiaramente: non si tratta più di libertà artistica ma di geopolitica culturale.

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