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10 Marzo 2026 - 23:18
Ivrea celebra il voto alle donne, Cantoni attacca: “Storia o propaganda?”
È stata inaugurata questa mattina, nell’atrio del Palazzo Municipale di Ivrea, la mostra fotografica “Torino 1946–2026”, un’esposizione dedicata agli ottant’anni dall’ingresso delle donne nella vita politica italiana attraverso il diritto di voto. L’iniziativa, ospitata negli spazi del municipio, propone un momento di riflessione sulla partecipazione femminile alla democrazia e sul percorso storico che ha portato a una delle più importanti conquiste civili del Novecento.
Alla presentazione sono intervenuti il sindaco Matteo Chiantore, la vicesindaca Patrizia Dal Santo, l’assessora alle Pari Opportunità Gabriella Colosso e la consigliera delegata della Città Metropolitana Sonia Cambursano. All’incontro hanno partecipato anche gli studenti e le studentesse di una classe del Liceo Botta, coinvolti in un momento di approfondimento storico e civico.



Le fotografie esposte provengono dall’archivio “La Bottega del Ciabattino” e raccontano l’Italia del dopoguerra, tra ricostruzione, trasformazioni sociali e prime esperienze di partecipazione politica femminile. Le stesse immagini hanno contribuito a ispirare le atmosfere del film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, che ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema dei diritti delle donne nel secondo dopoguerra.
La mostra resterà aperta fino al 16 marzo nell’atrio del municipio, offrendo ai visitatori l’opportunità di ripercorrere, attraverso la fotografia, uno dei passaggi fondamentali della storia democratica italiana.
Accanto all’iniziativa culturale, non sono mancate alcune osservazioni sul piano della ricostruzione storica.
Il consigliere comunale Andrea Cantoni ricorda come l’estensione del diritto di voto alle donne sia stata sancita con il decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 1945, emanato da Umberto di Savoia, allora Luogotenente Generale del Regno, che riconosceva alle donne il diritto di essere inserite nelle liste elettorali politiche.
Secondo Cantoni, questo passaggio storico viene spesso dimenticato quando si parla del voto femminile.
“Nei pressi dell’8 marzo si affronta storicamente, con più o meno serietà, il tema dell’estensione del diritto di voto alle donne del 1946. Ciò che quasi sempre si omette – scrive su Facebook – è che questo diritto fu riconosciuto ben prima del 2 giugno da S.M. Umberto II, quando era Luogotenente del Regno”.
Il consigliere aggiunge che le donne votarono già alle elezioni amministrative a partire dal 10 marzo 1946, prima quindi del referendum istituzionale e delle elezioni per l’Assemblea Costituente del 2 giugno.
“A Ivrea, dove storia e diritti spesso diventano oggetto di propaganda, è stata inaugurata una mostra fotografica. Anche qui, purtroppo, nessuna menzione dei fatti storici sopra ricordati. Si fa passare invece l’idea che le donne fossero tutte o comuniste o democristiane. La domanda resta: storia o propaganda?”.
Vero! Il diritto di voto alle donne fu introdotto con il decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 1945, firmato da Umberto di Savoia, allora Luogotenente del Regno. Non il 2 giugno 1946.. Quel giorno fu il primo voto politico nazionale — referendum tra monarchia e repubblica ed elezione dell’Assemblea Costituente — ma le donne avevano già votato alle elezioni amministrative a partire dal 10 marzo 1946.
È una precisazione storica importante, e Cantoni non ha torto a sottolinearla. La storia, soprattutto quando diventa memoria pubblica, merita di essere raccontata con precisione. Tuttavia la questione non è così semplice come potrebbe sembrare.
Il decreto del 1945 fu sì promulgato dal Luogotenente del Regno, ma nacque all’interno del contesto politico della Liberazione. Fu il governo guidato da Ivanoe Bonomi, sostenuto dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, a introdurre il suffragio femminile. Il riconoscimento del voto alle donne non fu quindi l’atto isolato di una figura istituzionale, ma il risultato di un processo politico e sociale più ampio, costruito anche grazie alle battaglie dei movimenti femminili che da decenni rivendicavano quel diritto.
Ecco perché nella memoria collettiva si tende a ricordare soprattutto il 2 giugno 1946. Non per cancellare ciò che avvenne prima, ma perché quel giorno rappresenta simbolicamente la nascita della democrazia repubblicana: uomini e donne insieme alle urne per decidere la forma dello Stato e per eleggere l’Assemblea che avrebbe scritto la Costituzione.
La verità, come spesso accade, è più complessa. Il voto alle donne fu il risultato di un intreccio di fattori: la caduta del fascismo, la ricostruzione democratica, l’azione dei partiti antifascisti, il ruolo dei movimenti femminili e le decisioni istituzionali del tempo.
Ricordare tutto questo non indebolisce la memoria. Al contrario, la rende più forte e più onesta.
Se oggi, a ottant’anni di distanza, continuiamo a discutere di come raccontare quella conquista, forse è anche un segnale positivo. Significa che la storia non è solo celebrazione, ma confronto continuo su come interpretiamo il nostro passato.
E la domanda posta da Cantoni — “storia o propaganda?” — resta utile proprio per questo: ci ricorda che la memoria pubblica non dovrebbe mai accontentarsi delle versioni più comode.
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