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Esteri
10 Marzo 2026 - 09:02
Nel pieno della nuova tempesta energetica globale, Vladimir Putin torna a rivolgersi direttamente all’Europa. La crisi in Medio Oriente, l’impennata dei prezzi del petrolio e le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno infatti riaprendo una partita che sembrava chiusa dopo l’invasione russa dell’Ucraina: quella della sicurezza energetica europea.
Durante una riunione al Cremlino dedicata all’andamento dei mercati energetici globali, il presidente russo ha dichiarato che Mosca è pronta a collaborare con i Paesi europei per stabilizzare l’offerta di petrolio e gas. Ma l’apertura, come spesso accade nella diplomazia energetica del Cremlino, arriva accompagnata da una condizione politica.
“Siamo pronti a collaborare con gli europei, ma abbiamo bisogno di segnali da parte loro che indichino che sono pronti e disposti a collaborare con noi”, ha dichiarato Putin durante l’incontro con il governo e i vertici delle compagnie energetiche russe. Il messaggio è chiaro: Mosca non esclude un ritorno della cooperazione energetica con l’Europa, ma solo nel caso in cui Bruxelles sia disposta a rivedere la linea politica che negli ultimi anni ha portato alla drastica riduzione delle importazioni di gas russo.
Le parole del presidente russo arrivano mentre la crisi in Medio Oriente sta scuotendo il sistema energetico mondiale. Il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele ha infatti colpito direttamente una delle principali arterie energetiche del pianeta: lo Stretto di Hormuz. Da questo passaggio strategico transitano circa il 20% del petrolio e del gas liquefatto mondiale, e le tensioni militari hanno già provocato gravi interruzioni nel traffico energetico.
Secondo Putin il rischio è che la situazione degeneri rapidamente. Il leader russo ha avvertito che la produzione di petrolio nella regione del Golfo «rischia di essere completamente fermata questo mese» a causa della chiusura dello stretto. Uno scenario che potrebbe avere conseguenze pesanti sui mercati globali. Il prezzo del petrolio ha già superato i 100 dollari al barile, il livello più alto dal 2022, mentre diversi governi occidentali stanno valutando il possibile utilizzo delle riserve strategiche per evitare un nuovo shock energetico.
Mosca si propone come stabilizzatore dei mercati. Nel suo intervento Putin ha insistito su un punto che il Cremlino ripete da anni: “La Russia si considera un partner energetico affidabile; rimane un fornitore affidabile di risorse energetiche. Così è sempre stato”, ha affermato il presidente russo durante la riunione al Cremlino.
Allo stesso tempo Mosca ha sottolineato di aver già iniziato a ridistribuire le proprie esportazioni verso nuovi partner: “Proprio adesso stiamo aumentando le forniture ai nostri partner in diverse regioni del mondo”, ha spiegato Putin, citando tra questi sia i Paesi dell’Asia-Pacifico sia alcuni partner europei. Tra gli Stati europei che continuano a mantenere rapporti energetici stretti con Mosca figurano in particolare Ungheria e Slovacchia, paesi che dipendono ancora in larga misura dal gas russo.
L’apertura russa arriva dopo quattro anni di profonde trasformazioni nel mercato energetico europeo. Prima dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, la Russia forniva circa il 40% del gas consumato nell’Unione Europea. Dopo le sanzioni e la rottura politica tra Bruxelles e Mosca, la quota è crollata fino a circa il 6% delle importazioni europee.
Per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia, l’UE ha avviato il piano REPowerEU, una strategia che mira a eliminare progressivamente l’uso di combustibili fossili russi attraverso la diversificazione delle forniture, l’aumento delle energie rinnovabili e una maggiore efficienza energetica. Questa trasformazione ha spinto Mosca a riorientare gran parte delle proprie esportazioni energetiche verso l’Asia, in particolare Cina e India.
Paradossalmente, la nuova crisi energetica globale potrebbe rafforzare proprio la Russia. Secondo Associated Press, l’aumento dei prezzi del petrolio legato al conflitto con l’Iran ha già fatto salire il valore del greggio russo a circa 62 dollari al barile, un livello superiore a quello previsto nel bilancio federale russo.
Poiché le entrate da petrolio e gas rappresentano circa il 30% del bilancio statale della Russia, l’impennata dei prezzi energetici potrebbe garantire a Mosca nuove risorse finanziarie. In altre parole, la crisi energetica mondiale rischia di trasformarsi in un vantaggio strategico per il Cremlino.
Secondo diversi analisti energetici citati da Reuters e da media economici internazionali, il sistema energetico globale sta attraversando una fase di profonda riorganizzazione. Le rotte energetiche stanno cambiando, i mercati si stanno frammentando e la sicurezza delle forniture è tornata al centro della geopolitica mondiale.
In questo contesto la Russia tenta di riaffermarsi come uno dei principali attori del sistema energetico globale. Mosca rimane infatti: il secondo esportatore mondiale di petrolio, il paese con le maggiori riserve di gas naturale al mondo. Un potere energetico che il Cremlino continua a considerare uno degli strumenti principali della propria influenza geopolitica.
Dietro l’apertura di Putin all’Europa si intravede dunque una strategia più ampia. Mosca si presenta come possibile stabilizzatore dei mercati energetici globali proprio nel momento in cui la guerra in Medio Oriente minaccia le principali rotte petrolifere del pianeta. Allo stesso tempo il Cremlino ricorda all’Europa quanto fragile sia il sistema energetico internazionale.
La proposta russa appare quindi come una doppia mossa: da un lato un’offerta economica, dall’altro un messaggio geopolitico. Se l’Europa vorrà davvero ridurre definitivamente la propria dipendenza energetica dalla Russia, dovrà farlo in un mondo sempre più instabile, dove guerre regionali, blocchi navali e rivalità strategiche possono in qualsiasi momento far tremare i mercati dell’energia.
E proprio in questo scenario Mosca sembra voler ribadire la propria centralità.
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