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Ivrea in Azione
09 Marzo 2026 - 07:53
Le panchine e il piccolo teatro delle opinioni
Un teatro richiama arte, eleganza, emozione e magia. È il luogo dove storie, luci e passioni prendono vita sul palcoscenico. Il nostro teatro di Ivrea richiama tutto questo, e anche qualcosa in più.
Però a Ivrea il teatro non è solo sul palco. A volte è anche fuori. E spesso ha come protagoniste… le panchine.
Ricordo ancora quelle che qualcuno aveva ribattezzato le “panchine bara” in piazza di Città, oppure le panchine di piazza Gioberti. Ogni volta, puntualmente, discussioni, commenti, ironie.
A Ivrea basta davvero poco per accendere un dibattito: a volte un parcheggio, a volte un cantiere. Questa volta sono bastate delle panchine. Quelle appena posate in piazza del Teatro.
Nel giro di poche ore, tra chi passa, chi commenta al bar e chi scrive sui social, si è materializzato il piccolo teatro cittadino delle opinioni.
C’è chi le guarda e sbuffa: «Le solite panchine di design che si vedono ovunque».

C’è chi storce il naso per il motivo opposto: «Ma che roba è? Potevano mettere delle normalissime panchine».
Poi ci sono quelli che fino a ieri osservavano la piazza e dicevano: «Meno male che qui noi residenti e commercianti del centro possiamo parcheggiare».
Anche se il divieto, è bene ricordarlo, c’era eccome.
Tre motivi diversi per non essere completamente soddisfatti. Perché a Ivrea, dopo il Carnevale, di qualcosa bisognerà pur parlare.
Mica dei bus che continuano a farla da padrona in un luogo trattato ormai come se fosse una stazione — e stazione non è. Mica del commercio cittadino che arranca, con negozianti che ogni giorno si chiedono se continuare a resistere o chiudere. Mica del fatto che Ivrea sta invecchiando e avrebbe bisogno di politiche più coraggiose. Mica dei giovani, che avrebbero bisogno di più iniziative e percorsi civici, a partire da temi seri come il bullismo. O del volontariato e di chi ogni giorno si spende per gli altri.
No. A Ivrea basta una panchina o perfino una “cacchetta” di uccello e tutti saltano dalle sedie. Anzi, dal divano di casa.
Così succede che un oggetto urbano semplice, quasi banale, diventi improvvisamente il simbolo di una dinamica che nelle città di provincia si conosce bene: qualsiasi scelta venga fatta, qualcuno troverà sempre un motivo per contestarla.
Se non le metti, manca qualcosa. Se le metti classiche, sono banali. Se le metti diverse, sono “strane”.
È quasi una legge non scritta del dibattito locale.
Naturalmente discutere è sano. Le città vivono anche di questo: opinioni, critiche, punti di vista diversi. Ma a volte viene da chiedersi se non si rischi di perdere di vista il quadro generale.
Perché alla fine il punto non sono davvero le panchine. Non è la pietra, non è il design, non è il colore.
Il punto è che ogni intervento nello spazio pubblico diventa subito un terreno di giudizio immediato, spesso prima ancora di essere vissuto davvero. Prima ancora di capire se quelle panchine verranno usate, se diventeranno un punto d’incontro, se serviranno a chi passa, aspetta, chiacchiera o semplicemente si ferma qualche minuto.
Forse basterebbe proprio questo: sedersi. Sedersi e guardare la piazza vivere.
Poi, magari, discutere anche delle panchine. Ma con la calma che una panchina — qualunque panchina — dovrebbe invitare ad avere.
Una cosa però è certa: in piazza del Teatro vandalizzare queste panchine non sarà facile. E questo è già un risultato.
Dopo tutto il clamore, questa mattina sono andato personalmente a vederle. E devo dire una cosa: le foto non rendono giustizia.
E forse, senza macchine davanti, riusciremo ad apprezzare molto di più la piazza. E soprattutto il nostro teatro, che non dovrà più convivere con la strafottenza e l’arroganza di chi pensava che le regole valessero sempre e solo per gli altri.
Ciao!!
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