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Giudiziaria
07 Marzo 2026 - 15:35
Giovanni La Valle
Sfilarsi dai guai è un’arte raffinata. Ma non sempre riesce. Di sicuro non è riuscita, almeno per ora, alla Regione Piemonte e alla Città della Salute di Torino, che avevano provato a uscire dal processo sui conti dell’azienda sanitaria più grande del Piemonte. Il tribunale ha detto no. Entrambe restano dentro. E non da spettatrici.
La decisione è chiara: Regione e azienda ospedaliera restano nel procedimento come responsabili civili. Tradotto dal giuridichese: se alla fine del processo emergerà un danno economico, potrebbero essere chiamate a pagare. E non è tutto. Restano anche parti civili, cioè potenzialmente pronte a chiedere i danni agli stessi dirigenti finiti sul banco degli imputati. Una partita nella partita.
Alla sbarra ci sono sedici tra ex direttori generali, manager e dirigenti della Città della Salute. Tutta l’accusa ruota attorno a un mistero contabile che dura da anni e che ha a che fare con la famosa quota Balduzzi, la trattenuta del 5 per cento sui compensi dei medici che fanno attività libero professionale intramoenia. Soldi che per legge dovrebbero finire in un fondo per abbattere le liste d’attesa. Sulla carta.
Perché nella pratica, per quasi un decennio, quella percentuale è rimasta più un principio teorico che una voce concreta di bilancio. Secondo l’accusa, quei soldi avrebbero dovuto essere accantonati anno per anno. Secondo la difesa, invece, il recupero poteva avvenire anche dopo. E così si arriva al famoso bilancio del 2022, dove improvvisamente compaiono circa 7 milioni di euro come credito nei confronti dei medici.
A firmarlo erano stati l’allora direttore generale Giovanni La Valle e l’ex direttrice amministrativa Beatrice Borghese, entrambi oggi imputati. Per l’accusa, un passaggio tutt’altro che neutro. Per la difesa, il tentativo di sistemare finalmente una questione rimasta in sospeso per anni.
Come se non bastasse, a complicare il quadro è arrivata anche una consulenza destinata a far discutere parecchio. Quella del commercialista Davide Di Russo, nome di peso nel mondo della contabilità pubblica ed ex vicepresidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti.
La sua storia dentro questa vicenda comincia in modo piuttosto rapido. Il 22 ottobre riceve l’incarico di esaminare la questione dei sette milioni iscritti nel bilancio 2022. Il 30 ottobre, appena otto giorni dopo, arriva il parere. Una consulenza veloce, velocissima, che conclude che quei sette milioni non sono affatto un credito reale ma un errore contabile.
La motivazione? Mancava un accordo sindacale con i dirigenti che rendesse davvero esigibile quella trattenuta del 5 per cento prevista dal decreto Balduzzi. Senza quell’accordo, secondo il consulente, i soldi non potevano essere considerati un credito certo.
Il risultato pratico è stato immediato. Quelle somme sono state eliminate dal bilancio successivo e la Città della Salute è riuscita finalmente a chiudere i conti che da mesi aspettavano una firma. A mettere la propria sigla in calce è stato il direttore Livio Tranchida.
Prima di lui l'ex commissario Thomas Schael aveva preferito non farlo, chiedendo verifiche sui bilanci precedenti e l’intervento di un advisor esterno. Insomma, prudenza.
La consulenza lampo di Di Russo però non è rimasta confinata nei corridoi dell’azienda sanitaria. Il 22 gennaio il commercialista è stato ascoltato in procura come persona informata sui fatti davanti ai pubblici ministeri Giulia Rizzo e Mario Bendoni.
Due ore abbondanti di audizione che hanno aggiunto nuovi tasselli al puzzle dei conti della sanità torinese.
I magistrati hanno fatto notare al consulente un dettaglio tutt’altro che marginale: esisterebbe un accordo sindacale del 2014 che indicava proprio quella tariffa del 5 per cento prevista dal decreto Balduzzi. Un passaggio che, se confermato, potrebbe cambiare parecchio la lettura della vicenda.
Secondo il parere di Di Russo, le condizioni per rendere esigibile la trattenuta si sarebbero verificate solo nel 2022. Per la procura, invece, la storia potrebbe essere diversa.
Quando i pm sollevano la questione, il consulente prende tempo. Si riserva di verificare. E soprattutto ammette di non essere in grado di spiegare un passaggio chiave: il salto tra quell’accordo del 2014 e un regolamento del 2015 che avrebbe eliminato il riferimento alle tariffe e quindi alla percentuale prevista dal decreto Balduzzi.
Un cambio di rotta che resta ancora senza una spiegazione convincente.
Nel frattempo, mentre il processo muove i primi passi, la procura continua a guardare anche oltre. Esistono infatti altri due filoni di indagine: uno riguarda il bilancio 2024 della Città della Salute, per il quale al momento c’è un fascicolo aperto senza indagati né ipotesi di reato; l’altro riguarda i rapporti tra l’azienda sanitaria e alcune cliniche private torinesi.
Tra i testimoni ascoltati compare anche il neurologo Marco Romanelli, in passato segretario del sindacato Anaao. La sua attenzione sulla vicenda nasce nel 2021, quando svolgendo attività libero professionale si accorge che qualcosa non torna nelle trattenute applicate sui compensi.
Dalle verifiche successive emergerebbe che la quota del 5 per cento non veniva applicata né sui ricoveri né sulle prestazioni ambulatoriali. Il risultato, secondo la ricostruzione, sarebbe un mancato introito di circa 400 mila euro l’anno. Soldi che avrebbero dovuto alimentare il fondo destinato a ridurre le liste d’attesa.
Nel frattempo Romanelli ha vinto il concorso per dirigere la struttura di neurologia dell’Asl To3, azienda sanitaria guidata proprio da La Valle, uno degli imputati nel processo.
E mentre in tribunale si discute di milioni, bilanci e regolamenti, resta ancora sospesa anche la partita del bilancio più recente della Città della Salute. Il documento, firmato da Tranchida, attende da mesi il via libera del direttore regionale della sanità Antonino Sottile.
Una firma che tarda ad arrivare.
Resta un fatto: tra consulenze lampo, regolamenti misteriosi e percentuali mai applicate, la vicenda dei conti della Città della Salute continua ad assomigliare sempre più a un rompicapo da milioni di euro. E il processo appena iniziato promette di tenerne banco ancora a lungo.
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La sanità piemontese si guarda allo specchio e si dà degli schiaffi. Dopo anni di autocelebrazioni, piani strategici e conferenze stampa trionfali, i numeri della Città della Salute di Torino – il colosso che raggruppava Molinette, Sant’Anna, Regina Margherita e CTO – finiscono dove nessuno avrebbe mai voluto vederli: in tribunale.
Per dieci anni la Città della Salute ha raccontato una favola: bilanci in ordine, intramoenia efficiente, obiettivi raggiunti e premi di risultato distribuiti con generosità. Una narrazione così impeccabile da risultare quasi commovente, se non fosse che, secondo i pm Giulia Rizzo e Mario Bendoni, era il frutto di un gigantesco gioco delle tre carte. Quello che si mostrava non corrispondeva a ciò che c’era davvero, e ciò che c’era davvero non veniva dichiarato. Altro che eccellenza sanitaria: l’unica cosa davvero performante, qui, pare fosse la fantasia amministrativa.
Sedici tra manager e dirigenti dovranno rispondere di falso in bilancio e danno erariale. Secondo la Procura di Torino, per un intero decennio l’azienda avrebbe costruito bilanci “creativi”, trasformando crediti inesigibili in incassi virtuali e cancellando fondi per far tornare i conti. Il danno stimato oscilla, a seconda delle ricostruzioni, dai 7,3 milioni contestati in sede penale ai circa 10 milioni emersi nella documentazione più recente, fino a stime tecniche che parlano di oltre 120 milioni nel complessivo arco temporale. Una forbice che dà la misura del problema: quando i numeri non sono veri, tutto il resto perde consistenza.
Il meccanismo, dicono gli inquirenti, era tanto semplice quanto efficace. Si interveniva sui questionari Alpi, quelli che dovrebbero monitorare la libera professione. Un ritocco qui, un dato abbellito là, una dichiarazione un po’ più brillante della realtà. Il risultato era una fotografia perfetta, peccato che fosse scattata con Photoshop. A compilare quei documenti c’era Davide Benedetto; ad avallarli Rosa Alessandra Brusco; a firmarli e trasmetterli a Torino e a Roma i direttori generali Gian Paolo Zanetta, Silvio Falco e Giovanni La Valle. Tutti oggi imputati. Ma la domanda vera non è chi firmava, bensì chi non sapeva. Secondo la Procura, praticamente nessuno.
Il danno stimato è di circa 10 milioni di euro, di cui 7,5 legati alla libera professione intramoenia e alla mancata applicazione del decreto Balduzzi. Una trattenuta dichiarata come applicata per anni e che, secondo l’accusa, non lo è mai stata. E i numeri “creativi” non si fermavano qui. Nel 2014 l’azienda dichiarava di disporre di una contabilità analitica sofisticata, in grado di distinguere ogni singola voce di costo. Peccato che, per i pm, quella contabilità non esistesse. Dal 2015 al 2020 veniva certificata l’operatività di un organismo di verifica dell’intramoenia: nella realtà avrebbe funzionato solo nel 2017. Quanto alla trattenuta del 5%, dichiarata come regolarmente applicata, la Procura è netta: non era vero.
Alla prima udienza preliminare la Regione Piemonte si è costituita parte civile – e, paradossalmente, anche responsabile civile – insieme ai sindacati dei medici e all’attuale dirigenza della Città della Salute, che oggi si proclama parte lesa rispetto alle gestioni precedenti. Tutte richieste accolte dal giudice. Una scena surreale: la sanità che litiga con se stessa, chi ieri avallava oggi chiede i danni, chi fino a poco fa difendeva i conti ora si dichiara tradito.
La lista degli imputati sembra la scaletta di un congresso di management sanitario: Giovanni La Valle, Gian Paolo Zanetta, Silvio Falco, Beatrice Borghese, Nunzio Vistato, Valter Alpe, Rosa Alessandra Brusco, Davide Benedetto, Maria Albertazzi. Con loro il collegio sindacale, accusato di non aver visto: Alessia Vaccaro, Renato Stradella, Paolo Biancone, Andreana Bossola, Giacomo Buchi, Andrea Remonato, Giuseppe Antonio Giuliano Stillitano. Una squadra completa, dalla dirigenza ai revisori. Si potrebbe quasi organizzare un seminario su come non controllare un bilancio sanitario.
Fa sorridere che novembre 2025, pochi giorni dopo la notizia di reato, il neo direttore di Città della salute Livio Tranchida e l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi si presentano sorridenti in conferenza stampa per annunciare che nel bilancio 2024 il fondo Balduzzi è stato cancellato perché “erroneamente iscritto” negli anni precedenti. Traduzione: secondo loro, quel fondo non doveva neppure esistere.
Peccato che nel bilancio ancora oggi manchi la firma del direttore regionale della Sanità Antonino Sottile. Una prudenza che solleva un dubbio legittimo: qualcuno sta forse aspettando di capire che aria tira in tribunale prima di dare l'ok a un documento potenzialmente esplosivo? Non c’è oggi e nessuno sa dire se ci sarà domani. Un’assenza che pesa, perché qui non si parla di burocrazia, ma di responsabilità politiche e amministrative enormi.
Se il giudice dovesse accogliere la tesi dei pm, cancellare il fondo Balduzzi potrebbe trasformarsi in un suicidio amministrativo. Se invece dovesse prevalere la versione opposta, Tranchida e Riboldi potranno rivendicare la bandiera della “trasparenza ritrovata”. In ogni caso, la sensazione è di una navigazione a vista, con il timone fermo e lo sguardo rivolto non ai conti, ma al calendario giudiziario.
Ed è qui che riemerge un nome che molti speravano di aver archiviato: Thomas Schael. Fu lui, da commissario straordinario, a bloccare l’approvazione del bilancio 2024 dopo aver rilevato un abisso tra conti ufficiali e realtà: un passivo che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe passato da –41 a oltre –55 milioni in poche settimane. Parlò di disordine amministrativo, di numeri instabili, di una struttura incapace di garantire controllo e trasparenza. Si rifiutò di firmare. Fu definito “troppo rigido”. Oggi quella rigidità ha un altro nome: lungimiranza.
Il paradosso è evidente: la stessa Regione che oggi si costituisce parte civile contro chi avrebbe falsificato i conti, ieri criticava chi quei conti si era rifiutato di firmarli. E mentre si riscrive la storia contabile della sanità piemontese, i cittadini continuano a pagare il prezzo. Alle Molinette mancano infermieri, si chiudono reparti, si rinviano interventi. Ma nei piani alti si discute ancora se un fondo da 7,5 milioni “doveva esserci o no”.
La sanità pubblica si gioca sui numeri. E qui, da anni, i numeri non tornano mai. Insomma, puoi ritoccare un questionario, puoi mandare a Roma un file che racconta una storia diversa. Ma prima o poi qualcuno chiederà conto di ciò che hai scritto. E allora non basteranno più firme a catena e foglie di fico burocratiche. Perché i numeri, a differenza delle persone, non sanno mentire per sempre.

L'assessore regionale alla sanità e l'ex commissario Thomas Schael
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