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Trump prega nello Studio Ovale mentre gli Stati Uniti attaccano l’Iran

Circondato da circa venti leader evangelici guidati da Paula White-Cain, il presidente Donald Trump si è fatto imporre le mani nello Studio Ovale poche ore dopo l’escalation militare con l’Iran. Le immagini diffuse dalla Casa Bianca riaprono il dibattito sul rapporto tra religione, guerra e potere negli Stati Uniti

Trump prega nello Studio Ovale mentre gli Stati Uniti attaccano l’Iran

Trump prega nello Studio Ovale mentre gli Stati Uniti attaccano l’Iran

La stanza appare più piccola in televisione di quanto sia in realtà. Nello Studio Ovale della Casa Bianca, il tavolo Resolute riflette la luce delle lampade mentre un gruppo di pastori evangelici stende le mani verso il presidente Donald Trump. È il 5 marzo 2026. Gli occhi sono chiusi, le voci basse. Qualcuno invoca protezione per “le nostre truppe”. Un altro chiede forza per guidare la nazione. La scena dura poco più di un minuto, ma basta per fissare un’immagine destinata a diventare simbolica: mentre gli Stati Uniti affrontano una crisi militare con l’Iran, la sede del potere esecutivo diventa lo spazio di una preghiera collettiva.

Donald Trump è seduto dietro la scrivania. Intorno a lui ci sono circa venti leader evangelici. L’incontro è stato organizzato da Paula White-Cain, telepredicatrice e responsabile del White House Faith Office (Ufficio per la fede della Casa Bianca). L’ufficio è stato rilanciato durante il secondo mandato dell’amministrazione Trump con l’obiettivo di mantenere un rapporto diretto con comunità religiose e organizzazioni di fede.

Le immagini sono state diffuse sui social da Margo Martin, consigliera alla comunicazione del presidente. Nei video si vede Trump con lo sguardo abbassato mentre i pastori pregano ad alta voce. Tra le voci si distingue quella del pastore Greg Laurie, figura nota del movimento evangelico statunitense, che invoca “grazia e protezione” per il presidente e per le forze armate impegnate “in tempi difficili”.

Il linguaggio è quello tipico delle liturgie evangeliche pentecostali: mani tese, invocazioni ritmate, richiami alla protezione divina sulla leadership politica e militare. Nei filmati circolati online e ripresi dai media, il momento è stato presentato come una preghiera per la vittoria nella guerra in corso con l’Iran. In una fase di tensione internazionale, l’uso di questa parola nello spazio più simbolico del potere americano assume un valore politico evidente. Per alcuni è un gesto di fede pubblica. Per altri rappresenta un intreccio problematico tra religione e decisioni di governo.

La regia dell’incontro porta la firma di Paula White-Cain, da anni tra le figure religiose più vicine a Donald Trump. Pastora televisiva e autrice, è diventata una presenza costante nell’orbita presidenziale. Il suo rapporto con Trumprisale a oltre vent’anni fa. Durante la prima amministrazione era già entrata alla Casa Bianca come consulente nell’ambito della Faith and Opportunity Initiative (Iniziativa fede e opportunità). Dal 2025 guida formalmente il White House Faith Office.

Accanto a lei, secondo quanto emerge dai video e dai resoconti dei presenti, c’erano pastori e leader legati alle principali reti evangeliche statunitensi. Tra loro anche figure associate al National Faith Advisory Board (Consiglio nazionale consultivo sulla fede). Il gruppo riunito nello Studio Ovale era ristretto ma altamente simbolico: non una conferenza pubblica, ma un incontro diretto con il presidente.

La scena del 5 marzo 2026 non è isolata. Negli ultimi mesi si sono ripetuti momenti simili. Nel 2025, durante il National Day of Prayer (Giornata nazionale di preghiera), alcuni leader evangelici sono stati invitati nello Studio Ovale per pregare con il presidente. Pochi giorni dopo, durante la Settimana Santa, la Casa Bianca ha ospitato una cena pasquale con esponenti religiosi e rappresentanti politici. In queste occasioni la dimensione religiosa è stata inserita esplicitamente nel calendario istituzionale della presidenza.

Questa continuità ha costruito una narrazione precisa: il presidente che cerca sostegno spirituale nei momenti di crisi politica o internazionale. Nella lettura dei sostenitori si tratta di un richiamo alla tradizione biblica di pregare per chi esercita l’autorità. I critici vedono invece un progressivo avvicinamento tra religione organizzata e potere esecutivo.

Il contesto in cui avviene la preghiera è determinante. Il 5 marzo 2026 coincide con una fase di forte tensione militare tra Stati Uniti, Israele e Iran. Nelle ore precedenti e successive alla diffusione dei video, i media internazionali hanno raccontato attacchi e contro-attacchi contro obiettivi iraniani. A Teheran sono state segnalate esplosioni e colonne di fumo. Il linguaggio della sicurezza nazionale è tornato rapidamente al centro del dibattito pubblico: deterrenza, escalation controllata, tentativi diplomatici.

In questo clima la preghiera nello Studio Ovale assume una doppia funzione. Da un lato offre un messaggio interno di unità e protezione per le truppe. Dall’altro rappresenta un segnale politico rivolto a una parte dell’elettorato religioso che negli ultimi anni è diventata una base decisiva per il consenso repubblicano.

Alcune organizzazioni che monitorano la libertà religiosa nelle forze armate hanno segnalato tensioni legate all’uso di linguaggio religioso in contesti militari. Alcuni militari hanno presentato segnalazioni formali denunciando retoriche percepite come eccessive. Il tema è delicato: quando il linguaggio religioso entra nello spazio delle decisioni strategiche, il confine tra libertà di culto e neutralità dello Stato diventa più difficile da definire.

Trump

Nel lessico della preghiera emergono tre concetti ricorrenti: vittoria, protezione e unità. La richiesta di protezione per i soldati è una formula tradizionale nei momenti di guerra e rafforza il legame simbolico tra opinione pubblica e forze armate. L’idea di unità richiama l’espressione “One Nation Under God” (Una nazione sotto Dio), parte della tradizione civile americana. Il riferimento alla vittoria introduce invece una dimensione morale nella lettura del conflitto.

Questi elementi non sono nuovi nella storia degli Stati Uniti. Presidenti di entrambi i partiti hanno fatto ricorso alla religione nella comunicazione pubblica durante le crisi internazionali. Ciò che appare diverso oggi è l’intensità della presenza evangelica nello spazio presidenziale e la visibilità mediatica di questi momenti.

La figura centrale di questa rete resta Paula White-Cain. I suoi sostenitori la considerano una guida spirituale capace di portare la fede nel dibattito pubblico. I critici la associano invece alla cosiddetta prosperity theology (teologia della prosperità), una corrente religiosa che lega successo economico e benedizione divina. In ogni caso il suo ruolo è ormai istituzionale: attraverso il White House Faith Office mantiene contatti costanti con chiese, associazioni religiose e gruppi di pressione.

Negli ultimi mesi l’ufficio ha promosso incontri su temi come libertà religiosa, scuola, sanità e diritti di coscienza per personale medico e militare. Iniziative che hanno ricevuto sostegno da parte di molte comunità di fede e critiche da parte di organizzazioni laiche che difendono la separazione tra Stato e religione.

Le reazioni alla preghiera del 5 marzo 2026 riflettono questa divisione. I sostenitori sostengono che pregare per i governanti sia una pratica legittima e radicata nella tradizione americana. I critici parlano invece di un uso politico della religione in un momento di tensione internazionale.

Quando le telecamere si spengono e il gruppo lascia lo Studio Ovale, resta soprattutto l’immagine di quel cerchio di mani intorno al presidente. Un gesto che per alcuni rappresenta fede e unità nazionale. Per altri è il segnale di un cambiamento nel rapporto tra religione e potere negli Stati Uniti. In ogni caso la scena racconta qualcosa del Paese di oggi: una nazione che affronta una guerra all’estero e continua a discutere sul ruolo della fede nello spazio pubblico.

Fonti: Washington Post, Reuters, Associated Press, Fox News, C-SPAN, Casa Bianca, video diffusi da Margo Martin sui social media.

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