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Biennale di Venezia 2026, riapre il padiglione russo: arte, geopolitica e la sfida alla “cancel culture”

Dopo quattro anni di silenzio la Russia torna ai Giardini con il progetto “L’albero è radicato nel cielo”. Tra diplomazia culturale, guerra in Ucraina e nuovi equilibri globali, l’arte diventa terreno di confronto politico

Biennale di Venezia 2026, riapre il padiglione russo: arte, geopolitica e la sfida alla “cancel culture”

Tra i viali ombrosi dei Giardini della Biennale di Venezia c’è un edificio che negli ultimi anni è diventato più di un semplice spazio espositivo. È diventato un simbolo. Un padiglione silenzioso, chiuso, quasi sospeso nel tempo. Per quattro anni le sue porte sono rimaste serrate mentre il mondo cambiava, mentre la guerra ridefiniva le mappe geopolitiche e mentre l’arte stessa si interrogava sul proprio ruolo davanti ai conflitti della storia. Ora qualcosa si muove di nuovo.

Il padiglione russo tornerà ad animarsi alla 61esima Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026. L’annuncio è arrivato il 3 marzo attraverso il quotidiano russo Pravda ed è stato confermato dalla rivista internazionale Artnews. A parlare è stato Michail Efimovič Švydkoj, ex ministro della Cultura russo e oggi rappresentante presidenziale per la cooperazione culturale internazionale.

Le sue parole, però, non raccontano un ritorno. Raccontano qualcosa di diverso. “La Russia non ha mai lasciato la Biennale di Venezia. La presenza stessa del nostro padiglione significa la presenza del nostro Paese nello spazio culturale di Venezia. Non stiamo tornando. Stiamo semplicemente cercando nuove forme di attività creativa nelle circostanze attuali”, frasi che suonano quasi come una dichiarazione di principio. Per Mosca, il padiglione non è mai stato davvero vuoto.

Per capire cosa sta accadendo oggi bisogna tornare indietro di quattro anni. Nel 2022, pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina, la scena artistica internazionale fu attraversata da una scossa improvvisa. Gli artisti scelti per rappresentare la Russia alla Biennale - Kirill Savčenkov e Aleksandra Suchareva— insieme al curatore Raimundas Malašauskas decisero di ritirarsi dalla manifestazione.

Il loro gesto fece il giro del mondo. In un breve comunicato spiegavano che non era possibile rappresentare un Paese mentre quel Paese stava conducendo una guerra.

Il padiglione russo rimase chiuso. Tra i Giardini della Biennale, dove ogni edificio racconta una nazione e la sua identità culturale, quello spazio improvvisamente muto diventò un’immagine potente: la rappresentazione plastica di una frattura tra Russia ed Europa.

Quel padiglione non è uno spazio qualsiasi. Fu costruito nel 1914, progettato dall’architetto Aleksej Ščusev, uno dei grandi protagonisti dell’architettura russa del Novecento; lo stesso che pochi anni dopo avrebbe progettato il mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa. Da più di un secolo, quell’edificio rappresenta la presenza culturale russa nel cuore dell’Europa artistica.

Tra le sue pareti sono passati artisti dell’avanguardia sovietica, sperimentatori della stagione post-sovietica, performer e registi che hanno raccontato le trasformazioni profonde di un Paese sospeso tra Oriente e Occidente.

Chiuderlo non significava soltanto annullare una mostra, significava interrompere un filo culturale lungo oltre cent’anni.

Nel 2024 quel filo non venne riannodato, ma almeno non fu spezzato del tutto. La Russia decise infatti di concedere temporaneamente il proprio padiglione alla Bolivia, che lo utilizzò per celebrare il bicentenario dello Stato plurinazionale. Una soluzione che molti interpretarono come un compromesso diplomatico.

Mosca manteneva la proprietà simbolica dello spazio, ma allo stesso tempo evitava di trasformare il padiglione in un luogo di scontro politico. Era una pausa. Non ancora un ritorno.

Il progetto presentato per il 2026 porta un titolo che sembra uscito da una poesia: “L’albero è radicato nel cielo”. Più che una mostra tradizionale, sarà una piattaforma culturale multidisciplinare. Oltre cinquanta giovani artisti internazionali - musicisti, poeti, filosofi, performer - saranno coinvolti in un progetto che assomiglia a un grande laboratorio creativo.

Gli organizzatori parlano di una polifonia di culture e linguaggi, capace di mettere in dialogo tradizioni musicali e artistiche provenienti da contesti spesso considerati periferici rispetto ai grandi centri culturali occidentali.

Non solo arte contemporanea, dunque, ma anche ricerca sonora, performance, poesia e sperimentazione. Il padiglione diventerà una sorta di festival permanente, un luogo dove le discipline si mescolano e dove le culture dialogano senza gerarchie.

Dietro la scelta curatoriale si intravede anche una dichiarazione politica.

Švydkoj lo ha detto chiaramente: “Questo progetto dimostra che la cultura russa non è isolata e che i tentativi di cancellarla, intrapresi negli ultimi quattro anni dalle élite politiche occidentali, non hanno avuto successo”. Il riferimento è alla cosiddetta “cancel culture” nei confronti della Russia, espressione con cui il Cremlino descrive l’esclusione di artisti e istituzioni russe da molti circuiti culturali occidentali dopo l’inizio della guerra.

In questo contesto la Biennale diventa qualcosa di più di una manifestazione artistica, un palcoscenico della diplomazia culturale internazionale. La Biennale del 2026 rifletterà inevitabilmente gli equilibri del mondo contemporaneo. Saranno 99 le partecipazioni nazionali, tra cui: Ucraina, che porterà un progetto dedicato al tema della sicurezza e della guerra; Israele, temporaneamente ospitato all’Arsenale; Qatar, al debutto nella manifestazione.

In questo mosaico di identità culturali, il padiglione russo assume un significato particolare: non è soltanto uno spazio espositivo, ma un luogo dove arte, politica e diplomazia si incontrano. A maggio, quando la Biennale aprirà al pubblico, il piccolo edificio progettato da Ščusev tornerà a riempirsi di suoni, parole, voci. Ma non sarà soltanto un ritorno alla normalità, sarà un momento carico di significati. Per alcuni, la prova che l’arte deve restare indipendente dalle tensioni geopolitiche. Per altri, il segnale che la cultura è diventata uno degli strumenti più sofisticati della diplomazia internazionale.

In ogni caso, tra gli alberi dei Giardini della Biennale, quel padiglione tornerà a raccontare una storia antica e sempre nuova: la storia del rapporto complicato, fragile e necessario tra la Russia e l’Europa.

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