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Sanità
04 Marzo 2026 - 15:27
Per prenotare una visita oculistica si rivolge alla Polizia e gliela fissano il giorno dopo
Per ottenere una semplice visita oculistica nel servizio sanitario pubblico, a volte non basta una prescrizione medica. Non basta seguire le indicazioni degli sportelli. Non basta fare la fila. Non basta neppure avere una malattia cronica diagnosticata da trent’anni. A volte serve qualcosa di più: insistere, discutere, perdere giorni di tempo e, infine, chiamare la polizia.
È la storia di Giovanni Battista Belmonte, torinese, malato reumatico da oltre trent’anni. La sua patologia si chiama spondilite anchilosante, una malattia infiammatoria cronica che può colpire anche gli occhi provocando uveite, una condizione dolorosa che richiede controlli specialistici tempestivi.
La vicenda comincia tra fine gennaio e inizio febbraio all’ospedale Mauriziano di Torino. Belmonte deve prenotare una visita oculistica proprio per monitorare un episodio di uveite. Si presenta per fissare l’appuntamento ma allo sportello gli dicono che le prestazioni sono chiuse. La risposta è lapidaria: deve tornare il primo marzo, quando riapriranno le prenotazioni.
Prima di andarsene fa una domanda semplice: la prescrizione è corretta? La risposta è rassicurante:"sì, va bene così".
Lunedì mattina, 2 marzo, Belmonte torna dal medico di base e si fa rilasciare la prescrizione richiesta. Poco dopo si presenta al CUP del Mauriziano. Sono circa le 12.15, prende il numero, aspetta il suo turno. Quando arriva allo sportello consegna l’impegnativa convinto che la procedura sia ormai conclusa.
Ma improvvisamente scopre che la prescrizione non va più bene.
L’addetta allo sportello gli spiega che il medico avrebbe dovuto scrivere una cosa diversa: sulla ricetta doveva essere specificato che la visita doveva essere effettuata all’ospedale Mauriziano.
"Senza quella dicitura — gli viene detto — non è possibile prenotare...".
La prenotazione non viene fatta. Belmonte deve tornare dal medico per rifare la richiesta.
Il giorno dopo ritira la nuova prescrizione con la dicitura richiesta. Convinto di aver finalmente risolto il problema, la mattina successiva torna al Mauriziano. Sono le 8 in punto, alle 8.05 è già allo sportello 7 del CUP.
Consegna la nuova impegnativa.E a quel punto succede qualcosa che racconta meglio di qualsiasi statistica lo stato della sanità pubblica.
La prenotazione non si può fare. Il motivo, questa volta, è l’esatto contrario di quello del giorno prima. Secondo l’impiegata "quella dicitura non doveva essere inserita".
Belmonte resta incredulo. Prova a ragionare con l’operatrice. «Ma mettetevi d’accordo», dice.
La risposta è fredda: le visite sono chiuse, non si può prenotare.
Eppure lui era arrivato il lunedì con la prescrizione giusta. Non lo avevano prenotato. Gli avevano chiesto di tornare dal medico per cambiare la ricetta. Adesso che la ricetta è stata modificata, gli dicono che non doveva essere modificata.
A quel punto chiede di parlare con un responsabile.
La risposta è negativa. Cambiano anche i toni e l'impiegata gli chiede addirittura di spostarsi perché deve continuare a lavorare.
La tensione sale. Non è più soltanto una questione burocratica. È la sensazione di essere intrappolati in un sistema che respinge il cittadino da uno sportello all’altro.
Belmonte prova a ricordare quello che dovrebbe essere un principio elementare: l’articolo 32 della Costituzione, quello che tutela il diritto alla salute.
«Io ho fatto tutto quello che mi avete detto di fare», ripete. Esce in strada. Vorrebbe mettersi a urlare. Non lo fa!
Prende il telefono e compie un gesto che racconta da solo l’assurdità della situazione: chiama la polizia.
Dopo cinque minuti gli agenti sono accanto a lui. Insieme si recano al CUP. Nel frattempo l’impiegata esce dallo sportello.
Al paziente viene fatto notare che è troppo nervoso.
Dopo un lungo tira e molla arriva una proposta che suona quasi come una resa del sistema.
«Vuole farla da un’altra parte questa visita?». Belmonte accetta, ma pone una condizione: deve essere a Torino.Passano alcuni minuti e accade ciò che fino a poco prima sembrava impossibile: si libera un posto. Miracolo!
La visita viene fissata per giovedì 5 marzo alle ore 10 alle Molinette. Ticket: 25,80 euro.
Una soluzione trovata solo dopo una mattinata di tensione, discussioni e l’intervento delle forze dell’ordine.
Per Belmonte non è la prima volta. Racconta che quindici anni fa aveva già vissuto una vicenda simile in un’altra ASL torinese, arrivando persino a presentare denuncia.
Oggi la sua conclusione è amara. «Se non fai così non risolvi nulla in questo Paese».
E resta una domanda che riguarda migliaia di pazienti. Siamo così sicuri che nel sistema "Cup" e prenotazioni, sanità e visite, non si stia in tutti i modi favorendo il privato e il medico in intramoenia? "A pensar male si fa peccato - ma come diceva Giulio Andreotti - quasi sempre ci si azzecca...".

C’è un momento preciso in cui una società capisce di aver superato una linea. Non è quando mancano i soldi.
Non è quando un servizio funziona male. È quando una persona malata, dopo trent’anni di convivenza con una patologia cronica, arriva davanti allo sportello di un ospedale e capisce che per ottenere una visita non basta avere una prescrizione medica. Non basta aver fatto tutto quello che ti è stato detto di fare. Non basta rispettare le regole.
Serve alzare la voce. Serve litigare. Serve perfino chiamare la polizia.
Quando succede questo, non siamo più davanti a una disfunzione. Siamo davanti a qualcosa di molto più grave. Siamo davanti a un sistema che ha smesso di ricordarsi perché esiste.
La storia che ci è arrivata in redazione in questi giorni è una delle tante. E forse è proprio questo il punto più doloroso: non è un’eccezione. È diventata normalità. Un uomo malato da oltre trent’anni di spondilite anchilosante deve fare una visita oculistica per un’uveite. Una complicanza della sua malattia. Non un capriccio, non un controllo di routine. Una visita necessaria. Va allo sportello. Gli dicono che le prenotazioni sono chiuse. "Torni il primo marzo...".
Torna il primo marzo. La prescrizione non va bene.
"Torni dal medico...". Torna dal medico. Rifà la prescrizione. Torna allo sportello.
Adesso la prescrizione va peggio di prima. Non andava modificata. Nel frattempo le prenotazioni sono chiuse. Non si può fare nulla.
In questo momento, mentre state leggendo queste righe, qualcuno starà pensando: sarà stato un malinteso. Una giornata storta. Un errore. Magari fosse così.
Il problema è che queste storie arrivano ogni giorno. Arrivano ai giornali, arrivano alle associazioni, arrivano ai parlamentari, arrivano ai consiglieri regionali. Arrivano ovunque.
Telefonate di persone disperate. Messaggi vocali mandati la sera tardi. Mail piene di referti e appuntamenti cancellati.
E la verità è una sola, brutale: i giornali non riescono neanche più a raccontarle tutte.
Per ogni storia che finisce su un giornale, ce ne sono dieci che restano fuori. Perché lo spazio è quello che è.
Perché il giorno dopo ne arriva un’altra.
Una TAC tra otto mesi. Una visita cardiologica tra un anno. Una risonanza impossibile da prenotare. Un CUP che dice “non dipende da noi”. Un altro sportello che dice “deve tornare con un’altra ricetta”. E intanto le persone aspettano.
Aspettano mentre stanno male. Poi succede una cosa. Sempre più spesso.
La gente smette di aspettare. Prende il telefono e chiama una clinica privata. Paga. Non perché voglia farlo. Perché non ha alternativa. Ed è qui che il sistema sanitario pubblico comincia davvero a morire.
Non quando mancano i fondi. Ma quando i cittadini perdono la fiducia. Quando un malato cronico arriva a dire una frase che ormai sentiamo troppo spesso: «Se non fai casino non risolvi nulla».
Pensateci bene. È una frase devastante. Perché significa che la normalità — fare una richiesta, rispettare le regole, aspettare il proprio turno — non funziona più.
Funziona solo l’eccezione. Funziona solo lo scontro. Funziona solo quando qualcuno alza la voce abbastanza forte da rompere l’equilibrio. E allora succede qualcosa di quasi grottesco. Il posto che prima non c’era, improvvisamente si libera. Una visita che era impossibile prenotare diventa possibile. Un’agenda chiusa si apre.
Non perché il sistema abbia trovato una soluzione. Ma perché qualcuno ha resistito abbastanza da piegarlo.
Ma la sanità pubblica non può funzionare così. Non può essere una prova di resistenza. Non può essere una gara tra chi urla più forte. Non può essere una giungla in cui si salva solo chi insiste di più.
La sanità pubblica nasce per una ragione semplice e gigantesca: proteggere chi è più fragile. Non metterlo alla prova.
E invece oggi sempre più persone si sentono sole davanti a un sistema enorme, impersonale, burocratico. Un sistema che sembra avere sviluppato una difesa automatica: respingere, rimandare, rinviare.
Intendiamoci: negli ospedali lavorano medici straordinari, infermieri che tengono in piedi reparti interi, operatori che fanno miracoli ogni giorno. Senza di loro la sanità sarebbe già crollata.
Ma attorno a loro crescono medici e primari del "bancomat" quelli che visitano fuori perchè sono in "intramoenia" e che non comunicano al CUP gli orari "liberi", insomma dei gran "bastardi"
Una macchina che ha trasformato la cura in una pratica. La malattia in una procedura. Il paziente in un problema da gestire.
E allora succede che un uomo con trent’anni di malattia alle spalle si ritrova a discutere allo sportello di un ospedale per una parola scritta o non scritta su una ricetta. E a un certo punto tira fuori il telefono e chiama la polizia. Non per un furto.
Non per una rissa. Per prenotare una visita medica.
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