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04 Marzo 2026 - 01:00
Mojtaba Khamenei (foto X)
Il 28 febbraio 2026 Ali Khamenei è stato ucciso in un’operazione militare attribuita da Teheran a forze congiunte statunitensi e israeliane. Poche ore dopo è scattato il meccanismo previsto dall’Articolo 111 della Costituzione: un Consiglio ad interim ha assunto temporaneamente le funzioni della Guida Suprema. Ne hanno fatto parte il presidente della Repubblica Masoud Pezeshkian, il capo della Magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Ejei e il religioso Alireza Arafi, membro del Consiglio dei Guardiani.
In un Paese colpito da attacchi mirati e da tensioni regionali crescenti, l’Assemblea degli Esperti, l’organo composto da 88 religiosi incaricato di nominare la Guida, ha indicato come successore Mojtaba Khamenei, secondogenito del leader ucciso. La decisione, diffusa dai media statali iraniani e ripresa da diverse testate internazionali, ha segnato un passaggio che non ha precedenti nella storia della Repubblica islamica: per la prima volta il figlio di una Guida è stato scelto per succedergli.
Mojtaba Khamenei, son of Supreme Leader, is ten times more dangerous than his father.
— Sonyx (@ar83461156) March 3, 2026
• He is the one who orders the execution of protesters • He is the one who shut down internet, against Pezeshkian’s wishes AND most dangerous man in Iran.
Abu Saleh https://t.co/JhrcuqhI0v pic.twitter.com/fykIp7KXZL
La procedura si è svolta mentre il Paese era in lutto nazionale e sotto pressione militare. Secondo fonti iraniane, anche edifici collegati all’Assemblea degli Esperti a Qom sono stati colpiti nelle stesse ore. I lavori sono proseguiti in sedi alternative e con misure di sicurezza rafforzate. La priorità è stata garantire continuità istituzionale e controllo della catena di comando, in particolare nei rapporti con il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC).
La scelta di Mojtaba Khamenei ha un peso politico che va oltre il nome. Figura riservata, non ha mai ricoperto incarichi di governo, ma negli anni è stato descritto da osservatori occidentali come un punto di raccordo tra l’ufficio del padre e gli apparati di sicurezza. Ha studiato nei seminari religiosi di Qom e ha costruito la sua influenza all’interno delle reti clericali e militari. Nel 2019 gli Stati Uniti lo hanno inserito in un pacchetto di sanzioni emanato con l’Executive Order 13876, insieme ad altri esponenti dell’entourage della Guida, accusandolo di avere sostenuto le politiche repressive e la proiezione regionale dell’Iran.
La sua nomina ha infranto un tabù che risaliva alla nascita della Repubblica islamica nel 1979, fondata anche sul rifiuto del principio monarchico. La dottrina della velayat-e faqih, il governo del giureconsulto islamico, non prevede una trasmissione ereditaria del potere. La scelta del figlio del leader ha quindi aperto un dibattito interno sulla legittimità religiosa e politica della decisione. Per i sostenitori, non si è trattato di una successione dinastica ma di una selezione basata su criteri di continuità e affidabilità. Per i critici, l’immagine di una guida scelta all’interno della stessa famiglia rischia di minare la credibilità del sistema.
Nel frattempo il Consiglio ad interim ha gestito l’emergenza. Masoud Pezeshkian, eletto nel 2024 con un profilo riformista pragmatico, ha rappresentato il volto istituzionale della transizione. Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, considerato vicino alle posizioni più rigide dell’apparato giudiziario, ha mantenuto il controllo sull’ordine interno. Alireza Arafi ha assicurato la copertura religiosa e costituzionale dei passaggi formali. La loro azione ha avuto un obiettivo immediato: dimostrare che lo Stato restava operativo nonostante la perdita del vertice.
La designazione di Mojtaba Khamenei ha risposto anche a un’esigenza di coesione con il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), struttura centrale nella strategia militare e regionale dell’Iran. In una fase di scontro aperto e di attacchi mirati, la leadership ha privilegiato una figura ritenuta in grado di mantenere un rapporto diretto con l’apparato di sicurezza e con le forze impegnate nei teatri esterni, dalla Forza Quds ai gruppi alleati in Libano, Iraq, Siria e Yemen.
Restano aperti diversi fronti. Sul piano regionale, la nuova guida dovrà decidere se rafforzare la linea della deterrenza militare o cercare margini di de-escalation. Sul dossier nucleare, i rapporti con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) restano tesi e ogni scelta sull’arricchimento dell’uranio potrà incidere sulle sanzioni. L’economia continua a soffrire per la debolezza del rial e per l’isolamento finanziario. All’interno, le proteste esplose dopo la morte di Jina Mahsa Amini hanno lasciato una frattura tra istituzioni e parte della società urbana e giovane, che chiede riforme e maggiore apertura.
Anche il rapporto con il clero sarà decisivo. Il consenso dei grandi centri religiosi di Qom e dei marja’, le massime autorità sciite, rappresenta un passaggio obbligato per consolidare l’autorità della nuova Guida. Alireza Arafi, responsabile della rete dei seminari, avrà un ruolo nel mantenere compatto il fronte religioso.
In meno di tre giorni l’Iran ha perso il suo leader storico, ha attivato i meccanismi costituzionali di emergenza e ha indicato un successore che porta lo stesso cognome. L’obiettivo immediato è stato evitare un vuoto di potere. Il passaggio più delicato inizia ora: trasformare una nomina contestata in un’autorità riconosciuta, dentro e fuori i confini del Paese.
Fonti: Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran; U.S. Department of the Treasury; Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA); media statali iraniani.
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