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03 Marzo 2026 - 17:46
Alfonso Frugis, Federica Pozzi e Michela Cardinali
Tre milioni e mezzo di euro per studiare l’arte come si studia un paziente in sala operatoria. A Venaria Reale sono partiti i lavori per il nuovo polo scientifico del Centro Conservazione Restauro “La Venaria Reale”, e la notizia non è soltanto edilizia: è politica, culturale, strategica. Dentro l’ex Galoppatoio Lamarmora, edificio storico di proprietà della Regione Piemonte, sta nascendo un’infrastruttura che punta a ridefinire il ruolo del territorio nella partita internazionale della conservazione dei beni culturali.
Se la Reggia è il simbolo, questo polo vuole essere il laboratorio. Se il complesso UNESCO racconta il passato, qui si vuole progettare il futuro della tutela. Non è un dettaglio.
Il progetto prevede un investimento complessivo di 3,5 milioni di euro e la riqualificazione di 600 metri quadrati distribuiti su due piani. Al piano terra troveranno spazio otto laboratori scientifici di ultima generazione e un’area centrale concepita come spazio espositivo e divulgativo, aperto anche al pubblico. Al piano superiore, invece, sala riunioni, biblioteca, uffici open space e due aree dedicate al networking: luoghi pensati non solo per lavorare, ma per connettere competenze.
La prima fase dei lavori, con il completamento del piano terra, è prevista per ottobre 2026. Una scadenza precisa, che ora dovrà misurarsi con la concretezza del cantiere.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: creare un polo internazionale per la diagnostica, la ricerca e l’innovazione nello studio e nella conservazione del patrimonio culturale. Non un semplice ampliamento, ma un salto di scala. Significa attrarre università, istituti di ricerca, musei, settore industriale. Significa entrare nel dialogo globale sulle nuove tecnologie applicate all’arte, in un’epoca in cui la transizione ecologica e digitale impone standard diversi anche alla tutela.
Il primo mattone economico è arrivato dalla Regione Piemonte, che ha messo sul tavolo 2,5 milioni di euro nell’ambito dei fondi del Piano Operativo Complementare (2014-2020). Poi il Ministero della Cultura, che ha inserito un contributo per il completamento del recupero dell’ex Galoppatoio Lamarmora nella programmazione triennale dei lavori pubblici 2026-2028. Un doppio binario istituzionale che racconta una convergenza rara: Regione e Stato che si muovono nella stessa direzione.
«Il progetto del nuovo polo scientifico del CCR è stato uno dei miei obiettivi primari per consolidare il ruolo del Centro come polo di eccellenza internazionale», sottolinea il presidente Alfonso Frugis. «È il risultato di una strategia di lungo periodo che rafforza la nostra natura di istituto di innovazione nel campo dei beni culturali. Ci auguriamo che generi impatti positivi sul piano culturale, economico e sociale».
Parole che parlano di leadership, di riconoscimento, di impatto. Ma cosa significa, concretamente, “impatto” in questo contesto?
Significa laboratori attrezzati con tecniche per analisi puntuali, mapping e imaging di superficie. Significa strumenti mobili e portatili per campagne diagnostiche in situ, fondamentali quando un’opera non può essere spostata o campionata. Significa poter intervenire su affreschi, tele, manufatti che vivono in luoghi dove il trasporto non è un’opzione. È qui che la scienza diventa alleata silenziosa della conservazione.
«La nascita del nuovo polo scientifico segna un momento cruciale nella storia del Centro», osserva Federica Pozzi, direttrice dei Laboratori Scientifici del CCR. «È un progetto pensato per ampliare l’accesso alla diagnostica e rafforzare le capacità operative del CCR, creando un luogo in cui scienza e patrimonio dialogano in modo strutturato e continuativo». E aggiunge: «Non è soltanto un’infrastruttura, ma l’espressione di una visione condivisa, fondata su collaborazione, ricerca e sostenibilità».
Visione è una parola spesso abusata. Qui, però, si misura con dati e strumenti. Otto laboratori non sono un manifesto, sono stanze operative. Imaging di superficie non è retorica, è tecnologia. E la tecnologia, quando funziona, produce risultati misurabili.
Accanto ai fondi pubblici, si muove la leva privata. Con Intesa Sanpaolo è stata attivata una campagna di crowdfunding sulla piattaforma For Funding, tra luglio 2025 e marzo 2026, per l’acquisto di nuova strumentazione e per la formazione di giovani ricercatori. Una scelta che apre un’altra partita: quella del coinvolgimento diretto della comunità.
«Abbiamo scelto di sostenere il progetto attraverso la piattaforma For Funding per contribuire concretamente al rafforzamento della ricerca scientifica applicata alla tutela del patrimonio culturale e coinvolgere attivamente le comunità», spiega Andrea Lecce, responsabile Direzione Impact di Intesa Sanpaolo. «Ad oggi For Funding ha permesso di raccogliere oltre 60 milioni di euro a sostegno di più di 500 iniziative».
Il messaggio è chiaro: la cultura non è più solo spesa pubblica, ma investimento condiviso. E in un territorio come quello piemontese, dove il patrimonio è diffuso e stratificato, la questione non è secondaria.
Il progetto ha visto anche la collaborazione della Città Metropolitana di Torino, stazione unica appaltante, e del Comune di Venaria Reale, che ha inserito il Polo tra i progetti pilota del bilancio di sostenibilità degli interventi culturali nei territori della Regione Piemonte. Non solo contabilità, ma misurazione dell’impatto sociale, ambientale ed economico.
«Al Centro Conservazione Restauro la Città metropolitana di Torino ha affidato interventi strategici sul proprio patrimonio», ricorda il vicesindaco metropolitano Jacopo Suppo, citando il restauro dei volumi della Biblioteca di Storia e Cultura del Piemonte “Giuseppe Grosso” e le vetrate storiche di Palazzo Cisterna. «Disporre di competenze scientifiche avanzate significa poter affrontare in futuro restauri ancora più complessi».
Anche il sindaco di Venaria, Fabio Giulivi, insiste sul cambio di passo. «Non siamo soltanto sede di una città con un sito UNESCO di rilievo mondiale, ma diventiamo sempre più un laboratorio internazionale di ricerca applicata alla conservazione del patrimonio». E lega il progetto all’Hub della Cultura cittadino e al percorso del bilancio di sostenibilità comunale.
Qui si intrecciano due livelli: identità e sviluppo. Da un lato la consapevolezza di vivere accanto a un patrimonio straordinario; dall’altro la volontà di trasformarlo in leva di crescita economica, occupazionale, formativa.
Ma ogni investimento pubblico chiede una domanda scomoda: quali risultati concreti produrrà? Non basta inaugurare un laboratorio per cambiare un territorio. Servono progetti, casi studio, reti internazionali solide.
Il CCR, da questo punto di vista, parte con un curriculum non banale. Tra i recenti casi di studio dei Laboratori scientifici figurano i mazzi di tarocchi Visconti-Sforza, in mostra dal 27 febbraio al 2 giugno 2026 presso l’Accademia Carrara di Bergamo e dal 25 giugno al 6 ottobre 2026 alla Morgan Library & Museum di New York. E ancora il Cristo benedicente di Raffaello della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia.
Non sono interventi marginali. Sono opere simbolo, che viaggiano tra Italia e Stati Uniti, tra musei di primo piano. Dietro quelle mostre c’è un lavoro scientifico che spesso resta invisibile al grande pubblico: analisi dei pigmenti, studio dei supporti, valutazione delle condizioni conservative, progettazione degli interventi.
È qui che il nuovo polo potrà fare la differenza. Non solo aumentando la capacità di analisi, ma creando un ecosistema stabile di ricerca. Se le partnership internazionali annunciate si tradurranno in collaborazioni operative, Venaria potrà diventare un punto di riferimento non soltanto per il restauro, ma per la diagnostica avanzata applicata ai beni culturali.
C’è poi un tema generazionale. Il progetto parla esplicitamente di formazione di giovani ricercatori. In un settore spesso segnato dalla precarietà e dalla fuga di competenze, investire in spazi, strumenti e reti significa offrire opportunità concrete. Non è un dettaglio secondario in un’area metropolitana che compete con altre realtà europee.
La trasformazione dell’ex Galoppatoio Lamarmora assume anche un valore simbolico. Un edificio storico, parte integrante del complesso della Reggia, che cambia funzione senza perdere identità. Da spazio legato alla dimensione equestre a infrastruttura dedicata alla scienza. È la dimostrazione che la valorizzazione non passa solo attraverso eventi e turismo, ma anche attraverso funzioni permanenti, produttive, qualificate.
La sfida vera, però, inizierà dopo il taglio del nastro. Perché un polo scientifico vive di continuità: finanziamenti, progetti europei, pubblicazioni, brevetti, collaborazioni industriali. Il piano di fundraising annunciato dal CCR, con la creazione di una rete di donatori privati e istituzionali e l’attivazione di partnership strategiche di ricerca internazionali, sarà decisivo per sostenere la crescita nel lungo periodo.
Il rischio, altrimenti, è quello già visto altrove: strutture moderne, ma sottoutilizzate. Ambizioni alte, ma risorse insufficienti per mantenerle.
In Piemonte la cultura è spesso raccontata come fiore all’occhiello. Qui si tenta un passo ulteriore: trasformarla in piattaforma di innovazione. «Scegliamo di investire nel sapere per garantire un progresso solido», afferma il presidente della Regione Alberto Cirio, rivendicando la collaborazione tra gli assessori coinvolti e il presidente del Centro.
È una dichiarazione che va presa sul serio. Perché investire nel sapere significa accettare tempi lunghi, risultati non immediati, processi complessi. Significa credere che la tutela del patrimonio non sia un capitolo marginale, ma un asset strategico.
Venaria, in questi anni, ha lavorato molto sulla propria identità culturale. La Reggia come attrattore turistico, l’Hub della Cultura come progetto di sistema, ora il polo scientifico come infrastruttura di ricerca. La traiettoria è chiara: passare dall’essere luogo che ospita bellezza a luogo che produce conoscenza sulla bellezza.
La domanda finale resta aperta: sapremo sfruttare questa occasione? Sapremo collegare davvero scienza, istituzioni, imprese e comunità? Oppure ci fermeremo all’annuncio, alla conferenza stampa, alla fotografia del cantiere?
Il cantiere è partito. I fondi sono stanziati. I laboratori sono progettati. Ora serve la parte più difficile: trasformare l’investimento in risultati tangibili, misurabili, riconosciuti a livello internazionale.
Se accadrà, l’ex Galoppatoio Lamarmora non sarà soltanto un edificio riqualificato. Sarà il segno che un territorio può scegliere di non limitarsi a custodire il proprio passato, ma di studiarlo, comprenderlo e difenderlo con gli strumenti più avanzati del presente.
E in un Paese che vive di patrimonio, non è poco.

La scienza non è un accessorio del restauro. È il suo fondamento. È da questa convinzione che, nel 2005, è nato il Centro Conservazione Restauro “La Venaria Reale”, impostato fin dall’inizio come una comunità professionale integrata in cui restauratori, storici dell’arte e scienziati lavorano insieme in modo strutturale, non episodico. Una scelta che allora poteva sembrare ambiziosa, oggi appare necessaria.
Il punto non è solo “riparare” un’opera danneggiata. Il punto è comprenderla. Capire come è stata realizzata, quali materiali sono stati utilizzati, quali trasformazioni ha subito nel tempo, quali interventi l’hanno modificata. È qui che la diagnostica scientifica entra in gioco, trasformando la tutela in un processo di conoscenza approfondita.
Nei Laboratori Scientifici del CCR la parola chiave è interdisciplinarità. Chimici, diagnosti dei beni culturali, esperti di scienze naturali dialogano quotidianamente con restauratori e storici dell’arte. Non esistono compartimenti stagni: l’analisi tecnica non è separata dall’interpretazione storico-artistica, ma la integra e la arricchisce. L’opera viene letta come un organismo complesso, fatto di materia, stratificazioni, interventi successivi, scelte tecniche e creative.
Le tecnologie impiegate permettono di andare oltre la superficie visibile. Luce infrarossa, ultravioletta, raggi X, imaging avanzato: strumenti che consentono di penetrare negli strati pittorici, di individuare disegni preparatori nascosti, pentimenti, sovrapposizioni, alterazioni cromatiche. È un approccio non invasivo, rispettoso dell’integrità materiale dell’opera, che privilegia l’analisi prima dell’intervento.
Tra le dotazioni più significative c’è un apparato radiotomografico unico in Italia, capace di analizzare manufatti anche di grandi dimensioni senza necessità di contatto diretto. Il principio è simile a quello delle indagini diagnostiche in ambito medico: si esplora l’interno dell’opera per comprenderne struttura e condizioni. Questo consente di valutare lo stato di conservazione con precisione e di progettare eventuali interventi su basi oggettive.
Il CCR non opera in isolamento. La sua attività si inserisce in una rete internazionale di collaborazioni con istituti di ricerca e musei di primo piano, sia in Italia sia all’estero. Questo dialogo continuo consente di confrontare metodologie, condividere risultati, sviluppare progetti comuni e mantenere elevato il livello scientifico.
A dirigere i Laboratori Scientifici è Federica Pozzi, chimica di formazione con un lungo percorso internazionale alle spalle, culminato in un’esperienza pluriennale al Metropolitan Museum of Art di New York prima del rientro in Italia. Il team è composto da quindici professionisti specializzati in diverse aree della diagnostica applicata ai beni culturali: un gruppo compatto, altamente qualificato, che lavora su casi di studio di rilievo nazionale e internazionale.
Un esempio emblematico è il progetto dedicato ai mazzi di tarocchi Visconti-Sforza, tra i più antichi e completi giunti fino a noi. Realizzati nella metà del Quattrocento e attribuiti a Bonifacio Bembo e alla sua bottega, questi manufatti sono oggi conservati tra Italia e Stati Uniti. L’indagine scientifica condotta sui mazzi ha permesso di approfondire non solo gli aspetti conservativi, ma anche quelli storici e tecnici.
Attraverso tecniche come la riflettografia infrarossa, la spettroscopia XRF a scansione, la spettroscopia Raman e analisi chimiche avanzate, è stato possibile individuare dettagli nascosti, alterazioni cromatiche e interventi successivi. Le carte, pur decorate singolarmente, mostrano schemi coerenti e procedure condivise, testimonianza delle pratiche di bottega. Alcune carte “di sostituzione” rivelano mani diverse o interventi posteriori, mentre un esemplare in particolare, il Tre di Bastoni, presenta caratteristiche cromatiche e disegni preparatori che lo distinguono dal resto del mazzo. La scienza, in questo caso, non si limita a confermare attribuzioni: apre nuove ipotesi, ricostruisce passaggi, restituisce complessità.
Altro caso di studio significativo è il Cristo benedicente di Raffaello, conservato alla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia. Le indagini, condotte direttamente in museo con strumentazioni portatili, hanno rivelato un disegno preparatorio eseguito a mano libera con uno strumento secco e appuntito. L’uso combinato di riflettografia infrarossa, radiografia digitale e tecniche di imaging avanzato ha consentito di far emergere elementi fino ad allora sconosciuti.
Particolarmente rilevante è stata la conferma dell’uso del blu egizio nel cielo e nelle colline del dipinto. Questo pigmento, considerato a lungo scomparso dopo l’epoca romana, è stato identificato grazie a tecniche di luminescenza nell’infrarosso indotta da luce visibile, spettroscopia XRF e imaging iperspettrale. La scoperta offre nuove chiavi di lettura sulle scelte materiali nel Rinascimento e sul metodo creativo dell’artista, dimostrando come l’indagine scientifica possa incidere in modo diretto sulla storia dell’arte.
Il CCR non è soltanto un centro di analisi. Al suo interno operano nove Laboratori di Restauro, una Scuola di Alta Formazione e un Corso di Laurea Magistrale in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell’Università di Torino. Questo intreccio tra ricerca, didattica e intervento operativo crea un ambiente in cui le competenze si trasmettono e si rinnovano costantemente.
La sede stessa, collocata nelle settecentesche scuderie della Reggia di Venaria progettate da Benedetto Alfieri e riqualificate in chiave contemporanea, rappresenta un dialogo concreto tra antico e moderno. Non è solo una cornice suggestiva: è la dimostrazione fisica che innovazione e patrimonio possono convivere.
In questo contesto, il nuovo polo scientifico in fase di realizzazione all’ex Galoppatoio Lamarmora assume un significato strategico. Non si tratta semplicemente di ampliare spazi e dotazioni, ma di consolidare un modello. Più laboratori, più strumentazioni, maggiore capacità di ricerca e di collaborazione internazionale. Un’infrastruttura pensata per rafforzare il ruolo del CCR come riferimento nella diagnostica applicata ai beni culturali.
La sfida, ora, è trasformare questa eccellenza in sistema stabile. Mantenere alto il livello scientifico richiede investimenti continui, progettualità internazionale, capacità di attrarre talenti. Ma la direzione è chiara: la tutela del patrimonio non può più prescindere dalla scienza.
In un Paese che fonda parte della propria identità sull’arte, scegliere di osservare le opere con gli strumenti della fisica, della chimica e della tecnologia avanzata significa assumersi una responsabilità. Non limitarsi a conservare, ma comprendere. Non accontentarsi della superficie, ma entrare nella materia. Perché solo ciò che si conosce davvero può essere custodito nel tempo.
Il cantiere del nuovo polo scientifico non è rimasto confinato ai tecnici e agli addetti ai lavori. Sull’incontro è intervenuto anche il candidato sindaco del campo progressista, Mirco Repetto, che ha scelto di leggere l’operazione non solo come investimento culturale, ma come snodo politico per il futuro della città.
La cornice è quella dell’ex Galoppatoio La Marmora, dove sono partiti i lavori del nuovo polo dedicato alla ricerca e alla diagnostica applicata ai beni culturali. Ma sul tavolo non c’è soltanto questo. Durante l’incontro promosso dalla Fondazione CCR, dopo l’annuncio del soprintendente Corrado Azzollini, è stata comunicata anche l’intenzione del Ministero di realizzare alla Caserma Gamerra un “Recovery Art”, struttura al servizio dei musei di Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta e parte della Lombardia, collegata direttamente al Centro di Conservazione e Restauro. Un tassello che amplia ulteriormente la portata del progetto.
Repetto non si è limitato a salutare l’iniziativa. Ha rilanciato. «Questi interventi rappresentano un’occasione concreta per costruire un ecosistema culturale e universitario integrato. È il momento di valorizzare gli spazi della città e le infrastrutture esistenti, collegando formazione, ricerca, cultura e sviluppo economico in una visione coerente per Venaria», ha dichiarato.
La parola chiave è ecosistema. Non un intervento isolato, ma una trama urbana che tenga insieme poli scientifici, spazi culturali, residenzialità e mobilità. In questo quadro rientra anche il nuovo Hub della Cultura in via Verdi, già in fase di realizzazione, che secondo il candidato deve dialogare in modo strutturato con il CCR e con le future funzioni universitarie.
La proposta è netta: trasformare l’Esedra di piazza della Repubblica in uno studentato e destinare la corte Pagliere in via Pavesio a spazi universitari e formativi. Non solo recupero edilizio, ma scelta strategica. «Non si tratta solo di valorizzare edifici esistenti, ma di creare sviluppo culturale ed economico, generando indotto per attività commerciali, servizi e nuove opportunità occupazionali», ha spiegato Repetto.
Qui la partita diventa politica. Perché parlare di studentato significa immaginare una città abitata da studenti, ricercatori, docenti. Significa servizi, affitti, trasporti, biblioteche, luoghi di aggregazione. Significa cambiare la fisionomia sociale di Venaria.
Il candidato insiste sulla necessità di non procedere per compartimenti stagni. «Dobbiamo costruire un ecosistema che unisca ricerca, formazione, spazi culturali, residenzialità studentesca e imprese creative. Solo così Venaria potrà attrarre studenti, ricercatori, professionisti e investimenti». L’obiettivo dichiarato è rafforzare il ruolo della città nel panorama culturale e scientifico del territorio.
Ma c’è un nodo che non può essere eluso: le infrastrutture. Senza collegamenti efficienti, l’idea di una città universitaria rischia di restare sulla carta. «Se vogliamo rendere credibile il polo universitario e culturale, la ferrovia Torino–Ceres deve evolvere in una vera linea metropolitana di superficie verso Torino, con una frequenza almeno ogni quarto d’ora», afferma Repetto. Un collegamento rapido e stabile con il capoluogo, l’aeroporto e il resto del Piemonte diventa condizione necessaria, non accessoria.
Il messaggio è chiaro: non basta accogliere iniziative ministeriali o progetti già avviati. Serve una strategia complessiva. La sfida lanciata dal candidato è trasformare l’insieme di interventi – polo scientifico, Recovery Art, Hub della Cultura – in un disegno organico che faccia di Venaria una città universitaria moderna, connessa e protagonista nel campo della cultura, della formazione e dell’innovazione.
Ora la parola passa ai fatti. Perché tra l’annuncio e la trasformazione urbana c’è di mezzo la politica. E quella, come sempre, si misura nel tempo.
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