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28 Febbraio 2026 - 15:17
Renzo Galletto
Partiamo da un quadro.
Non da una delibera, non da un cantiere, non da un consiglio comunale. Da un quadro.
Un acrilico su tavola, 180 per 120, il primo astratto. Colori stratificati come stagioni di vita. Un’opera mai ceduta, chiesta più volte, sempre trattenuta. Per ragioni affettive. Perché certi lavori non si vendono: custodiscono un pezzo di sé, un tempo preciso, una stagione dell’anima in cui hai deciso di cambiare linguaggio, di uscire dai confini rassicuranti della forma per entrare nell’interpretazione.
Eppure oggi Renzo Galletto, 78 anni compiuti il 16 febbraio, sindaco di Montalto Dora per la quarta volta, ha deciso di separarsene. Non per un cambio di gusto. Non per mercato. Non per necessità. Ma per destinare il ricavato a Medici Senza Frontiere, per curare i bambini di Gaza. Lo scrive sui social senza enfasi, quasi con pudore, promettendo che il ricavato certificato sarà consegnato all’associazione. Non c’è spettacolarizzazione, c’è una scelta.
Il quadro è esposto al ristorante Radici di Ivrea. È lì, appeso a una parete.
In realtà è molto più di un’opera: è una dichiarazione pubblica. È il gesto di un amministratore che da decenni governa un piccolo comune della cintura eporediese — rieletto nel 2024 con oltre il 58 per cento dei voti alla guida della lista civica “Progettiamo Insieme il Futuro” — e che oggi, invece di parlare di urbanistica, di percentuali o di deleghe, mette sul tavolo un pezzo della propria storia personale.
Galletto non è un sindaco occasionale. È uno di quei primi cittadini che conoscono ogni via del paese, ogni tensione, ogni equilibrio fragile. Ha assunto deleghe centrali — urbanistica, lavori pubblici, turismo, cultura, personale — cioè le leve che cambiano il volto di un territorio. Negli ultimi mesi ha difeso scelte importanti e discusse, come il nuovo intervento nell’area di vicolo Quaro: undici villette, una struttura commerciale, opere di urbanizzazione, investimenti rilevanti e polemiche inevitabili sul consumo di suolo. È il peso concreto dell’amministrare: decidere sapendo che non esiste una scelta neutra, che ogni "sì" è anche un "no" per qualcun altro.
Eppure nel giorno del compleanno non fa un bilancio amministrativo. Non cita opere, non elenca risultati. Scrive di profondità, non di numeri. "A 78 anni - dice - il tempo non si misura in fretta ma in ciò che contiene: persone incontrate, scelte fatte, errori riconosciuti, battaglie combattute. Alcune vinte, altre no. È una frase che ha dentro il realismo di chi non si racconta come infallibile...".
E forse è proprio questo che colpisce: la consapevolezza che la vita pubblica non è una linea retta ma un percorso fatto di deviazioni, di ostinazioni, di ripensamenti.
C’è un passaggio che resta inciso: “Non confondo la conoscenza con l’amicizia. Ma so riconoscere la stima quando è sincera”.
È il lessico di chi ha attraversato stagioni politiche diverse, ha incassato consenso e critiche, ha imparato a distinguere tra applauso e rispetto. In un paese piccolo, dove tutti si conoscono, questa distinzione è tutto. Significa sapere che la fascia tricolore non è un’armatura permanente, che il ruolo è una funzione e non un’identità.
Galletto, nei suoi post, racconta tre vite che scorrono in parallelo: lo sport praticato per vent’anni, l’impegno amministrativo protratto nel tempo, la pittura coltivata con costanza “tempo permettendo” fino a trovare spazi espositivi importanti.
Tre mondi diversi, tre platee diverse. Eppure la stessa cifra: la continuità. La stessa testardaggine che rivendica come tratto caratteriale, la stessa fedeltà ai luoghi. “Il paese che amo”, lo definisce. Non è un’espressione di circostanza: è un radicamento.
Il sindaco che presiede la giunta e il consiglio comunale, che firma atti, che affronta le emergenze e discute i piani regolatori, è lo stesso uomo che oggi decide di cedere un suo quadro per una causa umanitaria. In questo gesto non c’è contraddizione. C’è, al contrario, una linea coerente: l’idea che il tempo “non ci appartiene, ma ci è affidato”. E che, finché c’è, vada speso con responsabilità, con coerenza, con un po’ di ostinazione nel difendere ciò in cui si crede.
Vendere quel quadro significa compiere un doppio distacco. Dal possesso e dall’ego. Perché l’arte, soprattutto la prima opera che segna un cambiamento, è una dichiarazione intima. È dire: questo sono io, o almeno questo è stato un passaggio decisivo di me. Lasciarla andare significa accettare che il valore di qualcosa non sta solo nel custodirlo, ma nel trasformarlo in altro. In cura. In aiuto. In gesto concreto.
In un tempo in cui la politica spesso comunica emozioni calcolate, la scelta di Galletto ha una dimensione diversa. Non è una mozione votata all’unanimità, non è un comunicato istituzionale. È un ponte tra la sala di un ristorante e un ospedale da campo in Medio Oriente.
Forse è questo il vero autoritratto che emerge: non quello dipinto su tavola, ma quello tracciato nelle parole di un compleanno che non celebra un traguardo, bensì una sosta. Un uomo che, a 78 anni, non sembra interessato a contare ciò che ha accumulato — voti, incarichi, riconoscimenti — ma ciò che può ancora restituire.
Il quadro resta appeso, in attesa di un nuovo proprietario. Ma il gesto è già compiuto. E dentro quel gesto c’è una sintesi rara: la profondità del tempo vissuto, la responsabilità del ruolo pubblico e la libertà di un artista che sa quando è il momento di lasciar andare.
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