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Tribolazione, la parete che sfidò un’intera generazione di alpinisti

Dal dramma dei quattro studenti torinesi nel 1937 alla conquista del 1951: storia del Becco Meridionale nel cuore del Gran Paradiso. Un testo di Flavio Chiarottino per il periodico Canavèis

Tribolazione, la parete che sfidò un’intera generazione di alpinisti

Becchi della Tribolazione fotografati nell’anno 1894 (Biblioteca Nazionale CAI).

I Becchi della Tribolazione, localmente chiamati Tribulassion, sono un gruppo di vette sullo spartiacque tra il Vallone di Piantonetto e quello di Noaschetta. Si trovano nel Gruppo del Gran Paradiso, in territorio canavesano, e formano una cresta di solidissimo granito dal profilo frastagliato e con profondi intagli.

Essi sono tre: Becco Settentrionale (3292 m), Becco Centrale (3316 m), Becco Meridionale (3360 m) a cui vanno aggiunte, a completamento delle punte del gruppo, Punta Pergameni e La Sagoma. L’etimologia del nome Tribolazione deriva dalle difficoltà alpinistiche che, per un certo tempo, hanno ostacolato la conquista di quelle cime. Infatti la prima salita documentata è quella al Becco Meridionale che risale al 14 giugno 1875 ad opera dell’avvocato strambinese Luigi Vaccarone con la guida Antonio Castagneri e il portatore Antonio Boggiatto, entrambi di Balme.

Sicuramente il Becco Meridionale (noto semplicemente come il «Becco») per la sua forma piramidale slanciata ed elegante è la vetta più bella e frequentata del gruppo. In passato era una meta molto ricercata e ambita, specialmente da alpinisti piemontesi. Nel periodo fine Ottocento inizio Novecento, usando come appoggio il Rifugio di Piantonetto della Sezione CAI di Torino, ci furono numerose salite ai Becchi, ma la verticale parete sud-est del Becco Meridionale rimaneva inviolata. 

In primo piano la parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione come si presenta ai giorni nostri (foto Flavio Chiarottino).

In primo piano la parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione come si presenta ai giorni nostri
(foto Flavio Chiarottino).

Un'alpinista durante l’impegnativa salita sulla via Malvassora - Garzini - Graziano (foto archivio della guida alpina Gianni Predan).

Un'alpinista durante l’impegnativa salita sulla via Malvassora - Garzini - Graziano (foto archivio della guida alpina Gianni Predan).

Il tragico tentativo degli anni Trenta.

Ed è su questo itinerario che, in tutto il Canavese, è ancora vivo il ricordo di una tragica vicenda che coinvolse quattro studenti universitari torinesi. Maila Bollini, Nino Caretta, Bernardo Norza e Giuseppe Massia, domenica 20 giugno 1937, tentando la prima di questa parete, vi persero la vita. La cronaca di quel doloroso episodio può essere così riassunta.

A quel tempo viveva a San Giacomo (Vallone di Piantonetto) un montanaro di nome Giacomo Pezzetti Tonion, classe 1872, noto come «la Guida». Questi accompagnava, con estrema prudenza, coloro che volevano salire alla Tribolazione. Accettò quindi di accompagnare, per vie normali, una comitiva di otto giovani torinesi.

Pezzetti e il gruppo, prima dell’alba del 20 giugno, lasciarono le grange di Teleccio e s’incamminarono verso la Tribolazione. Giunti ai piedi della vetta, ove il percorso diventa più ripido e meno agevole, quattro clienti dissero che erano venuti lì per salire la parete inviolata del Becco.

La guida rispose che era molto pericoloso, sulla roccia c’era ancora ghiaccio ed essendo lui il responsabile non lo poteva permettere.

I quattro allora chiamarono gli altri loro compagni a testimoniare che la guida Pezzetti veniva liberata da ogni responsabilità e aggiunsero: «Passeremo alla storia dell’alpinismo; sarà dura ma ce la faremo».

A nulla valsero le parole di Pezzetti, che si trovò costretto a salire con i quattro clienti superstiti per la via normale nota e collaudata, mentre gli altri quattro puntarono verso lo zoccolo del Becco Meridionale per affrontare una via nuova ed ignota.

A sera il gruppo con la guida fece ritorno a San Giacomo. I torinesi proseguirono per raggiungere la città mentre Pezzetti, da casa sua, rimase a scrutare la montagna.

Scese la notte, si fece l’alba, divenne giorno e alla sera successiva scattò l’allarme. Da Torino, il mercoledì 23, partirono una ventina di alpinisti capeggiati da Giusto Gervasutti. Tra loro c’era Davide Massia, fratello di Giuseppe.

Sempre da Torino si levò in volo anche un aeroplano che sorvolò la zona della Tribolazione, ma un improvviso cambiamento meteo con fitta nebbia e pioggia impedì all’equipaggio di visionare quelle pareti rocciose.

All’indomani, durante una pausa del maltempo, i soccorritori avvistarono gli sfortunati alpinisti. I fratelli Alfonso e Giulio Castelli per primi trovarono i corpi di Caretta e Massia, stretti in un ultimo abbraccio, al fondo della parete in un canalone in parte ricoperto di neve. Le altre due salme, del Norza e della Bollini, erano sospese 200 metri più in alto, ancora legati tra loro.

Probabilmente, per il cedimento di un chiodo o nel mettere un moschettone, il capocordata Norza perde l’equilibrio, cade, trascinando con sé Maila Bollini e travolgendo gli altri due compagni che, in attesa di salire, erano fermi su una piccola cengia. Nell’urto, Caretta e Massia precipitano nel vuoto mentre il Norza e la Bollini, legati, si fermano su uno sperone di roccia.

Il recupero di questi ultimi richiese molte ore di complesse e faticose manovre di corda, rese ancora più difficili dalle sfavorevolissime condizioni meteo con pioggia, neve e ghiaccio. Le salme, avvolte in sacchi, vennero trasportate a valle, prima dai valligiani e poi da un plotone del 4° Reggimento alpini giunto da Aosta.

A Torino la camera ardente venne allestita nella sede del GUF (Gruppo Universitario Fascista), in via Bernardino Galliari, e i funerali ebbero luogo domenica 27 giugno.

Dieci ore di scalata.

Tredici anni dopo, altro tentativo di prima salita fallito, ma fortunatamente senza vittime. Il 17 agosto 1950 Giovanni Alice, Giovanni Casetti e Arnaldo Garzini, tutti di Forno Canavese, provano a salire quella che sarà la futura via Malvassora.

Di buon mattino lasciano le baite ove hanno passato la notte e alle 8,20 sono alla base della piramide. A mezzogiorno il capo cordata Alice sta chiodando in un punto difficile quando la mazza del martello si sfila dal manico. Garzini urla il pericolo e Casetti, volgendo lo sguardo verso l’alto, viene colpito in pieno viso, con la conseguente rottura del naso. Subito soccorso si riprende e, con grande forza, dopo mezz’ora continua la salita con gli amici.

Nel pomeriggio però è molto provato. La vetta è ancora lontana e le difficoltà tante. Decidono perciò di ritirarsi e scendono in corda doppia. L’incidente non scoraggia Garzini, che il 23 agosto successivo, con Piero Malvassora, sale il Becco per la via normale con l’intenzione di fare la prima discesa della parete sud-est.

Il cielo è sereno e alle 11 sono in vetta. Alle 12, dopo i preparativi, iniziano a calarsi. «La discesa è impressionante per il vuoto sottostante» afferma Garzini, mentre Malvassora scende per primo. Improvvisamente il cielo si annuvola, e dopo due calate in corda doppia compaiono prima nebbia e pioggia, poi nevischio e grandine. La situazione è critica, ma decidono di continuare per preparare soste e vedere la difficoltà di un diedro che pochi giorni prima aveva fermato Garzini e compagni. Raggiunto questo punto riacquistano coraggio; ora sono certi di arrivare alla base perché Garzini conosce il percorso. E così, dopo otto lunghissime ore di discesa, possono incamminarsi verso le baite di appoggio.

Nei giorni seguenti piove e quindi rimandano la salita all’anno successivo. Il 28 giugno 1951 Piero Malvassora, Arnaldo Garzini e Felice Graziano si fanno portare in taxi a San Giacomo. Da qui, dopo aver caricato gli zaini sulla teleferica dell’impresa Girola di Milano, che a Pian Teleccio sta costruendo la diga, proseguono a piedi.

Salgono a sinistra dell’attuale lago e, dopo circa un’ora di cammino dall’Alpe Mandonera, bivaccano sotto massi nei pressi di Pian dei Principi verso il contrafforte di Punta delle Carnere, poi, alle 5,45 del giorno dopo, ripartono.

Arrivati sotto la parete decidono a vista il tracciato della via, seguendo la costola rocciosa che percorre il centro della parete.

Iniziano a scalare alle 8,30. Primo di cordata è sempre Piero Malvassora, secondo Garzini e poi Graziano. Per la scalata usano corde tedesche Füssen (più resistenti all’acqua e più facilmente manovrabili in caso di pioggia) e moschettoni di ferro a molla Cassin.

I tre alpinisti salgono superando diedri, fessure, placche e camini. Arrivati a circa 30 metri dal colletto, si trovano davanti un diedro quasi insormontabile, ma il bravo Malvassora riesce a vincerlo. Sono al colletto. Alla loro sinistra la lapide a ricordo dei quattro alpinisti caduti e a destra la cima principale.

Il tempo di una breve e commossa preghiera e poi, dopo quasi 10 ore di scalata, toccano la vetta. Sono le 18,10 del 29 giugno 1951 e la parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione è finalmente conquistata.

Negli anni a venire su quella parete verranno aperte numerose altre vie.

 

L’autore esprime gratitudine alla dottoressa Alessandra Ravelli della Biblioteca Nazionale del CAI e al signor Piero Malvassora per l’aiuto ricevuto.

 

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