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27 Febbraio 2026 - 08:40
La città di Elena Piastra ha perso l'ora, meno male che c'è il parroco
A Settimo Torinese il tempo si è fermato. Non è una metafora esistenziale, non è un’analisi sociologica sulla provincia che sonnecchia. È proprio così: gli orologi pubblici sono fermi. Tutti. O quasi. E non da ieri.
La scena è surreale. In piazza, sopra il palazzo comunale, campeggia un orologio che segna un’ora che non è la nostra. Di fronte, il campanile della chiesa continua imperterrito a fare il suo mestiere. Don Camillo batte Peppone due a zero. E se Guareschi avesse ambientato qui il suo romanzo, probabilmente avrebbe aggiunto un terzo personaggio: l’orologio pubblicitario in concessione scaduta.
Se ne è discusso l'altra sera in consiglio comunale. L’interpellanza è firmata Fratelli d’Italia, illustrata dal consigliere Giorgio Zigiotto. Con tono pacato ma neanche troppo ha ricordato l’evidenza: «Sono fermi, tutti fermi». Quattordici in tutto, disseminati sul territorio, compreso quello davanti alla Coop – fratello minore di quelli del centro – pure lui congelato in un eterno pomeriggio di qualche anno fa.
La domanda è semplice, quasi ingenua: perché non funzionano? Chi li deve sistemare? Quanto costa la pubblicità su quei tabelloni che almeno potrebbero avere l’onestà di essere inutili ma puntuali?
La risposta dell’assessora Carmen Vizzari è un piccolo trattato di diritto amministrativo applicato al ticchettio: la concessione è scaduta il 31 dicembre 2025, siamo in fase transitoria, AICOM gestiva tutto, ora ne ha richiesti dieci su quattordici, quattro restano fuori (via Castiglione, via Cavour, via Sanzio, via Torino), per quelli si farà carico l’ente. Il problema? Una “non tempestiva gestione” in fase di scadenza.
Traduzione: la lancetta è rimasta senza padrone.
Peccato che Zigiotto non è fesso.
"Quegli orologi «sono fermi da anni». Anni. Non settimane. Non giorni di transizione. Anni di immobilismo cronometrico. Altro che fase transitoria: qui siamo alla preistoria dell’orologeria urbana...".
E allora la questione smette di essere tecnica e diventa simbolica. Perché un orologio pubblico che non funziona è una metafora troppo facile per non essere colta. È il decoro che si inceppa. È il dettaglio che rovina il vestito buono.
"È la camicia bianca di Armani acquistata all'Angolo con la macchia proprio al centro, mentre ti presenti in società convinto di essere impeccabile...".
«Sembrano piccole cose», dice il consigliere. Già. Sembrano. Perché poi passi in centro, alzi lo sguardo e vedi l’ora sbagliata. E non è solo un numero: è l’idea che nessuno abbia avuto fretta di sistemarlo.
Quattordici orologi. Dieci riassegnati. Quattro no. I costi della pubblicità? Mistero. Il Comune incassa dalla società, ma non sa quanto paghino i commercianti. L’ora ufficiale di Settimo, invece, la si apprende guardando il campanile. Lì almeno il meccanismo funziona.
Il paradosso è servito: nell’epoca degli smartphone sincronizzati con i satelliti, la città non riesce a sincronizzare le sue piazze. E mentre in Consiglio si discute di concessioni, delibere e fasi transitorie, fuori il tempo resta sospeso, come se qualcuno avesse premuto “pausa” sulla manutenzione.
Forse è solo un dettaglio. O forse no. Perché le città si raccontano anche così: da come trattano le piccole cose. Un marciapiede rotto, una fontana senz’acqua, un orologio senza ora.
Settimo oggi ha un campanile che funziona e un orologio civico che no. Don Camillo 1, Peppona 0.
E l’ora esatta, per ora, la dà il prete.
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