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Ivrea, Santhià, Verona e Putignano: la guerra dei Carnevali più “antichi”. Gioana contro tutti

Su La Diana un attacco frontale alla Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea e ai criteri del Ministero della Cultura: tra leggende, documenti controversi e interpretazioni forzate, la domanda resta una sola — che cos’è davvero storia?

Ivrea, Santhià, Verona e Putignano: la guerra dei Carnevali più “antichi”

Ivrea, Santhià, Verona e Putignano: la guerra dei Carnevali più “antichi”

Un attacco “in grande stile” alla Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea. È di Francesco Gioana ed è tutto sull’ultimo numero de “La Diana”, il periodico di etnografia canavesana di cui è il curatore e che peraltro è ancora in edicola…

«Alla fine – scrive – anche la Fondazione ha dovuto prendere atto (dopo “solo quindici anni”, cioè dalla sua nascita) che la “storia” del Carnevale è una cosa seria e importante, non solo da un punto di vista culturale (che nella sua gestione ha avuto ben poche iniziative a sostegno, e significative ancor meno) ma soprattutto nella realtà dei fatti…».

E tutto ricomincia da quel claim “Il Carnevale Storico più antico d’Italia – dal 1808”, che lo definiva ottocentesco dimenticando i sei secoli precedenti (l’equivalente di un’autoevirazione).

Morale? Per colpa di quel claim il Ministero della Cultura nel 2025 ha diviso la torta dei finanziamenti tra quei Carnevali che potevano vantare, sulla carta, più nobili e antichi natali o una più chiara identità culturale, vera o presunta (Verona, Santhià, Putignano, Fano, ecc.), o delle bugie più grosse, lasciando giustamente le briciole a quello più “moderno” di Ivrea.

Da lì in avanti è stata una corsa contro il tempo per dare a Ivrea quella storicità che mancava. Ma questa è cronaca.

«Bene, è cambiato il vento, ma una domanda preventiva me la faccio – scrive Gioana –: quale tipo di documento con valore storico può mai richiedere il Ministero per una manifestazione carnevalesca, ipoteticamente creata nella notte dei tempi, da un popolo che tramandava i propri rituali esclusivamente in maniera “orale” (primo perché non sapeva scrivere e poi, anche se avesse saputo e potuto, a cosa sarebbe servito farlo?) e che non esistono fonti documentarie comunali anteriori al XIV secolo?».

Tra i pochi che sapevano scrivere vi erano gli ecclesiastici, che si occupavano però esclusivamente della vita della Chiesa e non certo delle feste terrene che nascevano spesso da riti pagani esterni alla religione.

Come di solito capita, se fai una “domanda a cazzo” (ancorché ministeriale), facilmente riceverai una risposta dello stesso tenore.

«Così sono andato a cercare le risposte dei maggiori Carnevali beneficiati dalle fette di torta più grosse e finanziariamente consistenti. E devo dire che di risposte serie e convincenti, con veri documenti autentici, ne ho trovate veramente poche. Numerose sono fantasiose e divertenti, tutte abbastanza lontane però da quella storicità e scientificità che sembrerebbe richiesta e necessaria…».

Sfoglia di qua, sfoglia di là, Gioana ha scoperto che tutti i Carnevali che vogliono “storicizzarsi” aprono le loro descrizioni con il riferimento ai Saturnali latini e, subito dopo, rivendicano di essere “il più antico d’Italia – o d’Europa – o del mondo”. Qualche esempio?

Verona apre così: «Le origini del Carnevale di Verona, di cui secondo il Comitato del Bacanàl del Gnoco che lo organizza nel 2025 si svolge la 495ª edizione, risalgono al tardo Medioevo, e si può quindi considerare uno dei carnevali più antichi».

Così scrive Wikipedia, che però rimanda al sito ufficiale in cui lo stesso testo ci dice “tratto da Wikipedia”: un loop, un circolo vizioso in cui non c’è un responsabile o un referente certo e attendibile e, soprattutto, la notizia non è verificabile e quindi non esiste.

E prosegue: «Risalente al tardo Medioevo, il Carnevale di Verona (il nome originale è Bacanàl del Gnoco) affonda le sue radici ai tempi di Tommaso Da Vico, medico del XVI secolo che lasciò nel suo legato testamentario l’obbligo di distribuire annualmente alla popolazione del quartiere di San Zeno (dove si trova l’omonima Basilica) viveri ed alimenti. Questo almeno è quanto narra la tradizione popolare. In realtà nell’Archivio di Stato di Verona (mazzo 123, fascicolo 128 – sezione testamenti) è conservato il testamento del medico, redatto il 18 maggio 1531 dal notaio Bonifacio Dalla Mano: unico erede è il figlio Bartolomeo e del lascito a favore dei sanzenati non vi è traccia alcuna».

Quindi nessun documento certo, solo la leggenda di una tradizione orale che fornisce la data del 1530 con l’assalto ai forni fermato (forse) dal Da Vico: cosa sufficiente, evidentemente, per avere dal MiC 477.384,9 euro in due anni!

Altro grande Carnevale, quello di Putignano, che così si racconta: «La storia del Carnevale di Putignano affonda le radici nel 1394, quando le reliquie di Santo Stefano furono trasferite dall’abbazia di Monopoli a Putignano per proteggerle dalle scorrerie saracene. La leggenda narra che i contadini, seguendo il corteo, iniziarono a improvvisare canti e balli satirici, dando così origine alla “Festa delle Propaggini”, che ancora oggi segna l’inizio del Carnevale il 26 dicembre. La Festa delle Propaggini, nel giorno di Santo Stefano, è segnata dal rituale sacro, ma anche dall’unione profana dei contadini che improvvisarono canti e versi satirici in vernacolo, dando il via alla festa che apre il Carnevale. Nel XX secolo, la festa si trasformò con l’introduzione dei primi carri allegorici, inizialmente semplici carretti con pupazzi di paglia e stracci. Negli anni ’50, la cartapesta prese il sopravvento con tecniche più elaborate».

Il passaggio dalla “Festa delle Propaggini” al Carnevale è però un vero atto di fede senza alcuna documentazione storica: resta solo “la leggenda narra che…”. (Contributo MiC 2023/24 di 313.322,77).

carnevale

Il Carnevale di Fano così viene raccontato: «Si è svolto in maniera praticamente ininterrotta dal XIV secolo ad oggi, a partire almeno dal 1347, anno in cui vengono registrate le spese sostenute dal Comune per comprare l’occorrente per “El giucho de Charnovale”, cioè panni pregiati, spada, gallo ed altro per i vincitori del palio e speroni e guanti per “l’oftiale del comuno”.»

Quindi poca “storia” e nessun documento, ma un consistente contributo MiC.

Una recente scoperta fatta da Giuseppina Boiani Tombari nell’Archivio Storico Diocesano di Fano consente però di anticipare in maniera consistente l’inizio della tradizione carnevalesca: si tratta di una pergamena datata 8 novembre 1231 relativa a una controversia tra i rappresentanti della Chiesa Cattedrale di Fano e la famiglia Petrucci; nella sentenza il giudice intima ai perdenti di pagare alla Canonica una certa somma di denaro entro il “carniprivium proximum venturum” e questo dimostra che a quel tempo il Carnevale per i cittadini di Fano già era un riferimento temporale consolidato».

«Il racconto prosegue con una lunga sequenza di dati storici fino ai nostri giorni: tra tutti quelli esaminati, certamente questo è il testo più ricco di documenti, convincente e serio. Anche se il riferimento temporale al “carniprivium” del 1231 non vuol assolutamente dire che la festa del Carnevale fosse già in essere.» (MiC 209.641,90 euro).

La Repubblica di Venezia, “la Serenissima”, fin dalla sua nascita come Stato nel 697, aveva funzionari che, ovviamente, sapevano scrivere e in un documento del 1094 si parla dei divertimenti pubblici nei giorni che precedevano la Quaresima, sotto il dogato di Vitale Falier.

«Ma il documento ufficiale che dichiara il Carnevale una festa pubblica è del 1296, quando il Senato della Repubblica proclamò festivo l’ultimo giorno prima della Quaresima. Il Carnevale veneziano crebbe e acquisì fama internazionale fino al 1797, quando Napoleone ne decretò la fine. Sepolto per due secoli, fu riesumato nel 1979. Quindi, con un passato di 703 anni, una pausa di 182 e la nuova vita recente di 46, una domanda sorge spontanea: è sempre la stessa storia o l’interruzione di due secoli ha creato un altro Carnevale? Giacomo Casanova, a metà Settecento, quando si nascondeva dietro la “Baùta” indossava i suoi abiti; oggi i partecipanti si vestono (o travestono) da Casanova. La sua antichità è indiscutibile, manca la continuità nel tempo, ma al di là di tutto il Carnevale di Venezia non partecipa al banchetto del MiC e resta fuori dalla contesa ministeriale. Chissà perché…».

E poi c’è il Carnevale Storico di Santhià, insignito del “Premio di Rappresentanza – Medaglia del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del Patrocinio del Ministero dei Beni e Attività Culturali e Turismo.

Si definisce il “Carnevale più antico del Piemonte” e recentemente anche “d’Italia” con queste pezze d’appoggio: «Le sue origini, in virtù di un testo purtroppo disperso al quale si riferisce lo storico locale Aguzzi, si possono far risalire alla prima metà del 1300, periodo in cui l’Abbadia, un’associazione laica di giovani, si faceva promotrice di feste e balli nel periodo carnevalesco. Altri scritti e documenti attestano effettivamente che nel corso dei secoli a Santhià esisteva tale associazione giovanile. In tali scritti si fa riferimento al Carnevale santhiatese come a un avvenimento le cui origini si perdono nella notte dei tempi: per esempio è documentata la prova di un “richiamo” (con relativa multa), indirizzato ai giovani dell’Abbadia di Santhià, che vennero condannati, nel 1430, a pagare 25 soldi per aver condotto in chiesa “con la massima solennità, un asino ricoperto con abiti sacerdotali”. L’abitudine, si legge nel documento, risaliva a tempi anteriori e veniva tollerata. Altri documenti, databili all’avvento del Ducato sabaudo (XV secolo), riportano che vennero introdotti vincoli per attenuare gli eccessi del “rovesciamento delle abitudini” tipico del periodo di Carnevale. Anche in questi testi si fa riferimento al fatto che a Santhià il Carnevale, con le sue tradizioni e i suoi eccessi, era da tempo immemore un’abitudine consolidata. Infine, su un documento datato 1893, in possesso della Pro Loco, si legge che quell’anno si festeggiava “l’ottavo centenario dell’Antica Società Fagiuolesca”, il che permetterebbe di retrodatarne l’esistenza ad almeno il 1093. La somma di queste fonti configura la manifestazione santhiatese come il Carnevale più antico del Piemonte».

Riscontri documentali? Nessuno!
«Ma come si può scrivere una supercazzola del genere e come può la Commissione del Ministero aver regalato 334.089,82 euro in due anni?», si chiede Gioana.

E veniamo a Ivrea, che finalmente ha presentato il documento preparato da Gabriella Gianotti, Franco Quaccia e Danilo Zaia, per valorizzare gli “otto secoli della sua storia” (cosa che La Diana da trent’anni e il sottoscritto almeno dal 1990 ripetono e sostengono, peraltro mai ascoltati).

Intanto Gioana si dispiace che ad avallare lo studio ci sia anche Franco Quaccia, da sempre autore su La Diana.

«Il testo “Relazione Storica completa” (si trova, per chi volesse approfondire, sul sito della Fondazione) segue la solita falsariga di presentazione con riferimenti generici ai Saturnali, agli Egizi, ecc., e prosegue con: “i rituali di fondazione (…) che risalgono al Basso Medioevo. Due documenti ne attestano la presenza in quel periodo: nel primo, depositato presso l’archivio diocesano eporediese (posizione LXXXII, cartella 12, codice EM 2461206) e poi pubblicato nel 1900 dallo storico F. Gabotto nella raccolta di documenti “Le carte dell’Archivio Vescovile d’Ivrea fino al 1313”, troviamo un contratto in data 6 dicembre 1246 fra un arroncatore (dissodatore) e il vescovo di Ivrea, in base a cui il primo deve dissodare un terreno prima “ad carnis leuamen proximum” (traduzione: al prossimo Carnevale), concetto ribadito una seconda volta al termine del documento dove si dice che se entro il periodo di “carnis leuaminis” (traduzione: Carnevale) l’arroncatore non avesse svolto il suo lavoro sarebbe incorso in alcune sanzioni…”.»

Il secondo documento, depositato presso lo studio del decano dei notai di Ivrea, dott. Pierluigi Cignetti (NdR: oggi presso la decana dei notai eporediesi, dott.ssa Donatella Farcito), è il “Libro dei Verbali delle Zappate per lo scavo delle fosse per erigere gli ex karli sui cinque rioni d’Ivrea”, dove si può leggere nella prima pagina quanto segue: “Libro cominciato l’anno 1839 a seguito dei precedenti libri già dal 1325, Storico e Tradizionale Carnevale d’Ivrea”».

«Una vera e poco credibile scoperta dell’acqua calda – stigmatizza Gioana – perché è del 1992 la Mostra Itinerante sullo Storico Carnevale di Ivrea, dal titolo semplice e chiaro “Una festa lunga sette secoli”; del 2006 il pocket de “La Diana” con il primo “Compendio storico (1193-2006)” in sintesi grafica. L’articolo di FG “Poche palle… questa è la seicentottantasettesima edizione del Carnevale di Ivrea” è del 2007; del 2008 “È solo una questione di grossa e grassa ignoranza, festeggiare il 200° (il mito del 1808)”, ecc. Quindi gli unici ignari e all’oscuro erano e sono i gestori responsabili della Fondazione, che evidentemente non leggono e non si informano, men che meno se “la storia” è sulle pagine de “La Diana”…».

«In un documento datato 1893, si legge che quell’anno si festeggiava “l’ottavo centenario dell’Antica Società Fagiuolesca” e, in base a questo, la Pro Loco pretende di poter retrodatarne l’esistenza ad almeno il 1093 senza nessun’altra pezza d’appoggio storica. A me pare essere una pretesa decisamente ridicola.»

«Nessuna scoperta o novità relativamente a questi due documenti già noti da decenni: il primo catalogato e divulgato più recentemente anche dal professor Gian Savino Pene Vidari (oltreché dal Gabotto) e il secondo già pubblicato e chiosato dal sottoscritto nel 2021 come storicamente dubbio e inconsistente.»

«Dal momento che il Ministero della Cultura ha per anni premiato Carnevali sulla base di leggende, di documenti scomparsi e di interpretazioni ardite, mi auguro sinceramente che accetti pure la spiegazione decisamente temeraria e storicamente inaccettabile data dai nostri tre storici, perché affermare che “ad carnis leuamen proximum” si deve tradurre “al prossimo Carnevale” (del 1246 e che il Carnevale a Ivrea già c’era) è una grande forzatura lessicale per niente scientifica e per nulla veritiera, senza qualche altra pezza d’appoggio per certificare storicamente quell’affermazione con qualche testimonianza sul rituale del pranzo/cena prequaresimale di quegli anni.»

«Anche Pene Vidari, che ha certificato il documento, non si è mai sognato di interpretarlo così. E poi, come si può pensare che la Chiesa del XIII secolo possa aver utilizzato, nei propri contratti o documenti ufficiali, come indicazione temporale una festa pagana?»

«La ricercatrice e storica Giuseppina Boiani Tombari, che ha trovato un documento analogo a Fano, da me interpellata se l’espressione “carnem levare”, “carniprivium proximum venturum” e “ad carnis leuamen” (che io ritenevo indicare null’altro che l’inizio del tempo di Quaresima) fosse corretta o no, mi ha confermato che anche lei ne è assolutamente convinta e contenta di aver ricevuto quella testimonianza da Ivrea. È anche intuitivo che l’uovo “del tempo del carnem levare” sia nato ben prima della gallina “Carnevale”, a cui infatti ha dato successivamente il nome.»

«Quanto poi alla presunta “scoperta” della frase nel frontespizio del Libro delle zappate che recita “cominciato l’anno 1839 a seguito dei precedenti libri già dal 1325”, nel mio volume “Questa è la nostra storia” del 2021 facevo presente che quella aggiunta era certamente posteriore al 1895, pur condividendo la possibilità indimostrabile dell’esistenza di libri precedenti mai ritrovati, ed era priva di qualunque seria pezza d’appoggio se non, probabilmente, quella di una tradizione orale ripresa dall’ineffabile ed entusiasta personaggio che si firma in calce: Arturo De Valle / Sostituto Gran Cancelliere / dal 1895 al 1911…»

«Il nostro egocentrico Sostituto si firma come autore di tutta la pagina del frontespizio in questione, visto lo stile calligrafico suo tipico, completamente diverso da quello del verbale “autentico” della zappata 1839, e l’uso esclusivo della dicitura “Storico e Tradizionale Carnovale d’Ivrea” di sua invenzione, con l’aggiunta dei timbri e di un bollo in carta “Eporedia Liberata”, testimonia che non è di quell’anno, ma di più di cinquant’anni dopo. È stato un arbitrario inserimento di autostoricizzazione, abituale per il De Valle (come anche il suo intervento nel frontespizio del 1808), che non deve stupire dal momento che anche la pagina successiva riporta un altro frontespizio, questa volta in forma di “marchetta pubblicitaria”, datata 17 febbraio 1935, di Angelo Pietra (studente in giurisprudenza) illustrata con una “vignetta originale” della sua monografia “Lo Storico Carnevale d’Ivrea” (del 1935), riportata anche due pagine prima.»

«Il fatto poi che la Commissione MiC, sulla base di un foglietto stampato nel 1893 per festeggiare (i presunti) otto secoli di fagiolate (!) di Santhià, abbia accettato l’assunto “il che permetterebbe di retrodatarne l’esistenza ad almeno il 1093”, ragionamento (si fa per dire) che da un punto di vista storico è ridicolo e privo di significato, lascia decisamente perplessi sulla competenza stessa della Commissione.»

«Che poi è esattamente come attribuire il frontespizio al 1839 (e non al periodo 1895-1911) e prendere per veritiero quel 1325 segnalato quasi sei secoli dopo, senza nessun altro documento a supporto.»

«Svarioni (o bugie bianche) “giustificati” dal desiderio, più che legittimo, di far ben figurare e valorizzare il nostro Carnevale e di farlo ritornare ai primi posti della classifica del Ministero della Cultura (però con gli stessi modi spregiudicati e poco scientifici usati dalla Pro Loco di Santhià).»

«Svarioni cui alcuni dei nostri “storici” ci hanno già abituati: considerarsi nei fatti gli unici depositari della verità, parlare anche di cose mai lette, “interpretare” senza verificare, non considerare e “dimenticare” sempre il lavoro fatto dagli altri.»

«Così si spiega anche perché il trentennale lavoro di ricerca storica de “La Diana” e il libro “Questa è la nostra storia” non siano neppure citati nella bibliografia a corredo del documento.»

«Contenti loro e contenta e felice la Fondazione e il suo Presidente Alberto Alma e il Sindaco Matteo Chiantore di avere finalmente in mano un attestato, anche se piuttosto discutibile e zoppicante, ma certificato da ben tre storici di vaglia… ma la Storia è però tutta un’altra cosa!»

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