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CUORGNE'
27 Febbraio 2026 - 10:30
Noi contro loro: come nascono i conflitti (e come si possono superare)
Cosa accade quando un gruppo si sente minacciato? Quanto basta per trasformare un semplice “noi” in contrapposizione a un “loro”? E soprattutto: è possibile invertire la rotta e trasformare il conflitto in cooperazione?
Sono le domande al centro della conferenza promossa da Unitre Cuorgnè, che mercoledì 25 febbraio ha animato il Salone Trinità con un incontro di grande spessore culturale. A guidare il pomeriggio è stato il professor Lorenzo Cena, che ha accompagnato il pubblico attraverso tre esperimenti fondamentali della psicologia sociale, illuminando i meccanismi che regolano identità, appartenenza e scontro tra gruppi.
L’incontro non è stato una semplice lezione frontale. Dopo ogni studio presentato, il professor Cena ha coinvolto i soci in un confronto diretto, sollecitando riflessioni e collegamenti con la quotidianità. Ne è nato un dialogo vivace, capace di trasformare dati e teorie in strumenti di lettura della realtà contemporanea.
Il primo esperimento analizzato è stato il celebre Robbers Cave Experiment, condotto nel 1954 dallo psicologo Muzafer Sherif insieme a Carolyn Sherif. In un campo estivo dell’Oklahoma, 22 ragazzi dodicenni, simili per estrazione sociale e inizialmente estranei tra loro, vennero divisi in due gruppi. Nacquero così le “Aquile” e i “Serpenti a sonagli”: nomi, simboli, regole interne e un’identità da difendere.
Quando furono introdotte competizioni con premi concreti, la tensione esplose rapidamente. Insulti, provocazioni, atti di sabotaggio. Emblematico il furto e la distruzione della bandiera avversaria, gesto simbolico che alimentò rabbia e desiderio di rivalsa. Sherif dimostrò come la competizione per risorse percepite come limitate possa generare conflitti anche tra individui inizialmente pacifici.
La svolta arrivò solo con l’introduzione di obiettivi comuni, raggiungibili esclusivamente attraverso la collaborazione: riparare un camion in panne, affrontare problemi pratici del campo. Davanti a una sfida condivisa, l’ostilità si attenuò. Da quell’esperienza nacque la teoria del conflitto realistico, ancora oggi punto di riferimento per comprendere tensioni sociali e politiche.
Il secondo studio, datato 1971, porta la firma di Henri Tajfel. Con il cosiddetto “paradigma dei gruppi minimi”, lo psicologo dimostrò che non serve una vera competizione per attivare il favoritismo verso il proprio gruppo. Bastava una divisione casuale, fondata su preferenze irrilevanti — come la scelta tra dipinti di Paul Klee o Wassily Kandinsky — per innescare dinamiche di parte.
Pur non conoscendosi e senza alcun vantaggio personale in gioco, i partecipanti tendevano sistematicamente a favorire i membri del proprio gruppo nella distribuzione di punti. Una scoperta sorprendente, che portò alla formulazione della teoria dell’identità sociale: una parte decisiva della nostra autostima deriva dall’appartenenza e dal confronto con gli altri.
Il terzo esperimento riportato dal professor Cena è quello elaborato nello stesso anno da Elliot Aronson, nel contesto della desegregazione scolastica negli Stati Uniti. L’integrazione tra studenti bianchi e afroamericani, pur necessaria sul piano civile, stava generando forti tensioni. La semplice convivenza non bastava: il sistema competitivo tradizionale rischiava di acuire le divisioni.
Aronson ideò allora la “classe a puzzle”, una strategia didattica innovativa. Gli studenti venivano suddivisi in piccoli gruppi eterogenei; ciascuno riceveva una parte dell’argomento e ne diventava responsabile. Dopo il confronto nei gruppi di esperti, ogni alunno tornava nel gruppo originario per insegnare agli altri quanto appreso. Solo integrando tutte le “tessere”, il gruppo poteva ricostruire l’intero quadro.
Il risultato fu significativo: riduzione dei pregiudizi, maggiore empatia, miglioramento del rendimento scolastico e crescita dell’autostima, soprattutto tra gli studenti più fragili. La competizione lasciava spazio alla cooperazione; il successo individuale diventava inseparabile da quello collettivo.
Nel dibattito conclusivo, il pubblico è stato invitato a interrogarsi sull’attualità di questi studi. Quanto pesano oggi le dinamiche di gruppo nella politica, nello sport, nei luoghi di lavoro, nei social network? Molti interventi hanno sottolineato come i meccanismi di appartenenza e contrapposizione siano ancora profondamente radicati, talvolta amplificati dalla comunicazione digitale.
La riflessione finale ha aperto uno sguardo più ampio: l’essere umano tende a costruire un “noi”, spesso definito in opposizione a un “loro”. La sfida, però, è dare forma a un “noi” inclusivo, capace di cooperare senza annullare le differenze.
Gli esperimenti presentati lo dimostrano con chiarezza: cambiando le regole del gioco e promuovendo obiettivi condivisi, il conflitto può trasformarsi in occasione di crescita. Comprendere le dinamiche dei gruppi non significa solo analizzarle, ma imparare a orientarle verso relazioni più consapevoli, giuste e solidali.

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