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Telegram nel mirino di Mosca: accuse di terrorismo a Durov e piano per l’Internet sovrana

Il Cremlino accusa il fondatore dell’app di “assistenza ad attività terroristiche” ai sensi dell’Articolo 205.1 del Codice penale. Sullo sfondo rallentamenti tecnici, pressioni dell’FSB e l’ipotesi di dichiarare la piattaforma organizzazione estremista

Telegram nel mirino di Mosca: accuse di terrorismo a Durov e piano per l’Internet sovrana

Telegram nel mirino di Mosca: accuse di terrorismo a Durov e piano per l’Internet sovrana

Una mattina di febbraio, a Mosca, i messaggi vocali su Telegram sono arrivati con qualche secondo di ritardo. Non è stato un guasto tecnico. È stato il segnale di una pressione diventata politica. Nel giro di poche ore, i media di Stato hanno annunciato che la Federazione Russa ha aperto un’indagine penale contro Pavel Durov, fondatore dell’applicazione, per “sostegno ad attività terroristiche” ai sensi dell’Articolo 205.1 del Codice penale. Durov, che vive all’estero, ha risposto accusando il Cremlino di voler ridurre al silenzio una delle ultime piattaforme dove in Russia circolano informazione indipendente e dissenso. Sullo sfondo, il Servizio federale per la sicurezza (FSB) ha sostenuto che Telegram è diventato uno strumento usato dall’Ucraina e dalla NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) per attività ostili. Il procedimento ha assunto così un significato che va oltre il singolo caso giudiziario e riguarda l’equilibrio tra controllo statale e spazio pubblico digitale.

La notizia è stata diffusa il 24 febbraio 2026 da Rossiyskaya Gazeta e Komsomolskaya Pravda, quotidiani vicini al potere, che hanno citato materiali dell’FSB. L’accusa fa riferimento alla parte 1.1 dell’articolo 205.1, una norma che punisce l’induzione, il reclutamento, l’addestramento o il finanziamento con finalità terroristiche. Le pene previste vanno da 8 a 15 anni di reclusione e, in alcuni casi, fino all’ergastolo. La formulazione è ampia e negli anni è stata modificata per estendere il perimetro di intervento dello Stato in materia di sicurezza. Nel caso di Durov, non è stato indicato un episodio specifico a lui attribuito, ma si contesta il fatto di aver consentito che la piattaforma fosse usata come infrastruttura per reti e contenuti violenti.

La stampa filogovernativa ha sostenuto che dal 2022 Telegram sarebbe stata coinvolta in oltre 153 mila reati, di cui circa 33 mila classificati come estremisti o terroristici. Si tratta di numeri rilanciati come prova della necessità di un intervento drastico, ma finora non accompagnati da dettagli processuali verificabili.

Durov, cittadino con passaporti multipli e residente negli Emirati Arabi Uniti, ha definito l’indagine un pretesto per limitare la privacy e la libertà di espressione. Già nei giorni precedenti aveva denunciato rallentamenti tecnici imposti in diverse regioni russe e aveva accusato le autorità di voler favorire Max, un servizio di messaggistica promosso dallo Stato.

Il rallentamento è iniziato tra il 9 e il 10 febbraio 2026. Secondo fonti ufficiali, la riduzione della qualità del traffico ha raggiunto punte del 55 per cento, incidendo in particolare sulle chiamate vocali. È una strategia già sperimentata: prima si limitano alcune funzioni, poi si degrada l’accesso, infine si interviene sul piano normativo. In parallelo, le autorità hanno intensificato il contrasto alle reti private virtuali (Virtual Private Network, VPN), strumenti utilizzati per aggirare i blocchi. La linea è coerente con il progetto di “Internet sovrana”, volto a rendere l’infrastruttura digitale russa meno dipendente da nodi e servizi esteri.

Nella narrazione ufficiale, Telegram è descritta come una piattaforma che avrebbe facilitato sabotaggi e operazioni di intelligence legate all’Ucraina e alla NATO. In questo quadro, la tecnologia di crittografia e la struttura dei canali pubblici e privati sono presentate come fattori che ostacolano il controllo centrale.

Non è la prima volta che Mosca tenta di bloccare l’app. Nel 2018 un divieto esteso si è rivelato inefficace e nel 2020 è stato sospeso. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022, le restrizioni sono tornate con maggiore sistematicità. Negli ultimi mesi sono stati segnalati blocchi parziali e limitazioni selettive. Amnesty International ha criticato queste misure, sostenendo che incidono sui diritti fondamentali senza garantire maggiore sicurezza.

Telegram conta in Russia oltre 90 milioni di utenti mensili, secondo Mediascope. È utilizzata da ministeri, amministrazioni locali, media e figure pubbliche filogovernative. Un divieto totale colpirebbe anche la comunicazione istituzionale e militare. Per questo finora le autorità hanno scelto una pressione graduale, evitando una chiusura definitiva.

Sul piano giudiziario, non sono stati pubblicati atti che descrivano nel dettaglio le accuse contro Durov. Alcuni articoli hanno collegato l’app a episodi come l’attacco al Crocus City Hall del 2024 e agli omicidi di Darya Dugina e Vladlen Tatarsky, ma si tratta di riferimenti mediatici, non di prove processuali note.

PAVEL DUROV

PAVEL DUROV

In Parlamento è stata evocata anche l’ipotesi di dichiarare Telegram “organizzazione estremista”. Una simile decisione comporterebbe conseguenze penali per utenti e imprese, inclusi pagamenti, abbonamenti e gestione di canali. Sarebbe un passaggio che amplierebbe la responsabilità dall’azienda ai singoli utilizzatori.

Il fondatore dell’app è coinvolto anche in un procedimento in Francia. Nell’agosto 2024 è stato fermato a Parigi e formalmente incriminato con dodici capi d’accusa, tra cui complicità nella diffusione di materiale pedopornografico, traffico di droga e riciclaggio. È stato rilasciato su cauzione di 5 milioni di euro e nel novembre 2025 le restrizioni ai movimenti sono state revocate, mentre l’indagine è rimasta aperta. Dopo quell’episodio, Telegram ha annunciato il blocco di oltre 34 milioni tra gruppi e canali nel 2025 e l’adozione di nuove misure di moderazione.

Il confronto tra Mosca e Durov si inserisce in un quadro più ampio che riguarda la sovranità digitale e la gestione dei dati. Roskomnadzor, l’agenzia russa per il controllo delle comunicazioni, ha richiesto rimozioni rapide di contenuti e ha imposto limiti tecnici alla piattaforma. La Duma di Stato ha discusso misure più severe, sostenendo che la cooperazione parziale non è sufficiente.

Gli analisti collegano il nuovo intervento alla situazione politica interna e al timore di mobilitazioni in un contesto segnato dalla guerra. Telegram è percepita come un moltiplicatore di notizie e campagne. Allo stesso tempo, è uno strumento utilizzato anche da figure vicine al governo. Questa ambivalenza spiega la scelta di una strategia intermedia: indagine penale contro il fondatore, restrizioni tecniche e promozione di alternative nazionali.

Se l’indagine dovesse portare a un mandato di arresto internazionale, l’impatto sarebbe soprattutto simbolico, a meno di un coordinamento tra più Paesi. Una designazione come organizzazione estremista in Russia comporterebbe invece conseguenze dirette per milioni di utenti. È probabile che la pressione tecnica continui in modo intermittente, calibrata tra esigenze di controllo e dipendenza funzionale dalla piattaforma.

Al di là dell’esito giudiziario, il caso ridefinisce il rapporto tra Stato e infrastrutture digitali. Stabilire chi è responsabile dei contenuti pubblicati, quali limiti imporre e con quali strumenti resta una questione aperta. In Russia, dove l’apparato di sicurezza ha un ruolo centrale, la risposta sta passando attraverso il diritto penale e il controllo tecnologico. L’evoluzione di questo scontro dirà molto sul futuro dello spazio informativo del Paese.

Fonti: Rossiyskaya Gazeta, Komsomolskaya Pravda, Servizio federale per la sicurezza (FSB), Codice penale della Federazione Russa, Mediascope, Amnesty International, Roskomnadzor, Duma di Stato, comunicati ufficiali di Telegram.

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