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Giappone, svolta a destra senza precedenti: 316 seggi alla LDP e maggioranza dei due terzi, ora cambia la Costituzione?

La vittoria storica di Sanae Takaichi consegna al Liberal Democratic Party il controllo della Camera bassa. Difesa al 2% del PIL, export militare, sicurezza economica e revisione dell’articolo 9: cosa può cambiare davvero nell’Indo-Pacifico e negli equilibri con Cina e Stati Uniti

Giappone, svolta a destra senza precedenti: 316 seggi alla LDP e maggioranza dei due terzi, ora cambia la Costituzione?

Sanae Takaichi

Il televisore di un konbini a Shinjuku ha mandato in loop la stessa grafica: 316. È il numero che ha gelato le opposizioni e ha fatto sobbalzare i mercati la notte dell’8 febbraio 2026: i seggi conquistati dal Liberal Democratic Party (Partito Liberal Democratico, LDP), sufficienti per raggiungere da solo la maggioranza dei due terzi alla Camera dei Rappresentanti. Un risultato senza precedenti nel dopoguerra. In strada non ci sono stati festeggiamenti, ma un brusio diffuso. Il Giappone ha scelto una linea più severa e lo ha fatto affidandosi alla prima donna alla guida del governo, Sanae Takaichi, esponente dell’ala destra liberaldemocratica. I numeri, letti uno dopo l’altro, raccontano un passaggio politico netto: l’ambiguità che per decenni ha accompagnato l’interpretazione del pacifismo costituzionale ha lasciato spazio a un progetto che punta a ridefinire ruolo e responsabilità del Paese nell’Indo-Pacifico.

Le elezioni anticipate dell’8 febbraio 2026, convocate pochi mesi dopo l’insediamento dell’ottobre 2025, hanno consegnato alla LDP 316 seggi su 465. L’alleato di governo, la Japan Innovation Party (Ishin, JIP), ne ha aggiunti 36, rafforzando una maggioranza in grado di incidere su difesa, export militare, sicurezza economica e agenda conservatrice. Il dato politico più rilevante resta però un altro: per la prima volta dal 1947 un singolo partito ha superato da solo la soglia dei due terzi alla Camera bassa. L’opposizione si è presentata frammentata. La Centrist Reform Alliance (CRA), nata dalla fusione tra Constitutional Democratic Party e Komeito, si è fermata a circa 49 seggi ed è entrata in una crisi interna che ne ha indebolito la credibilità come alternativa.

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Il risultato ha consolidato la figura di Sanae Takaichi, già ministra per la Sicurezza economica e due volte responsabile degli Affari interni. Ha sostenuto la necessità di “normalizzare” il Giappone come potenza responsabile, investendo in capacità di contrattacco e rafforzando l’allineamento con gli Stati Uniti e con i partner del Quad (Quadrilateral Security Dialogue). Ha parlato di rilancio industriale legato a difesa e tecnologie dual use, capaci di impiego civile e militare. Il suo messaggio ha intercettato due inquietudini: la pressione militare della Cina e i test missilistici della Corea del Nord, ma anche il malessere economico di una classe media segnata da inflazione, salari stagnanti e tassi in aumento.

Sul piano interno ha promesso uno stimolo fiscale da 21 trilioni di yen e il congelamento per due anni dell’8% di imposta sui beni alimentari. Il 9 febbraio la Borsa di Tokyo ha aggiornato i massimi, poi ha registrato correzioni. Gli investitori hanno reagito alla prospettiva di crescita, ma hanno guardato con cautela all’impatto su un debito pubblico tra i più elevati al mondo.

Il nodo centrale resta l’articolo 9 della Costituzione, che sancisce la rinuncia alla guerra. Per decenni è stato un punto fermo dell’identità nazionale. Nella primavera 2025 un sondaggio di Asahi Shimbun ha indicato che il 53% degli intervistati era favorevole a una revisione costituzionale, contro il 35% contrario. Non si tratta di un consenso all’abbandono del pacifismo, ma di una maggiore disponibilità a rivedere il quadro giuridico alla luce delle minacce percepite. Sull’ipotesi di armamento nucleare la maggioranza resta contraria: a gennaio 2026 oltre il 60% degli intervistati respingeva l’idea che il Giappone debba possedere armi atomiche. Il dibattito si è riaperto sui tre principi non nucleari, in particolare sul divieto di introduzione di armi nucleari sul territorio, tema legato alla deterrenza estesa garantita dagli Stati Uniti.

Il rafforzamento della difesa non è iniziato con queste elezioni. Dal 2022 il governo ha fissato l’obiettivo di portare la spesa militare al 2% del prodotto interno lordo (PIL) entro il 2027, ha avviato l’acquisizione di 400 missili Tomahawkstatunitensi e ha sviluppato capacità di contrattacco. La legge di bilancio per la difesa approvata a fine 2025 ha superato i 9 trilioni di yen. Parallelamente, la revisione del 22 dicembre 2023 delle linee guida sui trasferimenti di equipaggiamento militare ha consentito l’esportazione di sistemi letali in casi specifici e la riesportazione di prodotti costruiti su licenza verso il Paese licenziante. Nel 2025 il Giappone ha inviato agli Stati Uniti missili PAC-3 (Patriot Advanced Capability-3), contribuendo indirettamente al rifornimento delle scorte occidentali destinate a Kyiv. È un passaggio che ha ridefinito il ruolo di Tokyo nella sicurezza collettiva.

La sicurezza economica è diventata un altro pilastro. Sanae Takaichi ha annunciato l’intenzione di istituire un organismo centralizzato sul modello del Committee on Foreign Investment in the United States (Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti, CFIUS) per esaminare gli investimenti in settori sensibili. Oggi le competenze sono distribuite tra vari ministeri in base alla Foreign Exchange and Foreign Trade Act (Legge sugli scambi e sul commercio estero). L’obiettivo dichiarato è proteggere tecnologie critiche e catene di approvvigionamento, rendendo più chiaro il quadro per gli investitori e più stringente il controllo sulle acquisizioni ritenute rischiose.

Il rapporto con Washington resta centrale. Oltre ai Tomahawk, è stato creato un consiglio bilaterale dell’industria della difesa per coordinare produzione e filiere. L’ex ambasciatore statunitense Rahm Emanuel ha sostenuto la necessità di evitare colli di bottiglia nella produzione occidentale di armamenti. Tokyo si è proposta come partner industriale e non solo come beneficiario della protezione americana. Sul piano diplomatico il governo ha rafforzato la cooperazione con Australia e Regno Unito su minerali critici e tecnologie di difesa e ha mantenuto una posizione esplicita sullo Stretto di Taiwan. Questo attivismo ha preoccupato Pechino, che legge la nuova linea giapponese come un irrigidimento strategico.

All’interno, la LDP ha mantenuto un gradimento intorno al 40% nelle settimane successive al voto. Molti elettori hanno accolto la stabilità politica, ma una parte dell’opinione pubblica ha segnalato che una vittoria meno ampia sarebbe stata comunque sufficiente. Per modificare la Costituzione servono i due terzi in entrambe le Camere e un referendum popolare. La maggioranza alla Camera bassa non basta. Nel frattempo il governo può intervenire su dottrina, bilanci e organizzazione delle Forze di Autodifesa senza cambiare il testo costituzionale.

Resta il vincolo finanziario. Lo stimolo da 21 trilioni di yen, l’aumento della spesa militare e le minori entrate fiscali si sommano a un debito pubblico che supera il 250% del PIL. La Bank of Japan ha avviato la normalizzazione della politica monetaria. Movimenti su yen e titoli di Stato nei giorni del voto hanno ricordato che l’equilibrio tra crescita e sostenibilità resta fragile.

La vittoria del “316” ha segnato una svolta. Il Giappone non ha abbandonato il pacifismo, ma ne ha ridefinito l’interpretazione, legandolo alla deterrenza e alla protezione delle tecnologie strategiche. Nei prossimi mesi il governo dovrà tradurre il consenso parlamentare in riforme concrete, evitando fratture sociali e tensioni finanziarie. La cifra luminosa sullo schermo di un konbini a Shinjuku non misura solo un successo elettorale. Indica la responsabilità di una scelta che incide sugli equilibri asiatici e sul profilo internazionale del Paese.

Fonti: Asahi Shimbun; Ministero della Difesa del Giappone; Foreign Exchange and Foreign Trade Act; Borsa di Tokyo; Bank of Japan; Ufficio del Primo Ministro del Giappone.

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