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24 Febbraio 2026 - 14:09
L'allarme di don Ciotti a Torino: «Siamo passati dal crimine organizzato al crimine normalizzato»
C’è una trasformazione silenziosa che preoccupa più delle statistiche sui reati: quella della percezione. «Le ultime ricerche sulla percezione degli italiani della corruzione e delle mafie dicono un dato inquietante, che si è passati dal crimine organizzato, mafioso al crimine normalizzato, è diventato una delle tante cose. E non può essere così». A lanciare l’allarme, da Torino, è stato don Luigi Ciotti, presidente di Libera, intervenendo all’incontro promosso dalla Cgil in vista della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie del 21 marzo.
Il passaggio da crimine organizzato a crimine normalizzato non è solo una formula efficace. È, secondo Ciotti, il segnale di un abbassamento della soglia di attenzione collettiva. Quando la mafia smette di scandalizzare, quando la illegalità diventa un fatto ordinario, quasi fisiologico, il terreno culturale su cui prosperano le organizzazioni criminali si amplia. Non serve più intimidire con la violenza plateale: basta insinuarsi nell’economia, nelle relazioni sociali, nelle zone grigie dell’indifferenza.
Il fondatore di Libera ha insistito su un altro nodo irrisolto: la verità. «Dobbiamo liberare il passato dal velo delle tante verità nascoste o manipolate e liberarci anche dalla retorica della memoria che c’è in tanti contesti». Un richiamo diretto al rischio di trasformare la memoria delle vittime in un rituale, svuotato di contenuto. Il dato citato è di quelli che colpiscono: «L’80% dei familiari delle vittime dei crimini mafiosi non conosce la verità eppure le verità passeggiano nelle nostre città e senza verità non si può avere giustizia».
Senza verità, ha ribadito, non c’è giustizia. E senza giustizia, la memoria resta incompleta. Le storie di tanti familiari in attesa di risposte diventano così il simbolo di una ferita ancora aperta nella storia repubblicana.
Don Ciotti non ha negato i passi avanti compiuti in questi decenni nella lotta alla criminalità organizzata, ma ha ricordato che «sono 170 anni che in Italia parliamo di mafia». Un arco temporale che obbliga a interrogarsi sulla profondità del fenomeno. «Non basta tagliare la mala erba in superficie ma dobbiamo estirpare il male alla radice». La metafora agricola si traduce in un programma preciso: investire su educazione, cultura, politiche sociali e soprattutto sulla dignità del lavoro.
Per il presidente di Libera, la battaglia contro le mafie non si gioca solo nelle aule dei tribunali o nelle operazioni di polizia, ma nella costruzione di condizioni di libertà, dignità e giustizia sociale. «L’impegno contro le mafie e l’illegalità comincia creando condizioni di libertà, dignità e giustizia per tutti». Dove crescono precarietà, diseguaglianze e marginalità, cresce anche lo spazio per l’intermediazione criminale.
Il discorso si è allargato al clima politico e sociale europeo. «C’è una diffusa stanchezza democratica, che inquieta. Sono in crescita populismi e sovranismi, c’è brutta aria in Europa ma anche un po’ nel nostro Paese». Parole che collegano la lotta alle mafie alla difesa della democrazia. «Ci sono momenti della vita in cui tacere diventa una colpa e parlare un obbligo morale e responsabilità civile».

Don Luigi Ciotti
Il rischio evocato è quello di una progressiva erosione degli argini democratici, di una normalizzazione non solo del crimine ma anche dell’intolleranza e della chiusura. In questo contesto, l’Europa viene descritta come un progetto che rischia di ridursi a «un insieme di piccoli gruppi di interesse» mentre dovrebbe tornare a essere «un gruppo unico che si sostenta». Le mafie, del resto, operano su scala internazionale: traffici, riciclaggio, infiltrazioni economiche non si fermano ai confini nazionali.
Il riferimento finale alla Costituzione è stato netto: «Bisogna mettere argini per evitare di cadere in quelle autocrazie contro le quali tutte le Costituzioni sono nate, compresa la nostra. E più che riformare la Costituzione sarebbe opportuno impegnarsi a rispettarla e applicarla». Un invito a considerare la Carta non come un testo da aggiornare a seconda delle contingenze, ma come un fondamento da attuare pienamente.
A Torino, città che negli anni ha conosciuto importanti processi contro le infiltrazioni mafiose al Nord, l’intervento assume un significato particolare. La presenza delle mafie al Nord non è più un’ipotesi ma una realtà accertata da sentenze e inchieste. Qui il pericolo della normalizzazione è forse ancora più insidioso: meno eclatante sul piano della violenza, più silenzioso sul piano economico.
La Giornata del 21 marzo si avvicina dunque con un messaggio chiaro: la memoria non basta se non diventa impegno quotidiano. Lo «scatto in più» richiesto da don Ciotti è culturale prima che repressivo. Significa non rassegnarsi, non considerare inevitabile la corruzione, non accettare che l’illegalità diventi parte del paesaggio.
Perché quando il crimine smette di indignare e diventa «una delle tante cose», la battaglia è già a metà persa. Ed è proprio contro questa assuefazione che si rivolge l’appello lanciato da Torino: riportare la legalità, la verità e la giustizia al centro della coscienza collettiva.
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