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23 Febbraio 2026 - 17:44
Chiama il giornale per dire grazie a chi lo ha salvato
Ci sono telefonate che ti restano addosso. Che quando chiudi la chiamata rimani qualche secondo in silenzio, a fissare il telefono, e pensi: accidenti, stavolta è andata bene davvero.
Dall’altra parte della cornetta c’è Gianluca Granato. Ha 47 anni e vive in via Milano, a Settimo Torinese. È la stessa persona di cui avevamo scritto poche settimane fa, raccontando di un arresto cardiaco improvviso, di una corsa contro il tempo, di un cuore che si ferma e di un’équipe del 118 che lo riporta indietro.
Chiama per una cosa semplice. Ma enorme: dire grazie a chi, quella notte, gli ha salvato la vita.
La sua voce oggi è calma. Lucida. Viva. E già questo basterebbe.
«Non stavo bene», racconta. «Avevo dolori forti alle braccia. Ho capito che qualcosa non andava. Ho detto a mia moglie: chiama l’ambulanza». Poi il buio. «Ho avuto un arresto cardiaco. Mi sono svegliato in ospedale, al Giovanni Bosco».

In mezzo c’è tutto quello che avevamo ricostruito nell’articolo del 4 febbraio. L’allarme scattato poco dopo mezzanotte. La telefonata al 112. I sintomi riferiti con lucidità. L’arrivo dell’équipe del 118 di Azienda Zero. E poi il momento in cui, davanti ai soccorritori, il cuore si ferma davvero.
Un infarto. Arresto cardiaco. Il tempo che si azzera. E in quei minuti sospesi, ogni secondo pesa come un macigno.
È proprio la presenza immediata dei sanitari a rivelarsi decisiva. Defibrillazione sul posto. Intubazione. Manovre salvavita avviate senza un attimo di esitazione. Il cuore che riparte. Il trasferimento d’urgenza al San Giovanni Bosco, già con attività cardiaca ristabilita.
Quel giorno avevamo scritto che una telefonata fatta in tempo può segnare la differenza tra la vita e la morte.
Oggi quella frase ha un volto. Ha una voce. Ha una gratitudine che non si riesce a trattenere.
«Sto bene grazie alla tempestività dei soccorsi», ripete Gianluca Granato. E si sente che non è una formula. È consapevolezza pura. È uno che sa di aver guardato in faccia qualcosa di definitivo. E di essere tornato indietro per pochi minuti, forse per pochi secondi.
In quella notte, con i dolori alle braccia – un segnale spesso sottovalutato – capisce che non è il momento di aspettare. Non minimizza. Non rimanda. Non dice “passerà”. Chiede aiuto.
In quel gesto c’è una lezione silenziosa che vale più di mille campagne di prevenzione.
Ma c’è anche altro. C’è una moglie che compone il numero dell’emergenza. C’è una centrale operativa che smista la chiamata. C’è un’ambulanza che arriva in pochi minuti. C’è un’équipe che lavora coordinata, senza panico, mentre il cuore di un uomo smette di battere. C’è una città che, quella notte, dorme ignara mentre in un appartamento di via Milano si combatte una battaglia invisibile.
E c’è un uomo che oggi prende il telefono e decide di richiamare un giornale per far arrivare il suo grazie ai sanitari che non hanno mollato neppure per un secondo.
Non è scontato. Non succede spesso. Di solito le notizie si fermano al momento dell’emergenza. Al lampeggiante blu. Alla corsa verso l’ospedale. Poi il silenzio.
Stavolta no. Stavolta c’è un seguito. C’è una seconda pagina della storia. C’è un risveglio in ospedale. C’è il San Giovanni Bosco che diventa il luogo in cui si riaprono gli occhi e si capisce di avere avuto una seconda possibilità.
«Mi sono svegliato lì», dice.
E in quella frase c’è tutto: lo spaesamento, la paura, forse le lacrime, sicuramente la gratitudine.
La cronaca racconta i fatti. Ma a volte, dietro ai fatti, c’è qualcosa che merita di essere scritto ancora. Perché non è solo la storia di un infarto. È la storia di un uomo di 47 anni che ascolta il proprio corpo. È la storia di una richiesta d’aiuto fatta in tempo. È la dimostrazione concreta che la catena dell’emergenza, quando funziona, salva vite.
E allora sì, certe telefonate ti spiazzano.
Perché ti ricordano che dietro una riga scritta in fretta, dietro una notizia pubblicata nella notte, ci sono persone vere. Cuori veri. Famiglie che trattengono il fiato.
E poi, per fortuna, a volte c’è anche un telefono che squilla di nuovo. Non per un allarme. Non per una tragedia.
Ma per dire grazie a chi, quella notte, ha fatto ripartire il suo cuore.
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