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21 Febbraio 2026 - 15:17
No alla "festa di Askatasuna": Unito chiude Palazzo Nuovo per motivi di sicurezza. I collettivi: "Comportamento vigliacco" (a destra: la rettrice Prandi)
In un mondo attraversato da guerre aperte e tensioni geopolitiche sempre più imprevedibili, anche la ricerca scientifica non è più un territorio neutrale. Le università si trovano a navigare in acque complesse, dove una collaborazione internazionale può trasformarsi in un dilemma etico e un convegno accademico può diventare un esercizio di equilibrio diplomatico. È in questo scenario che l’Università di Torino sceglie di fare un passo in avanti e investire nella diplomazia scientifica.
Non un’etichetta di moda, ma una strategia strutturata. L’ateneo torinese, che nelle scorse settimane è stato ammesso nella European Science Diplomacy Alliance, punta ora a rafforzare la propria proiezione internazionale anche attraverso la rete delle ambasciate italiane. Ma soprattutto avvia un progetto formativo innovativo: una vera e propria formazione diplomatica per ricercatori, che farà capo alla Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi.
«Nell’era dei conflitti occorre anticipare le situazioni critiche», ha spiegato la rettrice Cristina Prandi, presentando la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026, significativamente intitolata “Diplomazia scientifica. Dare forma alle decisioni”, in programma lunedì nella facoltà di Medicina.
L’idea è tanto semplice quanto rivoluzionaria: formare professionisti con competenze verticali – chimici, fisici, medici, biologi, giuristi – e affiancare a queste una preparazione di tipo diplomatico. Non per trasformarli in ambasciatori di carriera, ma per renderli consapevoli del contesto geopolitico in cui operano. Perché oggi un laboratorio può diventare un crocevia di sensibilità politiche, culturali e morali.
La rettrice ha ricordato come l’Università di Torino abbia storicamente mantenuto relazioni con colleghi «di tutte le parti del mondo», fino a quando «è iniziata un’era di conflitti». Un’era in cui la scienza non può più limitarsi a produrre conoscenza, ma deve anche interrogarsi sulle conseguenze e sulle relazioni che essa genera.

Il caso emblematico è quello dei convegni internazionali. «Arrivano richieste di partecipazione da ogni parte del mondo – russi, ucraini, israeliani, iraniani – e sono gli organizzatori che si trovano nella difficoltà di scegliere qual è il limite etico», ha osservato Prandi. Escludere? Includere? Stabilire criteri? Valutare caso per caso?
Da queste domande è nato un percorso di accompagnamento interno, ma anche un lavoro propositivo da parte degli stessi organizzatori, che hanno elaborato documenti condivisi con i partecipanti per favorire una convivenza scientifica tra ricercatori provenienti da Paesi coinvolti in conflitti. Non linee guida calate dall’alto, ma strumenti costruiti dal basso, nel tentativo di trovare un equilibrio tra libertà accademica e responsabilità morale.
La diplomazia scientifica, in questa prospettiva, diventa un ponte. Non cancella le tensioni, ma prova a gestirle. Non sostituisce la politica, ma può anticiparla, creando spazi di dialogo dove altri canali sono interrotti.
L’iniziativa di UniTo si inserisce in un dibattito più ampio che attraversa le università europee: quale ruolo devono avere gli atenei in tempi di guerra? Devono chiudere le porte o mantenerle aperte? Devono limitarsi alla ricerca o farsi attori di mediazione culturale?
Torino sceglie la seconda strada. Non con ingenuità, ma con metodo. La formazione diplomatica per ricercatori mira a fornire strumenti concreti: gestione dei conflitti, negoziazione, etica delle collaborazioni internazionali, analisi del rischio geopolitico. Competenze che fino a ieri erano considerate accessorie e che oggi diventano centrali.
La scienza, del resto, è per sua natura transnazionale. Le grandi sfide – dal cambiamento climatico alle pandemie, dalla sicurezza energetica all’intelligenza artificiale – non conoscono confini. Ma proprio per questo si muovono in territori politicamente sensibili.
In un’epoca in cui le relazioni internazionali oscillano tra sanzioni, tensioni e blocchi commerciali, la ricerca può diventare uno dei pochi linguaggi condivisi. A patto, però, che chi la pratica sia preparato a muoversi in uno scenario complesso.
L’anno accademico 2025-2026 si apre dunque con una dichiarazione d’intenti chiara: la diplomazia non è solo affare di ministeri e ambasciate, ma anche di laboratori e aule universitarie. E la scienza, se vuole continuare a essere universale, deve imparare a dialogare anche quando il mondo si divide.
UniTo prova a fare scuola. Non solo nel senso tradizionale del termine, ma nel senso più ampio di costruire una cultura della responsabilità globale. Perché nell’era dei conflitti, forse, la conoscenza non basta più: serve anche la capacità di gestirne le conseguenze.
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