Cerca

Esteri

La Corte di Seul condanna Yoon Suk-yeol all'ergastolo

La Corte di Seul condanna Yoon Suk-yeol per insurrezione dopo la legge marziale del 3 dicembre 2024. Respinta la richiesta di pena di morte. Processo in diretta nazionale, ora si va verso l’appello.

La Corte di Seul condanna Yoon Suk-yeol all'ergastolo

Yoon Suk-yeol

Il 19 febbraio 2026 la Corte penale, Sezione 25, del Tribunale distrettuale centrale di Seul ha condannato all’ergastolo l’ex presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol per il reato di insurrezione legato alla proclamazione della legge marziale del 3 dicembre 2024. I pubblici ministeri speciali avevano chiesto la pena di morte. Il collegio, presieduto dal giudice Ji Gwi-yeon, ha scelto la massima pena detentiva prevista dall’ordinamento sudcoreano. Il verdetto è stato trasmesso in diretta televisiva nazionale, su autorizzazione concessa nei giorni precedenti.

Secondo la sentenza, Yoon Suk-yeol ha mobilitato forze armate e reparti di polizia per circondare l’Assemblea nazionale, con l’obiettivo di impedirne la riunione e bloccare un voto contrario al decreto presidenziale di legge marziale. La corte ha stabilito che l’ordine di inviare truppe al Parlamento ha configurato un tentativo di sovversione dell’ordine costituzionale. In motivazione, il giudice Ji Gwi-yeon ha affermato che un presidente può commettere insurrezione quando utilizza l’esercito per paralizzare il potere legislativo. La decisione ha ridefinito in modo netto i limiti tra potere esecutivo e controllo parlamentare.

Yoon Suk-yeol

La legge sudcoreana prevede, per la leadership di un’insurrezione, solo tre possibili pene: morte, ergastolo con lavori forzati, ergastolo senza lavori. Il tribunale ha escluso la pena capitale, indicando tra gli elementi valutati l’assenza di una pianificazione definita nei dettagli e il fatto che l’operazione si sia conclusa nel giro di poche ore senza un consolidamento del controllo militare. Ha invece considerato aggravanti la gravità dell’attacco alle istituzioni, la pressione esercitata sul Parlamento e l’assenza di un riconoscimento di responsabilità da parte dell’imputato.

La sera del 3 dicembre 2024, Yoon Suk-yeol è apparso in televisione annunciando la legge marziale e denunciando presunte minacce all’ordine statale. Subito dopo, unità militari e di polizia hanno preso posizione attorno all’Assemblea nazionale e ad altri edifici strategici. Secondo l’accusa, l’intento era impedire ai deputati di votare contro il decreto e arrestare figure chiave dell’opposizione. Nonostante il dispiegamento di forze, 190 parlamentari sono riusciti a entrare nell’aula e hanno approvato una risoluzione d’emergenza che ha revocato la legge marziale. L’intera operazione è durata circa sei ore.

Il 14 dicembre 2024 l’Assemblea nazionale ha votato l’impeachment. Il 4 aprile 2025 la Corte costituzionale ha confermato la rimozione di Yoon Suk-yeol dall’incarico. Da allora l’ex presidente ha affrontato diversi procedimenti penali collegati alla crisi istituzionale. Nel gennaio 2026 è stato condannato a cinque anni per ostacolo alla giustizia e falsificazione di atti. Nei processi paralleli sono arrivate pene pesanti per ex membri del governo: Han Duck-soo, ex primo ministro, è stato condannato a 23 anni; l’ex ministro dell’Interno Lee Sang-min a 7 anni; l’ex ministro della Difesa Kim Yong-hyun a 30 anni. Le sentenze hanno ricostruito una catena di comando che ha portato al dispiegamento delle forze attorno al Parlamento.

La difesa di Yoon Suk-yeol ha definito il processo politico e ha annunciato appello. L’ex presidente sostiene di aver agito nell’ambito dei poteri d’emergenza previsti dalla Costituzione per proteggere la sicurezza nazionale. I suoi legali contestano l’interpretazione della procura, secondo cui l’uso dell’apparato militare per impedire un voto parlamentare rientra nella nozione di insurrezione. La corte ha respinto questa linea, affermando che nessun potere emergenziale consente di neutralizzare l’attività legislativa con la forza.

All’esterno del tribunale, nel distretto di Seocho-gu, la polizia ha predisposto un imponente dispositivo di sicurezza. Sostenitori e oppositori dell’ex presidente si sono radunati in gruppi distinti. La trasmissione in diretta del verdetto ha consentito ai cittadini di seguire integralmente la lettura della motivazione. È stata una scelta rara nel sistema giudiziario sudcoreano e ha segnato un precedente per i casi di alto rilievo istituzionale.

Il reato di insurrezione, nel diritto penale sudcoreano, punisce il tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale mediante l’uso della forza militare o l’impiego distorto delle forze di sicurezza. In passato è stato applicato nei confronti degli ex presidenti Chun Doo-hwan e Roh Tae-woo, condannati nel 1996 per il colpo di Stato del 1979 e per la repressione di Gwangju. Le loro pene furono poi ridotte e infine cancellate con una grazia presidenziale. Anche l’ex presidente Park Geun-hye, condannata nel 2018 per corruzione, ha ricevuto un perdono nel 2021. La storia recente mostra che quasi tutti gli ex capi di Stato incarcerati hanno beneficiato di clemenza. Resta tuttavia incerto se questa prassi verrà seguita anche nel caso di Yoon Suk-yeol.

L’ergastolo in Corea del Sud consente, in teoria, la libertà condizionale dopo circa vent’anni, ma richiede condizioni rigorose. L’eventuale grazia presidenziale è una decisione politica e al momento non è oggetto di iniziative concrete. Il ricorso annunciato dalla difesa potrebbe concentrarsi sulla definizione dei poteri presidenziali in stato di emergenza e sull’interpretazione della nozione di insurrezione.

Il caso ha avuto un impatto che va oltre i confini nazionali. Ha posto al centro il rapporto tra sicurezza e legalità, tra potere esecutivo e controllo parlamentare. La decisione del Tribunale distrettuale centrale di Seul ha affermato che l’impiego delle forze armate per interferire con un voto parlamentare rappresenta una violazione dell’ordine costituzionale, indipendentemente dalle motivazioni dichiarate. La crisi del dicembre 2024 ha dimostrato che anche sistemi democratici consolidati possono trovarsi davanti a fratture istituzionali profonde. La risposta delle istituzioni sudcoreane, attraverso il voto parlamentare, l’impeachment e il processo penale, ha segnato un passaggio rilevante nella definizione dei limiti del potere presidenziale.

Fonti: Tribunale distrettuale centrale di Seul, Corte costituzionale della Corea del Sud, Codice penale della Repubblica di Corea, atti dell’Assemblea nazionale, comunicati dei pubblici ministeri speciali, archivio processuale 2024-2026.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori