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19 Febbraio 2026 - 23:58
Italiani a pagamento per uccidere civili a Sarajevo? Spunta un piemontese che si vantava di “colpire le donne”
L’inchiesta della Procura di Milano sui presunti “turisti di guerra” ha riportato l’attenzione su uno dei capitoli più controversi dell’assedio di Sarajevo. Nelle ultime settimane sono emersi nuovi elementi giornalistici che indicano un possibile profilo piemontese: un ex dipendente pubblico, oggi tra i 65 e i 70 anni, appassionato di armi, che in contesti privati avrebbe raccontato di aver sparato contro civili durante la guerra in Bosnia-Erzegovina, sostenendo di aver avuto come “bersaglio preferito” le donne. Non ci sono iscrizioni a suo carico nel registro degli indagati, ma le sue presunte dichiarazioni sono entrate nel circuito informativo che alimenta le verifiche giudiziarie.
Le testimonianze collocano quei racconti in ambienti legati alla caccia. Secondo più fonti, l’uomo avrebbe parlato di Sarajevo con tono compiaciuto, descrivendo la propria presenza sulle colline che circondano la città durante l’assedio tra il 1992 e il 1996. I presenti hanno riferito che non si sarebbe trattato di una battuta isolata, ma di un racconto ripetuto. Al momento, però, non risultano atti formali che colleghino quelle parole a prove materiali.
L’indagine milanese è stata aperta formalmente nel novembre 2025 dopo un esposto presentato dal giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni, che ha raccolto documenti e testimonianze anche a seguito del documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič, uscito nel 2022. Il fascicolo ipotizza, in termini generali, la partecipazione di cittadini occidentali a episodi di fuoco contro civili durante l’assedio. L’unico indagato al momento è un ottantenne residente in provincia di Pordenone, ex camionista, interrogato il 9 febbraio 2026, che ha negato ogni coinvolgimento. Le ipotesi di reato contestate nel suo caso sono omicidio volontario plurimo aggravato da motivi abietti e crudeltà.
Le ricostruzioni giornalistiche hanno parlato negli anni di un possibile “safari umano”, con cittadini europei e statunitensi che avrebbero pagato somme elevate per essere accompagnati in postazioni di tiro controllate da unità serbo-bosniache. Le cifre citate oscillano tra 80.000 e 100.000 euro in valore attuale. Sono importi riportati da testimonianze e inchieste giornalistiche, non ancora confermati in sede giudiziaria. La verifica richiede riscontri su viaggi, flussi finanziari, presenze documentate nell’area balcanica nei primi anni Novanta e, se possibile, elementi tecnici come perizie balistiche.
Il nome del piemontese è stato rilanciato da un servizio di RaiNews e della TGR Piemonte e da un articolo firmato da Marianna Maiorino su Il Fatto Quotidiano. Le fonti descrivono un uomo inserito in ambienti venatori, con interesse per il tiro di precisione. Al momento non sono noti verbali, né risultano provvedimenti a suo carico. La stessa giornalista ha dichiarato di essere pronta a riferire quanto raccolto ai magistrati milanesi.
L’asse giudiziario tra Milano e Sarajevo si è rafforzato negli ultimi mesi. Dopo l’iniziativa della ex sindaca Benjamina Karić, che nel 2022 aveva promosso una denuncia in Bosnia-Erzegovina, il Consiglio comunale di Sarajevo a gennaio 2026 ha autorizzato l’attuale sindaco Samir Avdić a partecipare al procedimento penale avviato in Italia. La Procura di Bosnia-Erzegovina ha confermato l’apertura di un’indagine speciale sui cecchini stranieri durante l’assedio. Si tratta di un coordinamento che potrebbe consentire lo scambio di documenti e testimonianze.
Tra l’aprile 1992 e il dicembre 1995, Sarajevo è rimasta sotto assedio per 1.425 giorni. Secondo dati ufficiali, sono stati uccisi 11.541 civili, tra cui 1.601 bambini. Le postazioni di tiro sulle alture hanno reso insicuri ponti, incroci, mercati, scuole. In quel contesto, la figura del cecchino è diventata simbolo della guerra contro la popolazione civile. L’ipotesi che cittadini stranieri abbiano pagato per partecipare a quel sistema di fuoco contro non combattenti rappresenta una possibile estensione privata di un crimine già riconosciuto in sede internazionale.
Il documentario “Sarajevo Safari” ha contribuito a riaprire il dibattito pubblico. Basato su testimonianze anonime di ex militari e persone che sostengono di aver assistito all’arrivo di occidentali nelle postazioni, il film ha parlato di compensi elevati e di un’organizzazione logistica strutturata. Anche in questo caso, si tratta di elementi narrativi che attendono una verifica probatoria.
Se l’ipotesi fosse confermata, resterebbe da chiarire come sarebbe stata organizzata la catena logistica: i punti di contatto, i trasferimenti verso le postazioni sulle colline, la fornitura delle armi, le coperture necessarie. Le indagini dovranno accertare eventuali documenti di viaggio tra il 1992 e il 1995, movimenti di denaro, contatti con intermediari locali. Senza questi elementi, ogni ricostruzione resta nel campo delle dichiarazioni.
Le domande aperte sono molte. Quanti stranieri avrebbero partecipato? Esistono elenchi, fotografie, registrazioni? Quali canali di collegamento avrebbero operato in Italia? Quali strutture serbo-bosniache avrebbero fornito supporto? Sono quesiti che richiedono risposte fondate su atti e riscontri oggettivi.
Il riferimento al piemontese che avrebbe parlato di donne come bersaglio non costituisce una prova, ma un elemento che gli inquirenti possono valutare. Il dovere del giornalismo è distinguere tra accuse e fatti accertati. Allo stesso tempo, la memoria delle vittime dell’assedio impone che ogni pista venga esaminata senza pregiizi.

La Procura di Milano può disporre audizioni, rogatorie internazionali e nuove iscrizioni nel registro degli indagati se emergeranno elementi concreti. In Bosnia-Erzegovina, il Dipartimento speciale per i crimini di guerra ha confermato la propria attività istruttoria. Il quadro giuridico di riferimento comprende le norme sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità, già applicate dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPI, Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia) nei confronti di esponenti della leadership serbo-bosniaca.
A trent’anni dall’assedio, l’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani in episodi di fuoco contro civili solleva una questione che non riguarda solo la responsabilità individuale ma anche la capacità delle istituzioni di accertare fatti rimasti nell’ombra. Il profilo piemontese, al momento, è un racconto che attende riscontri. Saranno le indagini a stabilire se quelle parole erano millanterie o tracce di un crimine.
Fonti: Procura di Milano; Procura di Bosnia-Erzegovina; Consiglio comunale di Sarajevo; RaiNews; TGR Piemonte; Il Fatto Quotidiano; documentario “Sarajevo Safari” di Miran Zupanič; dati ufficiali sull’assedio di Sarajevo; Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia.
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