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19 Febbraio 2026 - 22:59
Barattolo, tonnellate di polemiche: in Commissione esplode il caso del mercato di via Carcano
La miccia si accende in V Commissione regionale, durante l’audizione dell’associazione ViviBalon. È lì che il caso Barattolo torna a esplodere con numeri, accuse politiche e parole pesanti come macigni. I dati illustrati in Commissione parlano di 3.300 chilogrammi di rifiuti all’anno per ogni operatore, merce invenduta e abbandonata sul posto che viene poi raccolta e differenziata da Amiat. Un numero che, moltiplicato per decine e decine di espositori presenti a ogni appuntamento, significa migliaia di tonnellate complessive prodotte ogni anno. È su questo scenario che intervengono Alessandra Binzoni e Roberto Ravello, vice-capigruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale, chiedendo “regole certe” e accusando il Comune di Torino di non aver ancora fornito linee guida chiare sui requisiti per venditori e merce.
“Non si può consentire che chiunque possa vendere qualsiasi cosa”, afferma Binzoni, puntando il dito contro l’assenza di criteri definiti e contro il rischio che in uno spazio pubblico circolino beni di provenienza illecita. Ravello rincara: “La prima regola è la verifica della provenienza della merce. La soluzione non può essere nessuna regola”. E poi l’affondo politico: il Barattolo come simbolo di una gestione fallimentare delle politiche migratorie e sociali, come luogo dove persone senza prospettive cercano di racimolare qualche euro rivendendo oggetti di scarto.
La Commissione diventa così il nuovo epicentro di una vicenda che va avanti da mesi e che ha trasformato il mercatino di via Giulio Carcano in un campo di battaglia istituzionale. Per capire come si sia arrivati fin qui bisogna tornare indietro, a quando il Barattolo non era ancora oggetto di mozioni, convenzioni e scontri in aula, ma semplicemente un mercato di libero scambio nato con una vocazione sociale precisa: offrire uno spazio regolato ma accessibile dove chi è in difficoltà potesse vendere oggetti usati, evitando che finissero in discarica e generando al tempo stesso una piccola entrata extra.
Negli anni il Barattolo diventa un appuntamento fisso, con una cadenza quasi settimanale, frequentato da migliaia di persone. Per molti è un esempio concreto di economia circolare: riuso, riduzione degli sprechi, recupero di materiali. Per altri è un “suk” difficile da controllare, dove si mescolano oggetti di seconda mano, materiali metallici, apparecchiature elettroniche, utensili e prodotti di dubbia origine. Le forze dell’ordine segnalano nel tempo sequestri e controlli su merce non conforme — in un solo anno si contano decine di interventi, con oltre novanta rinvenimenti e più di ottanta sequestri — e il dibattito si sposta sempre più sul terreno della legalità.
La svolta arriva quando la Regione Piemonte approva una normativa che limita i mercati di libero scambio a un massimo di 12 giornate all’anno. Un limite che, applicato rigidamente, avrebbe di fatto cancellato la formula tradizionale del Barattolo, abituato a svolgersi per decine e decine di weekend.
Da lì parte il braccio di ferro tra Regione e Comune di Torino. Palazzo Civico difende il valore sociale del mercato, sottolineando come rappresenti uno strumento di contrasto alla marginalità economica e un presidio contro l’abusivismo incontrollato. La Regione insiste sulla necessità di regole uniformi, controlli stringenti e riduzione delle giornate, sostenendo che senza un perimetro chiaro il rischio sia quello di trasformare un progetto sociale in un’area grigia.
Il conflitto si acuisce quando Torino viene esclusa da bandi regionali legati ai Distretti del Commercio, una mossa interpretata da molti come pressione politica sul tema. Il messaggio è chiaro: finché il Barattolo non si adegua alla nuova disciplina, i rapporti istituzionali restano tesi.
Nel frattempo crescono le mobilitazioni civiche: raccolte firme che raccolgono migliaia di adesioni, presidi davanti a Palazzo Lascaris, interventi accesi in Consiglio comunale. Il Barattolo diventa l'epicentro di uno scontro ideologico tra chi lo considera un presidio di inclusione e chi lo vede come un problema di ordine pubblico e gestione dei rifiuti.
Alla fine si arriva a una convenzione tra Regione e Comune, una sorta di tregua armata. Il Barattolo può sopravvivere, ma con un calendario ridotto a circa 40 giornate all’anno — molto meno rispetto al passato — e con regole molto più rigide: censimento degli espositori, verifica delle condizioni di fragilità economica attraverso i servizi sociali, inventariazione preventiva della merce, esclusione di prodotti nuovi o di dubbia provenienza, supervisione rafforzata delle forze dell’ordine e gestione più diretta da parte dell’Amministrazione comunale. Un compromesso che evita la chiusura totale ma cambia profondamente la natura del mercato, introducendo filtri che molti operatori giudicano difficili da applicare nella realtà concreta di centinaia di oggetti che cambiano mano ogni settimana.
Ed è qui che si innesta la nuova polemica esplosa in Commissione. Per Fratelli d’Italia, le regole non sono ancora sufficientemente definite e il Comune non avrebbe fornito linee guida operative chiare. Per l’opposizione comunale e per una parte della maggioranza torinese, invece, i vincoli introdotti rischiano di snaturare un’esperienza nata per aiutare chi è ai margini, trasformandola in un mercatino burocratizzato e difficilmente sostenibile nella pratica. C’è chi parla apertamente di criminalizzazione della povertà, ricordando che la gran parte degli espositori non sono professionisti ma persone che cercano di integrare un reddito insufficiente.
Il nodo dei rifiuti, però, pesa come un macigno nel dibattito. Se i dati illustrati da ViviBalon sono corretti, il Barattolo produce un volume di scarti che mette in discussione la narrazione dell’economia circolare virtuosa. Da un lato si sostiene che il mercato sottragga oggetti alla discarica, offrendo loro una seconda vita. Dall’altro si evidenzia che una parte consistente della merce invenduta viene lasciata sul posto, caricando sulla collettività i costi di raccolta e smaltimento. È un paradosso che alimenta la tensione: riuso o accumulo? Inclusione o degrado? Solidarietà o scarico di responsabilità?
Eppure, chi frequenta via Carcano racconta un’altra faccia della medaglia. Racconta di pensionati che trovano un cappotto a pochi euro, di famiglie che comprano stoviglie e piccoli elettrodomestici che altrimenti non potrebbero permettersi, di oggetti che tornano utili invece di finire direttamente in discarica. Racconta di un mercato che, nel bene e nel male, è diventato uno spazio di socialità e sopravvivenza urbana. Non un paradiso, ma neppure l’inferno descritto da chi lo riduce a semplice problema di ordine pubblico.
Oggi il Barattolo continua a vivere, ma dentro una cornice normativa fragile e contestata. La Commissione regionale ha riaperto la ferita, riportando al centro del dibattito la richiesta di “regole certe” e di controlli rigorosi sulla provenienza della merce. Intanto, a ogni appuntamento, via Carcano resta uno specchio delle contraddizioni torinesi: precarietà economica, migrazione, solidarietà spontanea, controllo istituzionale, tonnellate di oggetti che cambiano mano — o che restano a terra.
La storia del Barattolo, partita come esperienza di mutualismo urbano, è diventata una vicenda politica che intreccia ambiente, legalità, welfare e identità cittadina. E dopo l’ultima seduta della V Commissione, è chiaro che la partita è tutt’altro che chiusa. Perché dietro le cifre, le tonnellate e le linee guida mancanti, resta una domanda più grande: che cosa vuole essere Torino quando guarda i suoi margini? Una città che regola e basta, o una città che prova anche a capire?
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