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19 Febbraio 2026 - 21:41
L’ultima lettera di Daniela: amore, eroina e morte in via Ormea
Un giovane si presenta alla redazione di Stampa Sera con in mano una busta marrone che consegna all’ingresso senza dire una parola.
Quando gli impiegati del giornale la aprono trovano quattro pagine scritte a mano e un foglietto con poche parole vergate con una calligrafia diversa. Su quest’ultimo si può leggere: “E' l'ultima lettera di Daniela. Una "balorda" non scrive così. Balordi siamo tutti noi che non abbiamo occhi per vedere quello che avviene attorno a noi. Cercate di riscattare il molto di buono che Daniela aveva. Grazie”.
Così la missiva: “Stamattina ero così contenta, piena di fiducia, per un attimo sono riuscita a volare ma come al solito c'è sempre qualcuno che ti afferra la testa e te la affonda nella merda. Non c'è speranza né comprensione. Solo falsità e opportunismo ed io sono veramente stufa di arrampicarmi sugli specchi.
Tu non puoi neanche immaginare quanto sono stanca di questa vita, di dover sempre combattere con la malafede della gente. Vuoi sapere cosa penso davvero? Penso di essere troppo debole, delusa, amareggiata, ferita, penso di aver fatto indigestione di merda, da quando sono nata non ho visto altro che indifferenza, egoismo, cattiveria.
Chiamami vigliacca, so di esserlo ma non ce la faccio veramente più. Perdonami, ma non sono fatta per combattere, cerco solo la pace e la pace che cerco non è di questo mondo. Mi illudevo che l'amore che provo per te mi avrebbe dato la forza di andare avanti, ma tu sai meglio di me che non si può mentire a sé stessi ed io non posso più rimandare quello che avrei dovuto fare almeno sei anni fa. In realtà non credo nella vita perché per me è solo inferno e non credo nell'amore perché mi ha sempre solo fatto soffrire. Ed io sono stanca, stanca, stanca.
Perdonami se ti faccio soffrire, credimi è l'ultima cosa che vorrei. Spero solo che tu riesca a trarre la forza di andare avanti perché te lo meriti, sei un bravissimo ragazzo, davvero speciale. E sono sicura che, se tu vuoi, ma lo devi volere veramente, riuscirai a crearti la vita che sogni. So che ce la puoi fare. Devi. E non dirmi che odi questa parola. Devi per te, per me e per tutti gli altri poveri smidollati come me. Perché deve esistere un po' di giustizia da qualche parte. Perché qualcuno deve rimanere a raccontare la mia, la tua, e tutte le altre storie. La storia di questi quattro coglioni che si sono fregati con le loro stesse mani.
Ti lascio tutti i miei averi, tanto nel posto dove sto andando non credo ci sia bisogno di vestiti né ci sarà uno stereo. Non soffrire, ti prego. Non ne vale assolutamente la pena. Era già tutto deciso.
Daniela.
Ps Non pensare che io sia così stupida da darti la possibilità di salvarmi".
L’autrice della lettera non è riuscita a salvarsi perché è morta tre giorni prima, il 16 dicembre 1988. Si chiamava Daniela Melis, aveva 21 anni e se l’è portata via un’overdose d’eroina. Al giornale avevano trattato la storia come la solita fine di una “balorda” qualsiasi uccisa da un ago in vena ma in realtà era un suicidio.
Esala l’ultimo respiro in uno squallido bilocale di via Ormea 78 sotto gli occhi dell’affittuaria, Cinzia Dalle Luche. Prostituta di 28 anni anch’ella tossicodipendente, ospitava Daniela e chiunque volesse consumare stupefacenti lontano da occhi indiscreti ma per lei era diventata anche una sorta d’amica, l’unica probabilmente. Quella sera si bucano insieme e, quando si accorge che qualcosa non va, tenta di rianimarla e poi chiama l’ambulanza, ma è tutto inutile.
La Melis era una ragazza madre con un bambino di 4 anni affidato ai nonni. Non si hanno notizie del padre del piccolo ma di lei si sa che ha studiato fino alla terza media e poi è diventata ausiliaria in ospedale. È puntuale e stimata sul lavoro e, almeno a quanto riportano i parenti, non fa uso di alcun tipo di droga. Poi, nel settembre 1988, molla improvvisamente casa e impiego e incontra quasi contemporaneamente Cinzia e il 22enne che ha portato la lettera al giornale: Giancarlo Caccia.

Daniela e Giancarlo si conoscono in treno. Caccia gira per gli scompartimenti chiedendo soldi ai viaggiatori per la dose quotidiana e quando la vede è un colpo di fulmine. Vanno ad abitare a casa dei genitori di lui ma, dopo un mese, levano le tende e anche a casa di sua mamma non stanno molto più tempo. La signora li accoglie volentieri ed è cosciente dei problemi del figlio che entra ed esce dalle cliniche per disintossicarsi, ma poi li trova insieme con due siringhe e decide di cacciarli via. Se ne pentirà a lungo.
Venerdì 16 dicembre, quando Daniela muore, Giancarlo sparisce e ricompare a casa della madre il lunedì sera. Qui riceve dalla donna le parole d’addio dell’amata e le porta alla sede de La Stampa Sera. Il giorno dopo incontra di mattina suor Angela (una volontaria del Cottolengo che l’aveva preso a cuore) che lo accompagna a vedere il cadavere della fidanzata all’obitorio e poi, nel pomeriggio, si reca in comunità dove si offrono di condurlo all’ospedale per prendere il metadone. Il ragazzo rifiuta ma riferisce che il giorno successivo, il 21, inizierà da loro l’ennesimo percorso di terapia.
Passa una notte d’inferno e, dal risveglio, ripete ossessivamente la stessa frase: “Voglio morire come lei e voglio essere seppellito vicino a Daniela”. Due dosi d’eroina mettono fine ai suoi giorni la sera stessa, intorno alle 21,30, in camera sua. Accanto al corpo viene trovato un diario compilato a quattro mani dai due amanti. È tutto lì: l’angoscia, la fine della speranza, l’impotenza. Un mondo di carta dove sognare visto che era impossibile vivere.
Cinzia rimane segnata indelebilmente da questi suicidi. Forse ancora di più di quando, nel 1978, in un albergo a Torino, già finita nella sua personale spirale autodistruttiva, nel tentativo di uccidersi aveva sparato per sbaglio al suo fidanzato e futuro marito e padre del loro figlio, ferendolo gravemente.
Forse ancora più di quanto non avesse fatto una infanzia fatta di violenze continue, un padre dentro e fuori dalla galera, la separazione forzata dal coniuge e dal bimbo, la vita per strada e tanti clienti che l’hanno gonfiata di botte. Nell’ultimo periodo parla molto spesso della brutta fine dei due con una sua amica, Cinzia Constantino. Fa anche lei uso di eroina ma le due si trovano bene, hanno frequentazioni anche al di fuori dei personaggi che frequentano di solito, addirittura pianificano di partire insieme per le vacanze.
Il 4 luglio 1989 si alzano, vanno dal parrucchiere e poi portano i bagagli al deposito della stazione. Quando arriva la sera, però, la Dalle Luche si accorge di non avere lo scontrino per ritirarli e dice all’altra che vuole riposare all’ombra, vicino ai vagoni in sosta tra i binari. L’amica allora torna a casa ma lei resta lì, ha mal di testa. Quando la va a cercare la mattina dopo la trova all’interno di una delle carrozze, rantolante, con la siringa nel braccio: muore, anche lei probabilmente suicida, dopo qualche minuto.
Se non fosse abbastanza, lo stesso tentativo lo farà anche Cinzia Costantino, il giorno appresso, ingerendo un grosso quantitativo di sonniferi. La salva la lavanda gastrica e non si avranno altre notizie di lei.
Per quanto ci è dato sapere è l’unica ad essere sopravvissuta in questo intreccio di anime fragili, sensibili e dal destino tremendamente segnato.
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