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19 Febbraio 2026 - 18:31
Stefano Esposito
C’è un numero inciso sulla pelle, nero su bianco, sul braccio sinistro. 2.589. Non è una data, non è un simbolo politico, non è un vezzo estetico. È il conto alla rovescia di una vita sospesa. Sono i giorni che Stefano Esposito, ex senatore torinese del Partito Democratico, dice di aver trascorso da indagato innocente. Sette anni pieni. Un tempo che oggi diventa libro.
Si intitola Massacro giudiziario. Come un’indagine ingiusta ti devasta la vita: il caso di Stefano Esposito, è scritto dal giornalista Ermes Antonucci, pubblicato da LiberiLibri, ed è disponibile da mercoledì 18 febbraio 2026 in libreria, su Amazon e negli store digitali. Ma prima ancora di essere un saggio, è una resa dei conti pubblica. Con la giustizia, con i media, con la politica.
“Racconta dei miei 2.589 giorni, sette anni di massacro giudiziario”, dice Esposito in un video su Facebook e su Instagram in cui mostra il tatuaggio. “È un manuale per fare capire che cosa succede a chi vive da indagato e da innocente. Vi troverete anche le famose intercettazioni, quelle che avrebbero dovuto inchiodarmi”.
Per capire il peso di questo libro bisogna tornare indietro. Stefano Esposito, classe 1969, nato a Moncalieri, è stato una delle figure più controverse del PD piemontese. Parlamentare dal 2008, prima deputato e poi senatore, si è costruito un profilo netto, spesso divisivo, soprattutto sul dossier che più di ogni altro ha segnato la politica torinese e nazionale: la Tav Torino-Lione. Esposito è stato uno dei sostenitori più determinati dell’opera, scontrandosi frontalmente con il movimento No Tav e diventando bersaglio di attacchi, polemiche e minacce. Una linea dura che gli ha attirato consensi e ostilità, dentro e fuori il suo partito.
Poi arriva l’inchiesta. È il 2017 quando il suo nome finisce al centro di quella che verrà ribattezzata “Bigliettopoli”. Le accuse sono pesanti: corruzione, turbativa d’asta, traffico di influenze. L’indagine ruota attorno ai rapporti con un imprenditore e all’utilizzo di biglietti per eventi sportivi. Scattano intercettazioni, perquisizioni, titoli a nove colonne. Il caso diventa mediatico. Per Esposito è l’inizio di un terremoto personale e politico.
Il procedimento si trascina per anni, tra conflitti di competenza e passaggi di mano tra procure. Intanto l’etichetta resta. Indagato. Sospetto. Sotto accusa. Fino a quando, dopo un lungo iter, il giudice per le indagini preliminari dispone l’archiviazione. Le accuse cadono. Nessun processo, nessuna condanna. Fine giuridica della vicenda.
Ma la fine giudiziaria non coincide, per Esposito, con la fine delle conseguenze. È proprio questo il cuore del libro: la distanza tra l’assoluzione o l’archiviazione e il marchio pubblico che resta. Antonucci ricostruisce documenti, intercettazioni, passaggi procedurali, ma soprattutto racconta l’impatto umano: la pressione mediatica, la famiglia esposta, il figlio costretto a confrontarsi con l’immagine del padre sui giornali, la carriera politica interrotta, l’isolamento.
Esposito non è mai stato un politico tiepido. Il suo stile è diretto, spesso polemico. Anche oggi, fuori dalle istituzioni, continua a intervenire nel dibattito pubblico con posizioni nette su legalità, garantismo, gestione dell’ordine pubblico. Il libro si inserisce in questa traiettoria: non è solo memoria personale, è anche atto politico. Una denuncia contro quello che definisce un sistema in cui l’indagine diventa già condanna sociale.
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La scelta del titolo, Massacro giudiziario, è una dichiarazione d’intenti. Il riferimento letterario al “Processo” di Kafka, evocato nel volume, suggerisce una sensazione di smarrimento e impotenza di fronte a un meccanismo percepito come più grande del singolo. Un ingranaggio che, secondo la ricostruzione proposta, può stritolare anche senza arrivare a sentenza.
Le 224 pagine del libro non raccontano solo un’inchiesta. Raccontano un uomo politico che, nel bene e nel male, ha sempre scelto di esporsi. Dal sostegno alla Tav ai confronti durissimi con i movimenti contrari, fino alla vicenda giudiziaria che lo ha travolto. Raccontano un pezzo di storia recente del centrosinistra torinese e nazionale, con le sue fratture interne, le sue battaglie identitarie e le sue zone d’ombra.
E raccontano soprattutto quei 2.589 giorni che oggi sono diventati un numero tatuato e un titolo di battaglia. Per Stefano Esposito, la partita giudiziaria è chiusa. Quella pubblica, invece, sembra tutt’altro che archiviata.
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