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Il Bhutan, dove il tempo impara a respirare

Il racconto di Maria Cristina Martinetti e Pierluigi Bernard incanta l’Unitre di Cuorgnè: tra monasteri sospesi, silenzi himalayani e Felicità Interna Lorda, il viaggio diventa una lezione di vita

Il  tempo lento della felicità.

C’è un luogo al mondo dove il tempo non corre, ma respira. Dove il progresso non si misura in Pil, ma in sorrisi, relazioni, silenzi. Mercoledì 18 febbraio, nella Sala Trinità di Cuorgnè, i soci dell’Unitre hanno compiuto un viaggio lontano migliaia di chilometri, restando seduti in poltrona. A guidarli, con immagini, racconti e brevi video, i docenti Maria Cristina Martinetti e Pierluigi Bernard, che hanno aperto una finestra su un piccolo regno sospeso tra cielo e montagne: il Bhutan.

Lo chiamano il “Paese della Felicità”. Un’etichetta che altrove suonerebbe come uno slogan turistico, ma che qui diventa scelta politica, visione culturale, stile di vita. Tra India e Cina, culturalmente vicino al Tibet, incastonato tra le grandi pareti dell’Himalaya, il Bhutan ha imboccato una strada rara: aprirsi al mondo senza lasciarsi travolgere. L’ingresso nel Paese avviene con visto e tassa giornaliera, e il numero dei visitatori è limitato. Non è una barriera, ma una dichiarazione di intenti: il turismo non deve consumare il territorio, deve incontrarlo.

Attraverso la proiezione, la sala ha avuto la sensazione di uscire dal nostro tempo accelerato. Le case bianche con le cornici in legno dipinto, i campi coltivati che abbracciano i villaggi, l’assenza di pubblicità invadente, le strade senza rifiuti: tutto restituisce l’idea di un ordine naturale delle cose. Uomini e donne indossano ancora gli abiti tradizionali – il gho per gli uomini, la kira per le donne – non per folclore, ma per normalità quotidiana. È un’eleganza sobria, radicata nella storia.

Il viaggio dei docenti si è snodato in dodici giorni, tra andata e ritorno dall’Italia, attraversando vallate poste tra i 1.900 e i 2.500 metri di altitudine, foreste di conifere e paesaggi ampi, dominati dal profilo severo delle montagne. Fino alla salita più iconica: quella al monastero di Paro Taktsang, il celebre “Nido della Tigre”. Appare all’improvviso, aggrappato a una parete verticale, come se fosse stato più scoperto che costruito. Il sentiero serpeggia tra pini e bandiere di preghiera, e passo dopo passo il silenzio prende il posto dei pensieri. Non è soltanto una fatica fisica: è un lento cambiamento interiore.

Il Bhutan è profondamente buddhista, ma la spiritualità non è confinata nei templi. È nell’acqua che scende dai ghiacciai himalayani, nel vento che fa girare le ruote di preghiera, nei piccoli stupa disseminati lungo i sentieri, nei ponti decorati, nei monasteri dove i bambini studiano come in un collegio. Lo stupa, monumento sacro simbolo della mente illuminata del Buddha e reliquiario di santi monaci, è una struttura solida e non penetrabile, che i fedeli onorano compiendo la pradaksina, la circumambulazione in senso orario. Un gesto semplice, ripetuto nel tempo, che diventa meditazione.

Nei monasteri i giovani possono scegliere: restare monaci oppure intraprendere un’altra strada. La religione non è imposizione, ma possibilità. Durante il viaggio, Martinetti e Bernard hanno assistito agli Tshechu, i festival religiosi celebrati nei grandi dzong, le fortezze-monastero millenarie che dominano le valli. I monaci, con maschere e costumi colorati, danzano raccontando storie simboliche. La celebre danza del cappello nero non è uno spettacolo per turisti: è un rito, una memoria che si rinnova.

Particolarmente suggestiva è stata la spiegazione del dibattito filosofico praticato anche in un monastero femminile. Si tratta di vere e proprie “gare” verbali che si svolgono nei cortili, coinvolgendo monaci di ogni età in discussioni su filosofia, dottrina e logica. Si cerca la verità, non la vittoria personale. Le famiglie arrivano dai villaggi più lontani e osservano in silenzio. La festa è anche studio, riflessione, comunità.

Colpisce l’assenza di frenesia. Il Bhutan misura il proprio sviluppo attraverso la “Felicità Interna Lorda”, un indicatore che considera la tutela dell’ambiente, la qualità della vita, il tempo libero, le relazioni sociali, la cultura. Non una crescita infinita, ma un equilibrio da custodire. La vita è semplice: riso, patate, ortaggi, allevamento, cibo speziato ma genuino. Il reddito medio è basso secondo i parametri occidentali, eppure le persone non sembrano povere. Sembrano complete. I bambini giocano ovunque, sorridenti e curiosi, senza paura.

Primavera e autunno sono i periodi ideali per visitare il Paese: cieli limpidi, aria trasparente, montagne nitide fino all’orizzonte. La moneta è il ngultrum, affiancato dalla rupia indiana, ma presto si comprende che qui il valore delle cose non è soltanto economico.

Il Bhutan non colpisce con metropoli vertiginose o monumenti giganteschi. Colpisce perché protegge ciò che altrove è stato sacrificato: il tempo, il silenzio, l’attenzione. Alla fine della conferenza, nella sala di Cuorgnè, la sensazione condivisa era quella di aver visitato non soltanto un Paese, ma una filosofia di vita.

Viaggiare, in fondo, non significa soltanto vedere qualcosa di diverso, ma permettere a quel diverso di cambiare il nostro sguardo.

Forse la felicità non sta nel possedere di più, ma nell’aver bisogno di meno.

foto Osvaldo Marchetti

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