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Bus fantasma nel Torinese: 200 corse saltate in pochi giorni, la provincia resta a piedi. L'Autobus? Semplicemente non "Arriva"

Da Torino a Caselle, dal Canavese alle Valli: linee extraurbane nel caos. Scontro tra sindacati e Arriva Italia sui contratti, il 27 febbraio sciopero di quattro ore. Studenti, lavoratori e passeggeri diretti in aeroporto ostaggi delle soppressioni

Bus fantasma nel Torinese: 200 corse saltate in pochi giorni, la provincia resta a piedi. L'Autobus? Semplicemente non "Arriva"

Bus fantasma nel Torinese: 200 corse saltate in pochi giorni, la provincia resta a piedi. L'Autobus? Semplicemente non "Arriva"

In questi giorni non è solo un autobus che manca. È un pezzo di provincia che resta a piedi.

I numeri, prima ancora delle parole, fanno rumore. Ieri nove corse soppresse. Lunedì altrettante. Tutte sulla tratta Torino–Caselle, quella che attraversa i paesi del Canavese e porta all’aeroporto. La settimana precedente il bilancio è stato ancora più pesante: 57 corse cancellate venerdì, 78 giovedì, 69 mercoledì. Non un episodio isolato, ma una sequenza. Non un imprevisto, ma un sistema che si inceppa giorno dopo giorno.

Da Chivasso a Ivrea, da Piobesi a Pinerolo, fino a Fenestrelle e Torre Pellice, gran parte del Torinese fa i conti da due settimane con un trasporto pubblico a singhiozzo. Quello gestito da Arriva Italia, società che copre 31 linee extraurbane tra il capoluogo e la provincia. I bus azzurri, che in molti di questi centri rappresentano l’unico collegamento verso scuole, posti di lavoro, ospedali e università, non rispettano gli orari indicati su app e paline. Nel senso più brutale del termine: spesso non passano affatto.

Alle fermate la scena è sempre la stessa. Cappotti tirati su fino al mento, zaini stretti sulle spalle, mani infilate nelle tasche per il freddo. Il display elettronico segna un orario che scivola via. L’autobus delle 6:42 non arriva. Nemmeno quello delle 7:10. C’è chi guarda la strada con ostinazione, come se potesse materializzarlo con la forza della rabbia. C’è chi inizia a fare telefonate: “Arrivo tardi”, “Il bus non è passato”, “Sto cercando un passaggio”. E dall’altra parte spesso c’è silenzio, o fastidio.

Studenti con l’ansia negli occhi, appoggiati al palo della fermata, che aggiornano compulsivamente l’app sperando in un miracolo. Esami che iniziano alle 8:30, interrogazioni che non aspettano, tirocini che non prevedono scuse. Un ragazzo scuote la testa, dice che non è la prima volta. Una ragazza manda un messaggio al professore, sapendo già che non servirà. Il trasporto pubblico, per loro, è l’unica strada. E quella strada si interrompe senza preavviso.

Sulla linea per l’aeroporto la tensione si taglia con il coltello. Valigie trascinate avanti e indietro sul marciapiede, trolley che sbattono contro le panchine. Un uomo in giacca e cravatta controlla l’orologio ogni trenta secondi, poi digita nervosamente sul telefono cercando un taxi. Una coppia con un bambino piccolo prova a capire se riuscirà a prendere il volo. Quando la corsa salta, non è solo un disagio: è un biglietto aereo che rischia di diventare carta straccia.

Il problema, questa volta, non viene nascosto dietro formule generiche. Nasce dalle defezioni dei conducenti al momento di coprire i turni. E dietro le defezioni c’è un braccio di ferro aperto tra lavoratori e vertici aziendali. Secondo il sindacato Faisa Cisal, l’azienda avrebbe modificato unilateralmente il contratto, con la perdita, dal prossimo giugno, di benefit per circa 250 euro al mese. Una cifra che per chi guida un autobus otto, nove ore al giorno non è un dettaglio. È la differenza tra arrivare a fine mese o arrancare.

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Sono circa 380 gli autisti di Arriva Italia coinvolti. Molti di loro, spiega il sindacato, stanno rinunciando alle corse coperte da straordinario. E quegli straordinari, fino a ieri, erano indispensabili per garantire integralmente il servizio. Quando saltano, salta l’equilibrio già fragile di un sistema che reggeva su incastri tirati al limite. Basta che una tessera si sposti, e il castello crolla sulle teste di chi aspetta alla fermata.

L’azienda conferma le criticità, parlando di “incremento significativo e non programmato delle assenze del personale viaggiante”, ma non entra nel merito delle contestazioni. Intanto il calendario segna una data che pesa come un macigno: 27 febbraio. Per quel giorno è stato proclamato uno sciopero di quattro ore da Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti e Faisa Cisal. E nelle stazioni, tra le pensiline, si mormora già che il peggio debba ancora arrivare.

Ogni giorno Arriva pubblica sui propri canali digitali l’elenco delle corse destinate a saltare. Ma molti passeggeri raccontano che le comunicazioni arrivano quando la giornata è già compromessa. L’avviso diffuso a metà mattina, quando i ragazzi sono già in ritardo e i lavoratori hanno già perso coincidenze. L’elenco delle corse cancellate che compare quando le fermate sono già piene, le facce già tese, le chiamate già partite. Informare a servizio iniziato è come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.

Sul tavolo delle contestazioni ci sono il blocco dei cambi turno, la revoca del ticket, il mancato riconoscimento del premio di risultato, la riduzione degli spazi di flessibilità organizzativa. Misure che, secondo il sindacato, avrebbero depotenziato i contratti. E sullo sfondo c’è il bando con cui la Regione Piemonte affiderà a breve il servizio extraurbano di Torino. L’ipotesi è che si stia cercando di alleggerire il costo del lavoro in vista della gara. L’azienda non commenta questo punto, limitandosi a promettere “il massimo impegno” per ridurre le criticità e ripristinare la regolarità del servizio.

Ma la regolarità, in questi giorni, è un concetto teorico. La provincia vive nell’incertezza. Perché chi sta in centro può cambiare linea, può infilarsi in metropolitana, può trovare un’alternativa. Chi sta a Fenestrelle o a Torre Pellice no. Chi vive nel Canavese no. Se il bus non passa, resta fermo. Punto.

Non è solo un problema aziendale. È una crepa profonda nel rapporto tra servizio pubblico e cittadini. È la fotografia di un territorio che parla di sostenibilità e poi lascia centinaia di persone sotto una pensilina, a guardare una strada vuota. Quando le corse cancellate si contano a decine al giorno, quando i numeri salgono a 57, 78, 69 in poche ore, non si può più parlare di disguido.

È una crisi. E a restare a piedi, ancora una volta, sono sempre gli stessi: studenti con l’ansia addosso, lavoratori con il badge in tasca, famiglie con la valigia pronta. La provincia intera, inchiodata a una fermata, mentre l’autobus che dovrebbe collegarla al resto del mondo semplicemente non Arriva.

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