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18 Febbraio 2026 - 02:00
ABBAS ARAGHCHI MINISTRO DEGLI ESTERI IRAN, SAYYID BADR BIN HAMAD AL BUSAIDI ALBUSAIDI MINISTRO ESTERI OMAN
In una stanza sobria affacciata sul Rodano, con i mediatori dell’Oman che hanno fatto la spola tra due delegazioni mai sedute allo stesso tavolo, ha preso forma un risultato che fino a poche settimane fa sembrava fuori portata: Iran e Stati Uniti hanno concordato un insieme di “principi guida” per avviare la stesura di un possibile accordo sul nucleare. Non è un trattato e non è una bozza articolata, ma una traccia condivisa dopo tre ore e mezza di colloqui indiretti a Ginevra, il 17 febbraio 2026. Tanto è bastato per riattivare l’attenzione delle cancellerie. Intorno, però, il contesto è rimasto teso: nel Golfo Persico le navi militari hanno continuato a incrociare, nello Stretto di Hormuz si sono svolte esercitazioni, in Iran le tensioni interne non si sono spente. È in questo equilibrio fragile che va letto il passo diplomatico compiuto.

Abbas Araghchi
Secondo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, le parti hanno raggiunto “un ampio accordo su un insieme di principi guida” per procedere alla redazione di un testo. I colloqui si sono svolti presso la rappresentanza dell’Omanalle Nazioni Unite, con la mediazione del ministro omanita Badr al-Busaidi. La sessione è stata definita più costruttiva rispetto a quella del 6 febbraio a Mascate. Non è stata fissata una data per il terzo round, ma le delegazioni hanno annunciato che lavoreranno su progetti di testo e torneranno a confrontarsi entro poche settimane.
Abbas Araghchi ha invitato alla prudenza: la fase più complessa sarà la messa per iscritto degli impegni. A Ginevra si è discusso di un possibile percorso per la diluizione dell’uranio arricchito al 60 per cento, livello vicino alla soglia militare, e di un ritorno più esteso dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) nei siti colpiti dai bombardamenti del 2025. Restano però divergenze sostanziali. Teheran ha escluso di negoziare sul programma missilistico e sui rapporti con attori regionali. Washington ha ribadito che la stabilità dell’area non può essere separata dal dossier nucleare.
Il riavvio del dialogo è arrivato pochi mesi dopo la cosiddetta “guerra dei dodici giorni” del giugno 2025, conclusa con un cessate il fuoco annunciato il 24 giugno. In quelle settimane gli Stati Uniti hanno colpito siti nucleari iraniani come Natanz, Fordow e Isfahan, in un’escalation che ha incluso scambi di missili tra Israele e Iran e il lancio iraniano verso la base statunitense di Al Udeid in Qatar. Valutazioni successive dell’intelligence statunitense hanno indicato che gli attacchi hanno ritardato il programma nucleare di alcuni mesi, senza distruggerlo. Questo precedente ha pesato sull’approccio attuale: prima definire principi condivisi, poi tentare di tradurli in obblighi tecnici.
La mediazione dell’Oman ha avuto un ruolo centrale. Dopo l’incontro di Mascate, la scelta di proseguire a Ginevra ha offerto un terreno diplomatico neutrale, mantenendo il formato indiretto. In parallelo, il direttore generale dell’AIEA, Rafael Grossi, ha avuto colloqui separati con le delegazioni, sottolineando la necessità di rafforzare le verifiche. L’obiettivo immediato è stato individuare un percorso tecnico per ridurre i rischi di proliferazione e ristabilire un sistema di monitoraggio credibile nei siti danneggiati.
Mentre i negoziatori lavoravano sui testi, la dimensione militare è rimasta visibile. Gli Stati Uniti hanno rafforzato la presenza navale nel Golfo. L’Iran ha condotto esercitazioni a fuoco che hanno comportato una temporanea limitazione del traffico in alcune aree dello Stretto di Hormuz, passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare. La coesistenza di diplomazia e deterrenza ha inviato un messaggio doppio: disponibilità al confronto, ma senza rinunciare alla pressione.
I “principi guida”, secondo quanto filtrato, includono un’intesa preliminare sulla gestione dell’uranio al 60 per cento, con l’ipotesi di diluizione sotto controllo dell’AIEA, e un ampliamento degli accessi ispettivi nei siti colpiti nel 2025. È previsto un calendario di lavoro per la redazione dei testi. Non sono invece entrati nell’intesa il programma missilistico iraniano e le attività regionali di Teheran, che restano oggetto di contrasto.
Le linee rosse sono rimaste evidenti. La delegazione statunitense ha chiesto limiti verificabili sull’arricchimento e un sistema di ispezioni che non possa essere sospeso unilateralmente. L’Iran ha ribadito il diritto, previsto dal TNP (Trattato di Non Proliferazione Nucleare), a sviluppare energia nucleare per fini civili e ha escluso l’ipotesi di “arricchimento zero”. In cambio di impegni tecnici, Teheran ha chiesto una rimozione graduale di alcune sanzioni.
Il fattore tempo è decisivo. Sul piano tecnico, la presenza di materiale ad alto arricchimento aumenta i rischi se non è sottoposta a controlli continui. Sul piano militare, un incidente nello Stretto di Hormuz potrebbe interrompere il negoziato. Sul piano politico interno, sia in Iran sia negli Stati Uniti, le dinamiche parlamentari e l’opinione pubblica possono limitare lo spazio di manovra.
Se i principi verranno tradotti in testi condivisi, l’intesa potrebbe includere misure immediate di riduzione dell’arricchimento, un’architettura di verifica dettagliata sotto l’egida dell’AIEA, una sequenza di passi reciproci e meccanismi per prevenire escalation nel Golfo. Non sarebbe un ritorno automatico al JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) del 2015, ma un accordo più circoscritto, concentrato sulla gestione del rischio.
Gli attacchi del 2025 hanno mostrato che un’azione militare può rallentare ma non risolvere la questione nucleare. Fonti statunitensi hanno riconosciuto che alcune infrastrutture sono rimaste operative e che parte del materiale è stato preservato. Da qui la scelta di tornare a una cornice negoziale verificabile.
Molto può ancora andare storto. Un incidente militare, un irrigidimento delle posizioni o una crisi politica interna potrebbero bloccare il processo. Tuttavia, l’esistenza di principi condivisi indica che un canale è rimasto aperto. Nelle prossime settimane sarà decisivo capire se le parti riusciranno a trasformare questa traccia in un testo operativo.
Il 17 febbraio 2026 non ha prodotto una svolta definitiva, ma ha segnato un cambio di ritmo. In una fase in cui l’alternativa è l’escalation, anche un’intesa preliminare su procedure tecniche rappresenta un elemento di stabilizzazione. Resta da vedere se la diplomazia saprà consolidarlo prima che un nuovo evento sul terreno lo renda irrilevante.
Fonti: dichiarazioni ufficiali di Abbas Araghchi; comunicati del Ministero degli Esteri dell’Oman; note stampa dell’AIEA; valutazioni dell’intelligence statunitense riportate da Reuters e Associated Press; dati energetici dell’Energy Information Administration degli Stati Uniti; testo del TNP (Trattato di Non Proliferazione Nucleare); documentazione sul JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action).
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