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17 Febbraio 2026 - 23:59
Libia 2026: 15 anni dopo la rivolta è ancora divisa in due, Saif al-Islam Gheddafi ucciso e le elezioni restano un’incognita
Il mare davanti a Tripoli è calmo, ma basta spostarsi verso l’interno perché il paesaggio cambi: posti di blocco, edifici governativi distribuiti tra quartieri controllati da gruppi armati, sedi di milizie che negli anni hanno occupato gli spazi lasciati vuoti dallo Stato. In questo contesto la Libia ha ricordato oggi, 17 febbraio 2026, il quindicesimo anniversario dell’inizio della rivolta che nel 2011 ha portato alla caduta di Muammar Gheddafi. Non è stata una ricorrenza celebrativa. Pochi giorni fa, il 3 febbraio 2026, è stato ucciso a Zintan suo figlio Saif al-Islam Gheddafi, episodio che ha riaperto tensioni mai sopite tra fazioni rivali e ha aggiunto un elemento di incertezza a un quadro già fragile.
Quindici anni dopo le prime proteste a Bengasi, il Paese è rimasto diviso tra due poli di potere. A ovest governa il Governo di Unità Nazionale (GUN, Governo di Unità Nazionale) guidato da Abdulhamid Dbeibah, riconosciuto dalle Nazioni Unite. A est opera un esecutivo parallelo sostenuto dal generale Khalifa Haftar e dal Governo di Stabilità Nazionale (GNS, Governo di Stabilità Nazionale) presieduto da Osama Hammad, che si appoggia al Parlamento di Tobruk, la House of Representatives (Camera dei Rappresentanti) guidata da Aguila Saleh. Questa divisione istituzionale e militare ha impedito finora lo svolgimento di elezioni nazionali condivise.
Nel 2025 e nei primi mesi del 2026 la missione delle Nazioni Unite in Libia, la United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL, Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), ha sollecitato un accordo su una base costituzionale comune e sulla riforma della High National Elections Commission (HNEC, Commissione Elettorale Nazionale Suprema). La stessa commissione ha dichiarato di essere pronta ad avviare i preparativi per elezioni presidenziali e legislative a partire da aprile 2026, ma solo dopo un’intesa politica tra le parti. Intanto si sono svolte elezioni municipali in diverse città, segnale di una partecipazione locale che però non ha colmato la frattura nazionale.
L’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi, 53 anni, è avvenuta all’alba del 3 febbraio. Secondo quanto riferito dal suo avvocato Khaled al-Zaidi, uomini armati hanno fatto irruzione nella sua abitazione a Zintan dopo aver disattivato le telecamere di sicurezza. La Procura generale di Tripoli ha confermato la morte per colpi d’arma da fuoco e ha parlato di un attacco in cui sono rimaste uccise anche altre persone. La 444ª Brigata di Tripoli, citata in alcune ricostruzioni iniziali, ha negato ogni coinvolgimento. UNSMIL, l’Unione Africana e il governo russo hanno chiesto un’indagine indipendente. Al momento non risultano responsabili ufficialmente identificati.
La figura di Saif al-Islam Gheddafi ha sempre diviso l’opinione pubblica. Nei primi anni Duemila si è presentato come promotore di riforme, ma nel 2011 ha sostenuto la repressione del regime. Su di lui pendeva un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Negli ultimi anni aveva annunciato l’intenzione di candidarsi alla presidenza, raccogliendo consensi tra settori nostalgici del vecchio sistema. Il funerale a Bani Walid ha richiamato migliaia di sostenitori. La sua morte ha eliminato un possibile protagonista delle prossime elezioni, ma non ha ridotto la competizione tra i blocchi rivali.
Il problema centrale resta il controllo delle armi. A Tripoli, il governo di Abdulhamid Dbeibah ha mantenuto il potere anche grazie all’equilibrio tra gruppi armati come la Rada e la 444ª Brigata. A est, il Libyan National Army (LNA, Esercito Nazionale Libico) guidato da Khalifa Haftar ha consolidato la propria struttura con il sostegno di Egitto ed Emirati Arabi Uniti. La Turchia ha prorogato per altri 24 mesi, dal 2 gennaio 2026, la missione militare a sostegno delle autorità di Tripoli. La Russia, dopo il ridimensionamento del gruppo Wagner, ha riorganizzato la propria presenza attraverso l’Africa Corps, con basi operative tra al-Jufra, Brak al-Shati e l’area di Sirte. La competizione internazionale ha trasformato il territorio libico in un punto di intersezione tra Mediterraneo e Sahel.

Sul piano economico, il settore energetico ha continuato a rappresentare la principale fonte di entrate. Nel 2025 la produzione di petrolio ha raggiunto in media 1,37 milioni di barili al giorno, il livello più alto degli ultimi dodici anni. All’inizio del 2026 la produzione si è mantenuta tra 1,38 e 1,40 milioni di barili al giorno. La National Oil Corporation (NOC, Compagnia Petrolifera Nazionale) ha indicato come obiettivo 1,6 milioni di barili al giorno entro la fine del 2026, con investimenti stimati tra 3 e 4 miliardi di dollari l’anno. Tuttavia, le chiusure intermittenti del giacimento di Sharara e il contrabbando di carburante hanno continuato a incidere sulla stabilità del settore.
Nel gennaio 2023 Eni e National Oil Corporation hanno firmato un accordo da 8 miliardi di dollari per lo sviluppo di nuovi giacimenti offshore di gas, con l’avvio della produzione previsto nel 2026. Il progetto punta a raggiungere circa 750 milioni di piedi cubi al giorno. Il gasdotto Greenstream, che collega la Libia all’Italia attraverso Gela, ha registrato nel giugno 2024 un’interruzione temporanea dei flussi, evidenziando la vulnerabilità delle infrastrutture. Nel 2025 la Libia ha riaperto una gara per nuove licenze esplorative dopo 17 anni, attirando l’interesse di compagnie come Chevron, QatarEnergy e Repsol.
Le relazioni con l’Italia restano influenzate dal Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017 tra Roma e Tripoli, rinnovato automaticamente il 2 febbraio 2026. L’accordo, volto a contrastare le partenze di migranti verso l’Europa, è stato criticato da organizzazioni come Amnesty International Italia e Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) per il rischio di violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione libici. Il tema ha continuato a dividere il dibattito politico italiano.
Resta aperta anche la questione di Derna, colpita l’11 settembre 2023 dal crollo delle dighe durante la tempesta Daniel. Le indagini giudiziarie hanno coinvolto funzionari accusati di negligenza nella manutenzione delle infrastrutture. Il disastro ha mostrato le conseguenze della frammentazione amministrativa e della mancanza di coordinamento tra le autorità dell’est e dell’ovest.
L’anniversario del 17 febbraio 2026 non ha segnato una svolta. La Libia continua a essere un Paese con due governi, strutture militari separate e una presenza esterna significativa. L’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi ha aggiunto un elemento di instabilità, ma il nodo principale resta la costruzione di istituzioni condivise e di un sistema di sicurezza unificato. Senza un accordo politico credibile, anche la prospettiva di elezioni nel 2026 rischia di rimanere un obiettivo formale. La ricorrenza della rivolta del 2011 ha riportato al centro una domanda che resta irrisolta: quale forma di Stato può garantire stabilità e diritti in un territorio che da quindici anni vive in equilibrio precario.
Fonti: United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL); High National Elections Commission (HNEC); National Oil Corporation (NOC); Eni; Corte Penale Internazionale; Amnesty International Italia; Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI); comunicati della Procura generale di Tripoli; dichiarazioni ufficiali del governo di Abdulhamid Dbeibah e dell’amministrazione di Osama Hammad; dati di produzione energetica diffusi da National Oil Corporation.
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