Sabato 14 febbraio, giorno di San Valentino, i sanmauriziesi hanno dimostrato il loro amore per Aio, alias Angelo Riposio, scomparso nel mese di novembre, presentandosi molto numerosi nel salone parrocchiale di Ceretta per la serata a lui dedicata, organizzata dall’Associazione “Amici di San Maurizio”. Non è stata soltanto una commemorazione, ma un abbraccio collettivo, un modo per dirgli che la sua musica continua a vivere.
Il “Live Aio” è stato un concerto-evento ideato e realizzato da amici di vecchia data e da nuove leve di musicisti che con Aio avevano avuto un rapporto professionale e umano. Un ponte tra generazioni, un filo rosso che ha unito passato e presente nel nome del rock e del blues.
La serata si è aperta con un medley di Eric Clapton suonato dalla Filarmonica “La Novella” di San Maurizio, diretta dal maestro Andrea Scavini. Alla batteria sedeva il primo ospite della serata, Marcello Bianco. Fin dalle prime note si è percepita l’energia giusta: quella che non sa di nostalgia, ma di celebrazione.
Durante il cambio palco, la presentatrice Francesca Mazzeo ha letto un pensiero che Barbara, compagna di Aio, gli aveva dedicato. La sala si è fatta silenziosa, raccolta. In quel momento non c’era solo musica, ma memoria viva.
Subito dopo è salita sul palco la “Band-Aio”, una super band formatasi appositamente per questo evento: Luciano Devietti al basso elettrico e voce, Guido Argano alla chitarra, Enrico Morandi a batteria, tastiere e voce, Lino Pastore alla chitarra. Con loro due cantanti: Susanna Ossola, sanmauriziese tornata nel paese delle “teste quadre” per questa occasione speciale, e Gaetana Battaglia.



Il primo brano è stato “What’s Going On” dei Taste, band in cui aveva militato l’irlandese Rory Gallagher. Un pezzo blues rock intenso, con gli assoli di Lino Pastore a infiammare il pubblico. Si è poi proseguito con “Sunshine Of Your Love” dei Cream, il trio formato da Eric Clapton, Ginger Baker e Jack Bruce a metà degli anni Sessanta.
Alla Band-Aio si è aggiunto alle percussioni Piergianni Gillio per “Feeling Alright” dei Grand Funk Railroad. Con “Little Wing”, brano tratto dall’album “Axis: Bold As Love” del 1967, è arrivato alle tastiere Luca Morandi. Jimi Hendrix, l’artista che più di tutti aveva influenzato Aio, aleggia nella sala. È come se fosse lì.
Dopo la parentesi elettrica, è arrivato un momento acustico. Sul palco è salito Cristiano Fontana, accompagnato da Franco Geranio. Cristiano, ex allievo di Aio, ha raccontato un piccolo rito che precedeva ogni lezione: tutte le volte che andava da lui, Aio gli mostrava l’ultimo acquisto di chitarra. Le osservava, ne spiegava le particolarità, la storia, i dettagli. Le sue chitarre da collezione non venivano suonate, ma contemplate. Solo dopo iniziava la lezione. Un ricordo che restituisce il lato più intimo e appassionato del musicista.
Per l’occasione, alla voce si è unito Enrico Morandi e il brano eseguito è stato “Can’t Find My Way Home”, scritto da Steve Winwood per l’unico album dei Blind Faith.
Il ritorno della Band-Aio ha riportato energia con “All Right Now” dei Free, brano del 1970 che entrò ai primi posti delle classifiche sia negli Stati Uniti sia nel Regno Unito. Un hard rock britannico interpretato con forza da Gaetana Battaglia.
È stato poi il momento di un blues “vecchia maniera”: “Leave My Girl Alone” nella versione di Stevie Ray Vaughan. Alla batteria è arrivato Luciano Leone, che insieme ad Aio aveva formato nel 1973 i Flowers of Devil, riunitisi poi cinquant’anni dopo, nel 2023. Un cerchio che si chiude.
Altro momento intenso con “After Midnight”, nella versione di Eric Clapton ma scritta dal grande J.J. Cale. E proprio J.J. Cale è rimasto protagonista anche con “Cocaine”, sempre nella versione di “Slowhand”, con l’arrivo sul palco di Franco Molinar, anche lui bassista dei Flower Of Evil e sanmauriziese.
Dopo una lunga immersione tra rock e blues, la serata ha concesso un momento più intimo con le musiche di Django Reinhardt. Il jazz manouche ha preso forma attraverso l’interpretazione alla chitarra di Maurizio Mazzeo, capace di creare un’atmosfera sospesa.
Si è poi tornati al mito di Aio con “All Along The Watchtower”, scritta nel 1967 da Bob Dylan ma resa celebre da Hendrix. Subito dopo è stata la volta di “We Are An American Band” dei Grand Funk Railroad.
Avvicinandosi alla conclusione, è arrivata “Sweet Home Chicago”, scritta nel 1937 da Robert Johnson e reinterpretata da numerosi artisti, dai Blues Brothers a Eric Clapton. La Band-Aio l’ha proposta proprio nella versione di Clapton. Alla batteria è tornato Luciano Leone, mentre Enrico Morandi si è spostato alle tastiere. Di grande effetto lo scambio di voci tra Susanna Ossola e Gaetana Battaglia.
Quando la serata volgeva al termine, Luciano Devietti ha voluto dedicare un pensiero ad Aio:
“Chi lo conosceva può confermare che la religione, così come la intendiamo comunemente, ad Aio faceva venire un po’ l’orticaria. Ma aveva una sua spiritualità personale. Era stato in India e, di certo, con la sua spiccata sensibilità artistica, aspirava ad un personale paradiso, a un Nirvana. Ci piace pensare che Aio sia ancora alla ricerca di questo status. Dove non c’è sofferenza, e dove magari a trovarsi a dipingere con Van Gogh o a inanellare lunghi assoli di chitarra con il suo mito, Jimi Hendrix. È questo l’augurio che gli facciamo tutti noi, bussando con lui alle porte del paradiso.”
E qui il racconto si fa presente. Tutta la Band-Aio intona “Knockin’ On Heaven’s Door” del premio Nobel Bob Dylan. Nel ritornello la sala canta a gran voce, “Knockin’ On Heaven’s Door”. È un coro compatto, emozionato, che trasforma una canzone in un saluto.
La serata si è chiusa con il pubblico che lentamente defluiva verso le uscite. Sullo schermo è rimasta l’immagine di Aio, circondato da stelle, come in un ideale paradiso accanto ai suoi idoli: Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Brian Jones.
Buon viaggio, Aio.
Ma il riconoscimento del paese verso il loro compaesano non finisce qui. Alla festa patronale di settembre gli “Amici di San Maurizio” allestiranno una mostra dedicata alle sue passioni – la musica e le sue chitarre, le collezioni d’arte, i viaggi, la pittura – e stanno preparando una pubblicazione sulle figure notorie di San Maurizio, tra le quali, a pieno titolo, figurerà anche Aio. Perché certe storie non si chiudono con un ultimo accordo: continuano a risuonare.
Chi era Aio?
Angelo Riposio, per tutti semplicemente Aio, non è stato soltanto un musicista di San Maurizio Canavese. È stato una presenza. Una di quelle figure che attraversano decenni di vita culturale locale lasciando un segno che va oltre le serate nei locali, le prove in sala, i concerti nelle feste di paese. Nato e cresciuto in un territorio che tra anni Sessanta e Settanta respirava rock e fermento creativo, Aio ha costruito la sua identità attorno a una chitarra e a un’idea molto precisa di libertà artistica.

Chitarrista appassionato, profondamente influenzato dal blues britannico e americano, aveva trovato nei grandi come Jimi Hendrix, Eric Clapton, Rory Gallagher e Stevie Ray Vaughan non solo dei modelli musicali, ma veri e propri riferimenti esistenziali. Il suo modo di suonare non cercava l’esibizione fine a sé stessa: cercava il suono giusto, la vibrazione autentica, quell’assolo capace di raccontare uno stato d’animo prima ancora che una tecnica. Chi lo ha ascoltato dal vivo ricorda la concentrazione, lo sguardo perso tra le corde e l’amplificatore, e poi quell’improvvisa esplosione di energia che trasformava ogni brano in qualcosa di personale.
Nel corso degli anni ha militato in diverse formazioni del territorio, contribuendo a scrivere un pezzo importante della storia musicale locale. Tra le esperienze più ricordate ci sono i Flowers Of Devil, band nata nei primi anni Settanta e tornata a suonare insieme mezzo secolo dopo, a testimonianza di legami che il tempo non ha scalfito. Ma Aio non è mai stato un musicista chiuso nel proprio mondo: ha collaborato, insegnato, condiviso. Ha trasmesso passione a tanti giovani, trasformando le lezioni di chitarra in momenti di scambio culturale e umano.
La chitarra, per lui, non era solo uno strumento: era anche oggetto di culto. Collezionista attento, ricercava modelli particolari, strumenti con una storia, con un’anima. Le sue chitarre da collezione non erano semplicemente appese al muro: erano contemplate, studiate, amate. Raccontava la provenienza, i dettagli costruttivi, le differenze timbriche come se stesse parlando di opere d’arte. E in fondo, per lui, lo erano davvero.
Accanto alla musica c’era un’altra dimensione fondamentale: la pittura. Fin da ragazzo aveva coltivato l’interesse per il colore e per la tela, esplorando una creatività più silenziosa ma altrettanto intensa. Le sue opere riflettevano una sensibilità inquieta, curiosa, mai banale. L’arte visiva e la musica non erano compartimenti separati: erano due linguaggi con cui cercava di esprimere la stessa tensione interiore, la stessa ricerca di armonia.
Aio era anche un uomo attento alla dimensione spirituale, pur lontano dalle forme religiose tradizionali. Aveva viaggiato, era stato in India, si era confrontato con culture diverse. Cercava un proprio equilibrio, un proprio “Nirvana”, come amava dire chi gli era vicino. Non dogmi, ma esperienza. Non rituali imposti, ma sensibilità personale.
La sua scomparsa, avvenuta nel novembre scorso all’età di 71 anni, ha lasciato un vuoto evidente nella comunità. Non soltanto tra i musicisti, ma tra tutti coloro che in lui avevano trovato un amico, un riferimento, un volto familiare nelle iniziative culturali del territorio. Il tributo musicale organizzato in suo onore non è stato un episodio isolato: è il segno di quanto la sua figura abbia inciso nella memoria collettiva.
Oggi, quando si parla di Aio, si parla di un’epoca in cui il rock si imparava ascoltando vinili consumati, in cui le band nascevano nei garage e nei saloni parrocchiali, in cui la musica era soprattutto condivisione. Si parla di un uomo che ha scelto di restare fedele alle proprie passioni, senza rincorrere mode o compromessi.
E forse è proprio questo che resta di lui: l’immagine di un chitarrista con lo sguardo assorto, circondato dalle sue Fender e Gibson, pronto a lasciarsi attraversare da un riff di Hendrix o da una progressione blues. Un artista che ha fatto della coerenza e dell’amore per l’arte il proprio tratto distintivo. Una presenza che, a San Maurizio, continua a risuonare.