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La lunga odissea di un padre che vuole solo tornare a camminare

Dalle parole rassicuranti di una struttura accreditata alla realtà del pronto soccorso: riattivazione promessa, fisioterapia fantasma, una notte in barella e una famiglia costretta a lottare contro procedure e silenzi per rimettere in piedi il proprio padre.

La lunga odissea di un padre che vuole solo tornare a camminare

La lunga odissea di un padre che vuole solo tornare a camminare

C’è un sito internet che promette cura, attenzione, riattivazione, perfino cromoterapia. Parole morbide, rassicuranti, infilate una dopo l’altra come per costruire un’oasi: 102 posti letto accreditati con il Servizio sanitario regionale, quattro reparti di Medicina di Lungodegenza, cure palliative “non solo oncologiche”, un “Servizio di Riattivazione” ispirato alla filosofia geriatrica, una sala multisensoriale dove luce e colori dovrebbero aiutare il recupero della deambulazione, l’autonomia, la dignità.

Poi c’è la realtà. E la realtà ha 81 anni.

Un uomo che scivola e cade. Il giorno prima. Poi ancora. E la notte di domenica, il 25 gennaio. Due cadute in pochi giorni non sono una coincidenza, sono un allarme. I figli si spaventano, fanno quello che farebbe qualunque figlio: chiamano un’ambulanza. Destinazione: Ospedale Martini.

In Medicina d’Urgenza la verità arriva secca, cinica, senza poesia: potassio troppo basso. Una settimana di terapia. Ossigeno. Flebo. Monitoraggi. Poi solo pastiglie. Il quadro si stabilizza. Clinicamente “a posto”. Il potassio torna nei ranghi. Non c’è un grande dramma, non c’è un evento catastrofico. C’è un anziano fragile che ha bisogno di tempo, di attenzione, di essere rimesso in piedi.

Ma un posto in reparto non si libera. E allora arriva la proposta: “sollievo”, poi “lungodegenza”. Chi c’è passato conosce il significato.

Parole che sembrano neutre. In realtà sono una scelta di destino.

Perché dopo quindici giorni in posizione orizzontale, un corpo di 81 anni non è più lo stesso. I muscoli si spengono in fretta, le gambe si dimenticano come si fa a reggere il peso, la schiena diventa un dolore continuo. La fisioterapia non è un optional, è la differenza tra camminare e restare inchiodati a un letto.

Il NOCC propone una struttura accreditata, con un nome noto: Villa Iris. Sul sito internet c’è tutto. Riattivazione. Recupero. Rieducazione funzionale di primo livello. Una U.O.A. di Medicina Lungodegenza organizzata, strutturata, quasi esemplare. Sembra il luogo giusto per rimettere in piedi un uomo che fino a poche settimane prima camminava.

Peccato che ciò che è scritto non coincida con ciò che è vissuto.

Perché la riabilitazione c’è, sì. Ma nel reparto riabilitativo. Non in quello dei lungodegenti. E lì, per circa cento persone, c’è un solo fisioterapista. Tre ore al giorno. Fate voi i conti. Tre ore divise per cento pazienti. Significa minuti, non percorsi. Significa attese, non progetti personalizzati. Significa che la “filosofia geriatrica” si riduce a una parola in brochure.

E se la famiglia, vedendo il padre immobile, chiede di far entrare un fisioterapista esterno? No. Non è consentito. Non si può. Le regole sono regole. Così l’unica cosa davvero garantita è la posizione orizzontale.

Restare sdraiati. Giorno dopo giorno. Con il potassio a posto, la terapia per bocca, i parametri stabili. Clinicamente in ordine. Funzionalmente in declino.

barelle

I figli non si rassegnano. Denunciano la situazione al Martini, chiedono un’alternativa. Una RSA dove almeno sia possibile far entrare un fisioterapista proprio, qualcuno che lavori davvero sulle gambe, sull’equilibrio, sulla paura di cadere ancora. Perché il rischio non è solo fisico, è psicologico: un anziano che cade più volte inizia a temere il pavimento, a diffidare dei propri passi. Senza riattivazione, la fragilità diventa condanna.

E mentre si discute di percorsi, di accreditamenti, di posti letto, c’è un dettaglio che racconta tutto più di mille protocolli: l’acqua servita con la caraffa. Un oggetto semplice, quotidiano. Ma quando sei debole, quando le braccia non rispondono più come prima, anche sollevare una caraffa può diventare un’impresa. E allora aspetti. Chiedi. Speri che qualcuno arrivi. Anche per bere.

È qui che la distanza tra ciò che si scrive e ciò che si vive diventa insopportabile.

Perché nessuno mette in dubbio i numeri: 102 posti letto accreditati con il SSR, quattro reparti, operatori formati alle cure palliative, opportunità diagnostiche e terapeutiche. Sulla carta, un sistema strutturato, completo, quasi virtuoso. Ma la domanda è un’altra: quanta riattivazione reale c’è per chi non è nel reparto giusto? Quanta dignità si riesce a garantire quando un fisioterapista deve correre tra cento letti? Quanto pesa il divieto di far entrare un professionista esterno quando il tempo, per un ottantenne, non è infinito?

Un sistema sanitario si misura nei dettagli. Non nelle pagine web.

Si misura nella possibilità concreta di rimettere in piedi un uomo che ha ancora voglia di camminare. Si misura nella rapidità con cui si trova un posto adeguato, non solo un posto libero. Si misura nella libertà di scegliere una cura migliore quando quella prevista non basta.

Questa non è una battaglia ideologica contro una struttura. È il racconto di una famiglia che non accetta di vedere il padre trasformarsi, giorno dopo giorno, in un corpo fermo perché la riattivazione promessa non è disponibile dove serve.

E allora la polemica non è sterile. È una richiesta di coerenza. Se si parla di recupero e rieducazione funzionale, allora la riabilitazione deve essere reale, diffusa, accessibile a tutti i ricoverati che ne hanno bisogno, non confinata in un reparto diverso. Se si evoca la “filosofia geriatrica”, allora bisogna ricordare che l’autonomia è il primo farmaco, e l’immobilità la prima malattia.

Un uomo di 81 anni non è un numero dentro i 102 posti letto. È una storia, è un padre, è qualcuno che fino a ieri camminava. E che oggi rischia di non farlo più non per una diagnosi irreversibile, ma per una carenza organizzativa che lo tiene sdraiato.

Perché tra la cromoterapia raccontata online e un anziano che aspetta di bere da una caraffa troppo pesante, c’è di mezzo la credibilità di un intero sistema.

E la dignità di chi, a 81 anni, chiede solo di essere aiutato a rimettersi in piedi.

Fine della storia? Macché!

La storia non si ferma qui. Perché quando una famiglia prova a rimettere ordine nel caos, scopre che il vero labirinto non è fatto di corridoi, ma di procedure.

Venerdì viene concordata una soluzione con il Nocc del Martini: riportare l’uomo al pronto soccorso, segnalare la pratica già avviata, effettuare la visita e, in giornata, ricollocarlo in un’altra RSA a Torino. 

Una sequenza lineare, quasi rassicurante. Sulla carta.

La realtà, ancora una volta, sceglie un’altra strada.

Lunedì mattina, ore 10, ingresso al pronto soccorso del Martini. Accettazione regolare. Il personale sembra informato. Si compila la cartella. Poi la barella. In corridoio. Intorno ambulanze che continuano ad arrivare, una dietro l’altra, fino a creare coda. Le barelle finiscono. Il corridoio diventa un parcheggio umano. L’anziano resta lì.

«Vi chiamiamo noi», dicono.

Fuori, in sala d’attesa, c’è una folla che sembra quella di uno stadio. Persone in piedi, sedute per terra, sguardi stanchi, telefoni in mano. Ore 12.30: nulla si muove. Il figlio chiama il Nocc. Risposta: al pronto sanno tutto, attendono solo la visita e la segnalazione per procedere. Poi, dopo un’ulteriore sollecitazione, verso le 13 qualcosa si sblocca. Arrivano medico e infermiere.

Visionano i referti. Chiedono ai familiari quali farmaci assumesse, un’informazione che in teoria avrebbero dovuto conoscere. Eseguono un elettrocardiogramma. Si accorgono che in quella giornata, tra le dimissioni da Villa Iris e il trasferimento al pronto, non ha assunto alcuna terapia. La pressione è a 170. «Gli diamo noi i farmaci», assicurano.

Visita conclusa. Segnalazione inviata. Di nuovo barella in corridoio.

Alle 14 ai familiari viene chiesto di andare via: orario visite terminato. L’uomo resta lì. Solo.

Alle 16.30 il figlio richiama il Nocc. Silenzio, poi una risposta imbarazzata: senza sollecito sarebbero ancora fermi. Dalla “centrale” risulta un solo posto disponibile. Pecetto. Nessuna alternativa. E per oltre un’ora nessuno risponde al telefono della struttura indicata.

Nel frattempo la figlia torna in ospedale. Scopre che le medicine promesse non sono state ancora somministrate. «Stiamo studiando il piano terapeutico», spiegano. Intanto le ore passano. L’uomo resta su una barella.

La notte la passa così. In corridoio. In pronto soccorso. A 81 anni.

Il giorno dopo si riparte con le telefonate. Ancora Nocc. Ancora attese. Finalmente una novità: niente Pecetto. Oggi alle 14 è previsto il trasferimento in RSA a Torino, in via Issiglio. Una nuova destinazione. Un altro viaggio. Un’altra speranza.

In mezzo resta una frase che ancora rimbomba nel cervello. Succede quando il figlio  segnala ciò che è accaduto e si sente rispondere, con un sorriso amaro, che «è da quarant’anni che è così».

Quarant’anni.

Non è solo la storia di un trasferimento complicato. È la fotografia di un sistema che, tra protocolli, centrali operative, posti disponibili e piani terapeutici da “studiare”, rischia di dimenticare l’essenziale: il tempo dell’anziano non è quello della burocrazia.

Ogni giorno fermo è un passo perso. Ogni notte in barella è un pezzo di autonomia che se ne va.

E allora la domanda resta, più forte di prima: quante energie deve consumare una famiglia per ottenere ciò che dovrebbe essere normale? Quante telefonate, quante attese, quante notti in corridoio servono per garantire a un uomo fragile non un privilegio, ma una cura adeguata?

La storia ora si sposta alla RSA Issiglio. Lì si vedrà se davvero esiste uno spazio dove le gambe possano tornare a reggere il peso, dove la riattivazione non sia solo una voce su un sito internet.

Perché a 81 anni non si chiede l’impossibile. Si chiede di non essere parcheggiati.
Si chiede di essere curati.
E, soprattutto, di non dover lottare contro il sistema per tornare semplicemente a camminare.

In un Paese che invecchia ogni giorno di più, questa non è una storia tra le tante (chissà quante ce ne sono), è uno specchio. E dentro quello specchio dovremmo avere il coraggio di guardarci tutti: istituzioni, strutture accreditate, direzioni sanitarie, decisori politici.

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