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Qualcosa di sinistra

La generazione di Gaza e il ritorno della piazza emotiva

L’analisi di Fausto Bertinotti sul corteo torinese e su Askatasuna: politica sconfitta, partiti evaporati e giovani che scendono in strada non per un programma, ma per sentimento. Resta la piazza, tra emozione, conflitto e crisi della rappresentanza.

La generazione di Gaza e il ritorno della piazza emotiva

Fausto Bertinotti

L’analisi più sorprendente è quella di Fausto Bertinotti, a 85 anni suonati legge le piazze come nessun altro. Non s’interroga il Fausto, sentenzia e, sentenziando, dapprima mena scandalo e poi fa riflettere. «I giovani scoprono di essere la generazione di Gaza. E non sulla base di un programma politico, ma dell’emozione». Lo scandalo è che i giovani scendono in piazza senza una piattaforma politica, e il Fausto lo scrive con specifico riferimento al corteo torinese il cui incipit era «Askatasuna vuol dire libertà».

Il salto all’indietro, al prepolitico (come si diceva una volta) è evidente: a voler essere ottimisti ci riporta agli «angeli del fango», ai giovani arrivati da tutto il mondo che si mobilitarono per mettere in salvo le opere d’arte e i libri in una città, Firenze, sommersa dall’alluvione del 4 novembre 1966. Ecco l’emozione. È convinzione comune, infatti, che le migliaia di giovani giunti in aiuto di Firenze si mossero sull’onda di un sentimento, indizio anticipatore del movimento di contestazione giovanile degli anni Sessanta.

«Assistiamo ad un cambio di paradigma: la politica è svanita, le forze che si prefiggevano un cambiamento sono state sconfitte. Così resta la piazza». L’analisi del Fausto è impietosa: fa tabula rasa dei partiti e partitini (compreso il suo) che hanno calcato le scene politiche dell’ultimo quarantennio e che non hanno lasciato traccia; perciò senza speranza per il presente. Due generazioni ci separano dagli anni «gloriosi» e dalle loro conquiste, quasi azzerate sotto i colpi del neoliberismo.

Stando a quanto riportato della conferenza stampa di alcuni rappresentanti del collettivo, viene chiarito che Askatasuna«non è quell’edificio, ma una proposta, un atteggiamento, un’attitudine», nel caso di specie si tratta di «autodifesa, ognuno sceglie come partecipare e quale contributo dare». Ognuno sta nel movimento con le proprie emozioni appunto.

«La piazza è il luogo deputato del nuovo conflitto, alla piazza va data attenzione», sostiene il Fausto, ponendo l’accento sulle diverse sensibilità: l’ambientalismo, l’ecopacifismo, l’antimilitarismo, il femminismo, l’altermondismo.

Da un po’ di tempo, questi movimenti si sono affacciati sulla scena torinese, intersecando di volta in volta il cammino di istituzioni, università, forze politiche, sindacati: realtà in crisi di rappresentanza che si dibattono tra un prudente atteggiamento di osservazione, una moderata adesione a parole d’ordine politicamente corrette e, in qualche caso, flirt con le piazze che manifestano. Insomma, qualcuno accarezza il pelo ai movimenti che di volta in volta affiorano, rappresentando tante emozioni, tante sensibilità diverse. Stavolta però si è andati un po’ oltre la necessaria attenzione alle piazze: qualcuno adombrando (?) infiltrazioni, qualche altro denunciando la sproporzionalità della risposta ai disordini e alla violenza di piazza, altri insinuando che tutto sia una provocazione allo scopo di mettere sotto controllo un’intera generazione. Con tutto ‘sto darsi da fare per intercettare il dissenso sociale, la sinistra non batte chiodo.

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