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31 Gennaio 2026 - 10:52
Autovelox accesi a mezzanotte: la sicurezza che fa cassa
Alla periferia nord di Torino la sicurezza stradale ha un orario preciso: mezzanotte. È a quell’ora, tra sabato e domenica 1° febbraio, che due nuovi autovelox fissi entreranno ufficialmente in funzione in corso Giulio Cesare, all’altezza del civico 283, e in corso Grosseto, al numero 169. Due strade larghe, rettilinee, percorse ogni giorno da migliaia di veicoli, utilizzate da anni come assi di scorrimento e oggi definitivamente consacrate al ruolo che i Comuni conoscono meglio: quello di bancomat urbano.
I dispositivi controlleranno entrambi i sensi di marcia, senza pause e senza interruzioni. Ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Il limite è quello classico delle strade urbane, 50 chilometri orari. Un limite che, su arterie pensate per sostenere flussi continui e velocità ben più elevate, diventa il presupposto perfetto per una pioggia costante di verbali. Non serve correre: basta non accorgersi di stare a 56, 58, 61 all’ora. La telecamera non fa sconti, non valuta il contesto, non distingue tra chi guida distratto e chi mette realmente a rischio qualcuno.

L’operazione, con i beneplacito del sindaco Stefano Lo Russo, è costata 600 mila euro alle casse comunali. Una cifra che difficilmente resterà tale a lungo. Perché l’esperienza insegna che gli autovelox fissi, soprattutto quelli piazzati sulle grandi direttrici periferiche, non sono mai un investimento a fondo perduto. Sono macchine che lavorano senza ferie, senza straordinari, senza sindacati. Producono sanzioni in modo silenzioso e continuo, trasformando il concetto di prevenzione in una voce stabile di bilancio.
Non è un caso se, con l’attivazione di questi due nuovi impianti, salgono a tre gli autovelox fissi operativi h24 in città. Il terzo è quello di corso Regina Margherita, zona ovest, ormai un classico della tassazione su quattro ruote. I numeri parlano chiaro: tra le 1.600 e le 1.700 multe al mese. Un flusso regolare, prevedibile, quasi rassicurante per chi deve far quadrare i conti.
Eppure, se l’obiettivo fosse davvero e soltanto la sicurezza, la mappa dei controlli sarebbe diversa. In corso Casale, dove il 20 ottobre 2023 una ragazza di 16 anni, Emilia Maidaska, è stata investita e uccisa mentre attraversava sulle strisce pedonali, l’autovelox esiste ma non veglia mai da solo. Funziona solo in presenza degli agenti della polizia municipale. Niente servizio continuo, niente controllo automatico. Una scelta che stride se confrontata con l’attenzione riservata ad altre strade meno segnate da tragedie, ma decisamente più redditizie.
Il quadro diventa ancora più paradossale se si guarda agli autovelox spenti, smontati, dimenticati. Corso Unità d’Italiane è l’esempio più recente: il dispositivo è stato rimosso dopo mesi di inattività e ora si parla di sostituzione, di nuovi bandi, di future riaccensioni. Tutto rimandato, tutto sospeso. Corso Moncalieri, invece, è fermo da quindici anni. Un velox fantasma, di cui nessuno sembra più ricordarsi. E poi c’è corso Venezia, dove un impianto è stato installato mesi fa ma resta spento in attesa delle autorizzazioni. Tecnologia pronta, strada identica alle altre, ma incassi rinviati.
Nel frattempo, però, il dato sugli incidenti resta lì, immobile e scomodo: dodici al giorno, in media, con un aumento rispetto all’anno precedente. Numeri che vengono evocati ogni volta che si accende una telecamera, ma che raramente portano a un ragionamento più ampio. Perché la sicurezza stradale vera è fatta di progettazione, di attraversamenti protetti, di semafori intelligenti, di illuminazione, di manutenzione dell’asfalto, di educazione. Tutte cose lente, costose, difficili da raccontare e, soprattutto, incapaci di produrre un ritorno economico immediato.
Gli autovelox, invece, funzionano subito. Accendi, incassi, giustifichi. E se qualcuno protesta, basta ricordargli che “chi rispetta le regole non ha nulla da temere”. Un mantra comodo, che però ignora una verità semplice: le regole, quando vengono applicate solo dove rendono, smettono di essere solo regole e diventano strumenti fiscali.
Autovelox sì, dunque. Nessuno lo nega. Ma fingere che non siano anche – e soprattutto – strumenti per fare cassa significa prendere in giro i cittadini. Perché quando la sicurezza si misura a colpi di verbali e non a riduzione reale del rischio, il dubbio è legittimo. E resta lì, sospeso sull’asfalto di corso Giulio Cesare e corso Grosseto, pronto a scattare. Proprio come una multa. Insomma.
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