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Pedopornografia: condannato medico di Chivasso. Dovrà scontare 4 anni e mezzo

La procura aveva chiesto 5 anni e 4 mesi: la difesa valuta l’appello e parla di percorso riabilitativo. Nel "circuito" anche un sacerdote

Pedopornografia: condannato medico di Chivasso. Dovrà scontare 4 anni e mezzo

Pedopornografia: condannato medico di Chivasso. Dovrà scontare 4 anni e mezzo

Il medico di Chivasso Andrea Micelli, 40 anni, incensurato e considerato “insospettabile”, è stato condannato a 4 anni e 6 mesi di reclusione con rito abbreviato per una vicenda legata allo scambio e alla detenzione di materiale pedopornografico in rete. Micelli, medico estetico e dermatologo, in passato era stato anche allenatore di una squadra di volley del Canavese e svolgeva visite per l’idoneità sportiva.

La sentenza arriva a sei mesi dall’arresto, avvenuto lo scorso agosto, e mentre l’imputato – assente in aula – si trova ai domiciliari. Le accuse contestate parlano di produzione di contenuti multimediali mediante sfruttamento di minori, detenzione di materiale pedopornografico e associazione a delinquere, anche se per quest’ultimo punto la contestazione fa riferimento a un singolo episodio, legato allo scambio di materiale su un forum.

Il pubblico ministero Roberto Furlan aveva chiesto una pena più pesante: 5 anni e 4 mesi. La difesa, affidata all’avvocata Maria Giovanna Spataro, ha fatto sapere che è stato avviato un percorso riabilitativo “serio” e che ora si sta valutando la possibilità di presentare appello.

Dietro la condanna, però, non c’è soltanto un procedimento isolato. Gli investigatori hanno lavorato su una rete più ampia, fatta di contatti e canali in cui il materiale veniva scambiato con modalità studiate per restare invisibili. La polizia ha dovuto ricostruire identità e collegamenti con un lavoro definito “delicato”, usando tecniche informatiche innovative per la de-anonimizzazione degli utenti e per arrivare ai profili che si muovevano dietro l’apparente anonimato della rete.

Nella stessa inchiesta sugli “insospettabili” figura anche don Jordan Coraglia, 51 anni, sacerdote della provincia di Brescia, finito ai domiciliari nel maggio scorso dopo accertamenti che avevano portato al sequestro dei suoi dispositivi. Al loro interno, secondo quanto ricostruito, sarebbero stati trovati oltre 1.500 file classificati come materiale pedopornografico. A dicembre, a Brescia, era stato respinto un patteggiamento con pena sospesa; la procura ha chiesto la condanna e la sentenza è attesa nei prossimi giorni. Coraglia è un nome noto anche fuori dagli ambienti ecclesiastici: aveva fondato la nazionale di calcio dei sacerdoti ed era conosciuto per le sue battaglie contro le bestemmie in campo.

Il filone investigativo, portato avanti dalla polizia postale e dagli specialisti del Centro operativo Sicurezza Cibernetica Piemonte e Valle d’Aosta, guidati dalla dirigente Assunta Esposito, ha seguito per due anni un circuito in cui non circolavano solo foto e video, ma anche fumetti e immagini prodotte con intelligenza artificiale, con minori tra 0 e 18 anni come soggetti dei contenuti. Secondo quanto emerso, parte del materiale non veniva soltanto “raccolto” e scambiato: alcuni componenti del gruppo lo avrebbero prodotto direttamente, coinvolgendo le vittime.

Il punto di partenza individuato dagli investigatori sarebbe stato un minorenne di Como, nato nel 2008, indicato come amministratore del gruppo Telegram da cui le immagini venivano inoltrate “in tutta Italia”. Il diciassettenne è stato denunciato. Nei giorni scorsi, dopo gli arresti del medico di Chivasso e del sacerdote bresciano, la polizia postale di Torino ha arrestato altri tre uomini: un 52enne di Cuneo e un 40enne di Genova, accusati di detenzione di materiale realizzato attraverso lo sfruttamento sessuale di minori, e un 27enne residente a Pordenone, chiamato a rispondere anche di produzione di materiale pedopornografico.

Tre arresti arrivati in flagranza dopo perquisizioni in casa e controlli sui dispositivi. E i numeri descrivono un fenomeno che non vive di “occasioni”, ma di accumulo sistematico: nell’hard disk del 40enne di Genova, ad esempio, sarebbero stati trovati 380 file che coinvolgevano minorenni.

Tra quei contenuti sequestrati, ci sono anche immagini che spostano l’orrore fuori dalle stanze chiuse e lo portano in mezzo alla normalità: fotografie di bambini su una spiaggia della Liguria, in costume mentre giocano in riva al mare o sdraiati sotto l’ombrellone con la famiglia. Scene ordinarie trasformate in materiale da scambio, dentro un circuito che non distingue più tra vita quotidiana e predazione.

Nel frattempo, a Torino, è arrivato in aula anche un altro caso: quello di un uomo di 80 anni che avrebbe iniziato a guardare filmati pedopornografici sul web e a scaricarli sul computer. In tribunale si è limitato a dire: «Non l’avevo mai fatto prima», senza aggiungere altro. Gli inquirenti, secondo quanto trapela, erano risaliti a lui già nel 2021, individuando il suo indirizzo IP collegato a un sito con video pedopornografici. Indagato e perquisito, avrebbe però continuato: tra il 2021 e il 2025 sarebbe stato scoperto altre due volte mentre scaricava materiale.

Ieri l’uomo, difeso dall’avvocato Angelo Rovegno, ha patteggiato un anno e due mesi: richiesta accolta dal giudice Giorgio Potito. In un primo momento, la difesa aveva proposto una pena di sei mesi, ma la pm Valentina Sellaroli non aveva dato l’ok, chiedendo una condanna più alta.

Il quadro che emerge, tra condanne, patteggiamenti e arresti, non è soltanto una lista di nomi e città. È una rete che si regge sullo scambio continuo, sull’illusione dell’anonimato e su una logica di mercato: trasformare la vulnerabilità dei minori in “file”, e i file in moneta. E quando l’indagine arriva a ricostruire i collegamenti, non resta più nessuna maschera davvero credibile.

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