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30 Gennaio 2026 - 09:50
Dieci euro o scendi dall'autobus: così l’Italia olimpica lascia a piedi un bambino
C’è un momento, in questa storia che arriva dal Cadore, in cui smetti di ragionare da adulto, da cronista, da cittadino abituato a tutto, e torni bambino. Torni a quando l’autobus era una cosa grande, rumorosa, un po’ spaventosa. Torni a quando l’autista era un adulto, quindi qualcuno di cui fidarsi. E torni a quando scendere da soli, nel freddo, non era un dettaglio ma una paura vera, fisica, che ti stringeva lo stomaco.
È il momento in cui capisci che questa non è una notizia come le altre. Non è una di quelle storie che scorrono via veloci, che indignano per qualche ora e poi si perdono nel rumore di fondo. Qui c’è qualcosa che tocca un nervo scoperto, qualcosa che parla di infanzia, di fiducia tradita, di solitudine. Qualcosa che, volenti o nolenti, riguarda tutti.
Quel momento è quando un bambino di 11 anni viene fatto scendere da un autobus di linea perché non ha il biglietto “giusto”. Non perché non abbia pagato. Non perché faccia il furbo. Ma perché, nel pieno di un inverno di montagna, non ha dieci euro in contanti in tasca.
Dieci euro che diventano improvvisamente una soglia invalicabile. Un confine netto tra chi può stare al caldo e chi deve affrontare il freddo. Un prezzo che non misura una corsa in autobus, ma il valore attribuito a una persona, anzi a un bambino.
Succede a Vodo di Cadore, in provincia di Belluno. Succede su una tratta che i ragazzi del posto usano ogni giorno per tornare da scuola, perché non esiste uno scuolabus e l’unica possibilità è la linea 30 Calalzo–Cortina. Succede mentre nevica, con le strade imbiancate, il termometro che segna meno tre gradi, il cielo che si fa scuro, quasi le cinque del pomeriggio, e la luce che se ne va in fretta. Succede mentre un bambino dovrebbe semplicemente tornare a casa.
In un territorio dove le distanze non sono un’astrazione, ma chilometri veri, fatti di curve, salite, discese, freddo che entra nelle ossa. Dove tornare a piedi non è un’opzione neutra, ma una prova fisica. Dove il buio arriva presto e non fa sconti.
Solo che adesso ci sono le Olimpiadi di Cortina. E finché dura questo ambaradan, dal 23 gennaio al 17 marzo, le regole cambiano. I biglietti ordinari non valgono più. Per muoversi sugli autobus del Cadore servono quelli nuovi, speciali, olimpici: dieci euro per un giornaliero, oppure un abbonamento dedicato da 150 euro. Regole nuove, costose, anticipate rispetto all’inizio ufficiale dei Giochi, e applicate senza distinguere tra turisti e residenti, tra adulti e bambini.
Regole che piombano sulla vita quotidiana di chi in quelle valli ci vive tutto l’anno. Regole che trasformano un servizio pubblico essenziale in un lusso temporaneo. Regole pensate per l’evento, non per le persone.
Il bambino quei biglietti non li ha. Non ha l’abbonamento speciale. Non ha dieci euro in tasca. Ha però quello che ha sempre avuto: un carnet di biglietti ordinari, acquistati dalla madre per le volte in cui non può andare a prenderlo lei. Biglietti regolari, validi tutto l’anno, senza scadenza. Ne ha diversi con sé. Li mostra. Ma non bastano più.
Ed è qui che la storia si incrina definitivamente. Perché quel bambino non sta cercando di salire gratis. Non sta violando una regola per furbizia. Sta semplicemente usando ciò che fino al giorno prima era giusto, valido, accettato. Ma le regole sono cambiate, e nessuno sembra preoccuparsi di spiegarglielo davvero, di accompagnarlo in questo cambiamento.
A quel punto le regole diventano una barriera invalicabile. Non c’è spazio per il buon senso. Non c’è una soluzione alternativa. Non c’è l’idea di accompagnarlo, di rinviare il pagamento, di trovare una mediazione. Le regole sono regole. E allora il bambino deve scendere.
Scendere diventa un verbo pesante. Scendere significa essere lasciato solo. Scendere significa assumersi un rischio che non dovrebbe mai essere scaricato su un minore. Scendere significa dire: arrangiati.

Scende a San Vito di Cadore. Da lì a casa sono sei chilometri. Sei chilometri a piedi, nella neve che cade, con il freddo che morde, con il buio che avanza. Sei chilometri che un adulto farebbe a fatica, figurarsi un ragazzino di undici anni, con lo zaino, dopo una giornata di scuola.
Cammina. Cammina a lungo. Cammina perché non ha alternative. Cammina perché nessuno lo accompagna, nessuno lo aspetta, nessuno torna indietro. Cammina mentre la montagna attorno si fa silenziosa e ostile.
Arriva a casa tremando, sfinito, con le mani ghiacciate, in condizioni che fanno pensare più a un’escursione finita male che a un normale rientro da scuola. È talmente provato che nei giorni successivi non sta bene, non si riprende subito, porta addosso ancora i segni di quel pomeriggio.
Da qui parte la denuncia per abbandono di minore, depositata in Procura. Da qui parte anche l’inchiesta interna della Dolomiti Bus, la società che gestisce il servizio. Tutto il repertorio che arriva sempre dopo: accertamenti, verifiche, valutazioni. Carte che si accumulano, fascicoli che crescono, mentre una vicenda che avrebbe richiesto solo un grammo di umanità rischia di trasformarsi nell’ennesimo pasticcio burocratico.
Un viaggio kafkiano fatto di scartoffie e responsabilità che si rincorrono, mentre il punto centrale resta lì, immobile: un bambino lasciato a piedi.
Nel frattempo il caso arriva anche in Parlamento. Perché quando lasci un bambino a piedi, di sera, sotto la neve, non stai semplicemente applicando una tariffa: stai dicendo qualcosa di molto chiaro su che tipo di priorità contano davvero. Stai affermando che l’evento globale vale più della vita quotidiana di chi quei territori li abita. Che il grande racconto olimpico giustifica tutto, persino il gelo addosso a un undicenne.
E allora la domanda non è più cosa abbia fatto un singolo autista. La domanda è che Paese siamo diventati, se accettiamo che un bambino venga lasciato solo su una strada di montagna perché non ha il biglietto giusto. Che Paese siamo se un tariffario olimpico conta più della sicurezza di un minore. Che Paese siamo se il buon senso viene archiviato come una variabile fastidiosa.
Questa non è una storia di trasporti. È una storia di scelte. È una storia di responsabilità collettive. È una storia che racconta un’Italia capace di cambiare le regole da un giorno all’altro, di non avvisare, di non prevedere eccezioni per chi vive lì tutto l’anno. Un’Italia che ama definirsi “familista”, ma che poi, quando serve davvero, volta la testa dall’altra parte.
Un bambino è tornato a casa a piedi. È arrivato. Ma non è questo il punto. Il punto è che non avrebbe mai dovuto farlo. Il punto è che nessun evento, nessuna Olimpiade, nessuna tariffa speciale potrà mai giustificare una scelta del genere.
E se questa storia non fa rabbia, se non stringe lo stomaco, se non provoca indignazione vera, allora il problema non è l’autobus.
Il problema siamo noi.
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