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Economia

Dalle fonti fossili alle terre rare: così l’Europa cambia padrone

Le rinnovabili riducono il carbone, ma rafforzano il ruolo strategico della Cina

La rivoluzione green europea spinge la Cina al centro del sistema

La rivoluzione green europea spinge la Cina al centro del sistema

L’Europa accelera sulle energie rinnovabili, ma il conto della transizione energetica rischia di presentarsi sotto un’altra forma: quella di una nuova dipendenza, non più solo dalle fonti fossili ma dalle materie prime critiche indispensabili per alimentare il cambiamento. È questo il quadro che emerge dal settimo Med & Italian Energy Report, frutto della collaborazione scientifica tra Srm, centro studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo, e l’Esl@energycenter Lab del Politecnico di Torino, presentato al Parlamento europeo.

Il rapporto analizza il tema della sicurezza dell’approvvigionamento energetico nel contesto della transizione euro-mediterranea e restituisce un’immagine fatta di progressi evidenti e fragilità strutturali. In Europa migliora la quota di rinnovabili e tecnologie green, ma resta elevata la dipendenza dall’estero: il 56,9% dell’energia consumata proviene ancora da importazioni. L’Italia, pur restando sopra la media europea, mostra un lieve miglioramento: la dipendenza energetica scende dal 75% al 74%.

Il dato più significativo riguarda il cambiamento del mix elettrico europeo. Dal 2000 a oggi l’uso del carbone è crollato dal 32% all’11%, mentre il gas naturale è salito dal 12% al 15%. La crescita più impressionante è però quella delle rinnovabili, passate dal 15% al 47%. In questo scenario l’Italia si colloca sopra la media continentale, con il 49% del proprio mix elettrico coperto da fonti rinnovabili.

Una trasformazione che, tuttavia, ha un effetto collaterale rilevante: l’aumento vertiginoso della domanda di materie prime critiche. Minerali come litio, nichel, cobalto, grafite, rame e terre rare sono ormai centrali per la produzione di veicoli elettrici, batterie, reti energetiche e tecnologie green. La crescita delle rinnovabili ha quindi innescato una vera e propria corsa globale a queste risorse, con un impatto diretto sui prezzi e sugli equilibri geopolitici.

PRODUZIONE DI BATTERIE AGLI IONI DI LITIO PER AUTOVEICOLI ELETTRICI

In questo contesto, la Cina emerge come il principale polo di domanda per la maggior parte delle materie prime critiche, rafforzando il timore che la transizione possa trasformarsi in un semplice spostamento della dipendenza, dalle fonti fossili ai minerali strategici. «È opportuno mettere nelle mani dei decisori pubblici una mappa per mettere in sicurezza queste catene di fornitura», spiega Massimo Deandreis, direttore generale di Srm, sottolineando la necessità di una strategia coordinata a livello europeo.

Il tema è anche politico e istituzionale. «Si può far crescere il territorio se si guarda a una prospettiva Paese e internazionale», afferma Marco Gilli, presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo, ricordando che una fondazione moderna non può prescindere dal contesto globale in cui opera. La transizione energetica, insomma, non è solo una questione tecnologica, ma una sfida sistemica che coinvolge relazioni internazionali, sicurezza e sviluppo.

MARCO GILLI, PRESIDENTE FONDAZIONE COMPAGNIA DI SAN PAOLO

Il messaggio che arriva dal report è chiaro: le rinnovabili non vanno messe in discussione, ma governate con maggiore consapevolezza. «Non si devono certo abbandonare le rinnovabili. Serve ragionare sulle relazioni tra i Paesi e l’Europa in un’ottica geopolitica per ridurre i rischi», avverte Ettore Bompard, direttore scientifico dell’Esl@energycenter Lab del Politecnico di Torino.

Nel frattempo, il petrolio resta una componente ancora rilevante del sistema energetico europeo, con il 23% del mix complessivo, seppur in progressivo calo. A livello globale, il ruolo dei grandi Paesi produttori continua a essere centrale: il Venezuela detiene il 17,5% delle riserve mondiali di petrolio accertate, superando l’Arabia Saudita ferma al 17,2%, mentre l’Iran possiede il 9,1% delle riserve e controlla il 5,2% della quota di mercato della produzione.

La fotografia scattata dal report restituisce dunque un’Europa più verde ma ancora vulnerabile, chiamata a bilanciare ambizioni ambientali, sicurezza energetica e nuove dipendenze strategiche. La transizione corre, ma il terreno resta scivoloso.

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